RIVOLUZIONE TEORICA
E RIFORMISMO PRATICO IN POPPER

Fausto Boni

II. L’EPISTEMOLOGIA POPPERIANA NELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA CONTEMPORANEA

“…una metodologia è solo la ‘falsa

coscienza’ dello scienziato…”

G. Giorello, “Prefazione” a Contro il metodo, di P. K. Feyerabend, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 9.

II.0.
INTRODUZIONE

La chiave di volta dell’edificio filosofico di Popper è l’urgente esigenza pratica di confutare il socialismo scientifico marxiano.

Lo abbiamo potuto verificare, nella parte iniziale di questo lavoro, analizzando la sua saggistica politica, nella quale questa esigenza viene espressa compiutamente a testimonianza della propria priorità rispetto a qualsiasi altra. Lo potremo verificare di seguito, nella seconda parte di questo lavoro, affrontando la riflessione popperiana inerente al problema gnoseologico ed epistemologico.

Pur essendo cronologicamente anteriore rispetto alla sua produzione concernente la politica, la “Logica della scoperta scientifica”, opera nella quale Popper getta le basi per una transizione nella filosofia della scienza contemporanea, nasce infatti dalla necessità di demistificare la presunta gnoseologia empirista che pervade, secondo l’autore viennese, la dottrina marxiana.

All’indomani dell’esperienza che portò Popper, nella primavera del 1919, ad abbandonare definitivamente il marxismo precocemente abbracciato (vedi nota 4 del I capitolo) egli, come scriverà successivamente, compì questa riflessione che segnerà per sempre tutta la sua produzione filosofica:

“Il comunismo è un credo che promette di portare a un mondo migliore. Dice di basarsi sulla conoscenza delle leggi dell’evoluzione storica. Io speravo ancora in un mondo migliore, in un mondo meno violento e più giusto, ma mi domandavo se io conoscessi veramente – se quel che io pensavo che era conoscenza non fosse piuttosto una mera pretesa.”[1]

Le obiezioni politiche che Popper sviluppa nei confronti del marxismo lo portano sia a riflettere sui fondamenti teorici della dottrina di Marx che, più in generale, sui fondamenti della teoria della conoscenza universalmente accettata a quel tempo: il positivismo logico. Esso, a parere di Popper, nell’ansia di segnare nettamente i confini tra conoscenza scientifica e metafisica, non solo elimina ad un tempo troppo e troppo poco dall’orizzonte della scienza empirica ma, nella fattispecie, non riesce a relegare il marxismo nell’ambito della metafisica.

I neopositivisti, secondo l’autore viennese, eliminano troppo in quanto sulla base del criterio di significanza di Wittgenstein “distruggono la scienza della natura” liquidando come insignificanti le leggi naturali. Eliminano troppo poco in quanto sulla base “del dogma positivista del significato” causano l’irruzione “della metafisica nel regno della scienza”.

Popper ritiene che l’esigenza principale per un intellettuale del suo tempo sia quella di confutare il carattere moralmente, politicamente, e teoricamente totalitario del marxismo, il suo dogmatismo e la sua “incredibile arroganza intellettuale”. Egli, deducendo l’incapacità all’uopo neopositivista, si prepara a definire i contorni di una teoria della conoscenza che sia in grado di eliminare definitivamente dall’ambito della rispettabilità scientifica il marxismo.

II.1.
DAL NEOPOSITIVISMO AL RAZIONALISMO CRITICO

“…la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di assoluto. La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base materiale o data; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura.”[2]

Contrariamente all’immagine di stabilità e solidità della rappresentazione neopositivista dell’impresa scientifica, Popper si figura una costruzione ardita ma poggiante su precarie palafitte.

In primo luogo egli non accetta che le osservazioni e i fatti, pur essendo essenziali per la stabilità dell’intera struttura, vengano considerati dai neopositivisti come una base naturale e data di appoggio. Per Popper non esistono fatti primitivi che impongano una cessazione della ricerca.

Secondariamente egli non crede nell’affidabilità assoluta e definitiva di fatti o osservazioni poiché anche un fatto atomico o un asserto protocollare (considerato dai neopositivisti come l’asserzione fattuale elementare) risulta essere, a ben vedere, un’ipotesi impregnata di teorie, una descrizione che trascende l’esperienza.

L’epistemologia di Popper propone un’immagine della scienza di transizione tra il positivismo logico e una nuova rappresentazione che affronteremo in seguito.

Questo approccio, divenuto noto come falsificazionismo, sviluppa, come fulcro concettuale, proprio la negazione di validità a qualsiasi metodo induttivo di conferma-giustificazione delle teorie scientifiche.

Egli, al mito induttivista delle fonti o basi, ha contrapposto una conoscenza poggiante su palafitte. Questo sembrerebbe cozzare violentemente con la filosofia della scienza neopositivista, tuttavia gran parte del lavoro di Popper si può collocare all’interno degli stessi presupposti filosofici del positivismo logico. Infatti, se il neopositivismo considera la scienza come un prodotto linguistico che deve essere sviscerato dalla filosofia per capire come sia fatto internamente, come funziona. Se lo scopo dell’epistemologia neopositivista è di descrivere la struttura interna della conoscenza compiendo un’analisi logica della scienza o, ancora meglio, una ricostruzione razionale che non si curi degli aspetti esterni inessenziali. Se l’empirismo logico ripristina la contrapposizione classica tra “ordo inveniendi” e “ordo demonstrandi”, tra contesto della scoperta e contesto della giustificazione, ribadendo che: “la filosofia della scienza è la ricostruzione razionale del contesto della giustificazione della ricerca scientifica”[3] e non si deve occupare minimamente di come nasca un’ipotesi concretamente. Se il neopositivismo afferma una impostazione logico-linguistica basata sul fatto che la razionalità è solo ed esclusivamente logica.

Allora “anche per Popper la distinzione tra psicologia della conoscenza e logica della conoscenza [o, secondo la terminologia di Kuhn, che vedremo in seguito, tra psicologia della ricerca e logica della scoperta] è fondamentale”.[4] Secondo l’autore viennese la filosofia non si deve occupare della prima da cui si impara ben poco, ma solo della seconda.

La logica della conoscenza, secondo Popper, “prende in considerazione non già questioni di fatto (il quid facti? di Kant), ma soltanto questioni di giustificazione e validità (il quid juris? di Kant)”[5].

Anche per Popper la dinamica della conoscenza scientifica può e deve essere ricostruita razionalmente per mezzo dell’analisi logica delle teorie in successione senza fare ricorso né alla psicologia empirica, né alla sociologia, o alla storia della scienza. La storia della scienza può essere tuttalpiù usata, secondo Popper, come descrizione di fenomeni fissati nel tempo nella loro individualità. Essi possono essere usati per costruire interpretazioni storiche normativamente rilevanti ma prive di valore teorico.

La stessa concezione convenzionalista della metodologia di Popper è identica a quella neopositivista; le norme che guidano lo scienziato nella ricerca infatti, sia per Popper che per i neopositivisti, sono giustificate in base agli scopi che gli scienziati si prefiggono.

Si può dire che Popper tragga conclusioni estreme dal logicismo e dal convenzionalismo già implicitamente dominanti nella filosofia della scienza neopositivista unicamente rovesciando la sintassi logica del discorso scientifico, riposizionando il dato di fatto empirico da soggetto a predicato del discorso scientifico, ed investendo di nuova primazia la teoria rispetto all’esperienza.

Questo riposizionamento non implica necessariamente un “rovesciamento completo e radicale” rispetto alla concezione neopositivista, come afferma Pera nel suo testo citato, poiché, in ogni caso, già nell’epistemologia neopositivista il primato dell’analisi logica del discorso scientifico rispetto all’esperienza è palese. Ciò che risulta nuovo nella riflessione di Popper, è l’accento posto senza infingimenti induttivistici sulla primazia della teoria. Il riconoscimento di questo dominio porta fino alla soglia estrema dell’irrazionalismo, superata come vedremo da Feyerabend, i presupposti stessi dell’immagine della scienza del neopositivismo.

“…il tentativo di basare il principio di induzione sull’esperienza [effettuato dal neopositivismo] fallisce perché conduce necessariamente a un regresso infinito…La [mia] teoria…si oppone radicalmente a tutti i tentativi di operare con le idee della logica induttiva. Potrebbe essere descritta come la teoria del metodo deduttivo dei controlli, o come il punto di vista secondo cui un’ipotesi può essere soltanto controllata empiricamente, e soltanto dopo che è stata proposta.”[6]

E ancora:

“Senza attendere, passivamente, che le ripetizioni imprimano in noi, o ci impongano, delle regolarità, noi cerchiamo attivamente di imporre delle regolarità al mondo. Cerchiamo di scoprire in esso delle similarità, e di interpretarlo nei termini di leggi da noi inventate. Senza attendere le premesse, saltiamo alle conclusioni. Queste, in seguito, potranno dover essere sostituite, se l’osservazione mostra che sono errate. Si [tratta] di una teoria del metodo per prova ed errore, per congetture e confutazioni…le teorie scientifiche, quindi, non [sono] sintesi di osservazioni, bensì invenzioni – congetture audacemente avanzate per prova, da eliminarsi se contrastanti con le osservazioni.”[7]

Da questi stralci si evince la priorità, rispetto alle osservazioni fattuali, della definizione di teorie particolarmente audaci, quasi un arditismo teorico, e non banalmente tautologiche. Questo ribalta la prospettiva neopositivista ma non la elimina dall’orizzonte concettuale. Il dato empirico viene introdotto in un secondo tempo al fine di confutare o falsificare le ipotesi escogitate preventivamente. È chiaro che così viene depotenziata la capacità positiva dell’esperienza.

“La differenza tra il mio approccio e l’approccio per il quale ho introdotto molto tempo fa l’etichetta induttivista è che io pongo l’accento su argomenti negativi, come casi negativi, contro-esempi, confutazioni e tentativi di confutazione – in breve critiche – mentre l’induttivista pone l’accento su casi positivi, da cui deriva inferenze non dimostrative, e che egli spera garantiranno l’affidabilità delle conclusioni di queste inferenze. Dal mio punto di vista tutto ciò che può essere positivo nella nostra conoscenza scientifica è positivo solo finchè certe teorie sono, ad un certo momento temporale, preferite ad altre alla luce della nostra discussione critica che consiste in tentativi di confutazione, inclusi i controlli empirici. Così perfino ciò che può essere chiamato positivo è tale solo in rapporto a metodi negativi.”[8]

E ancora:

“secondo questa tesi, la razionalità della scienza e dei suoi risultati – e perciò della credenza in essi – è essenzialmente legata al suo progresso, alla sempre rinnovata discussione dei meriti relativi delle nuove teorie; è legata al progressivo rovesciamento delle teorie, piuttosto che al loro presunto progressivo consolidamento (o crescente probabilità) risultante dall’accumulazione di osservazioni di sostegno, come credono gli induttivisti.”[9]

II.2.
IL RAZIONALISMO CRITICO

Il punto di vista elaborato da Popper, a riguardo del progresso della conoscenza scientifica, viene definito da lui stesso “razionalismo critico” o “fallibilismo razionalistico”.

Il termine “razionalismo” viene utilizzato dal filosofo viennese per sottolineare l’importanza decisiva, sulle orme del neopositivismo, della struttura logico-razionale del discorso nella descrizione-prescrizione dell’impresa scientifica.

Il termine “critico” rimarca invece l’importanza fondamentale, nell’approvazione scientifica delle congetture, della discussione inter-soggettiva e del consenso della comunità scientifica.

“…il linguaggio diventa più che un semplice mezzo di comunicazione che, in linea di principio, potrebbe anche essere messo da parte; esso, piuttosto, diventa il medium indispensabile della comunicazione critica…diventa una parte essenziale dell’impresa scientifica…non ci può essere nessun controllo critico senza dare ai nostri costrutti forma linguistica.”[10]

Le quattro premesse metodologiche del razionalismo critico popperiano sono:

1.                 L’antistrumentalismo: le leggi scientifiche non sono solo motori inferenziali che ci permettono di fare previsioni su eventi osservabili ma soprattutto descrizioni del mondo o di determinati aspetti di esso.

“La realizzazione che la scienza naturale non è episteme, cioè, non è sottratta al dubbio, ha condotto al punto di vista secondo cui è techne (tecnica, arte, tecnologia); ma il punto di vista più corretto è, secondo me, che consiste di doxai (opinioni, congetture) controllate sia dalla discussione critica, sia da una techne sperimentale.”[11]

2.                 L’antiessenzialismo: la ricerca di spiegazioni sempre più adeguate è un processo senza termine (tesi della infinità dei controlli empirici); per questo motivo la scienza non deve perseguire una spiegazione ultima o la verità delle teorie adottate. La ricerca scientifica è per definizione congetturale, ipotetica e fallibile.

“L’essenzialismo guarda al nostro mondo ordinario come a una pura e semplice apparenza, dietro la quale esso – l’essenzialismo – scopre il mondo reale. Questa teoria deve essere messa da parte non appena siamo diventati consapevoli del fatto che il mondo di ciascuna delle nostre teorie può essere spiegato a sua volta, da mondi ulteriori, descritti da ulteriori teorie: da teorie situate a un livello più alto di astrazione, di universalità e di controllabilità. La dottrina di una realtà essenziale o ultima crolla insieme con quella di una spiegazione ultima.”[12]

3.                 Il carattere teorico degli enunciati osservativi: essi, che per il positivismo logico costituiscono la cosiddetta base empirica di una teoria scientifica, non sono ricavati da una osservazione pura, una osservazione di tal genere non esiste. Ogni descrizione, in realtà, non si basa solo sull’esperienza immediata, ma fa uso di nomi universali. Viene così istituita la tesi del primato delle ipotesi teoriche rispetto all’osservazione in base al fatto che ogni asserto osservativo è composto da universali di natura disposizionale non verificabili empiricamente.

“Ogni descrizione fa uso di nomi (o di simboli, o di idee) universali; ogni asserzione ha il carattere di una teoria, di un’ipotesi. L’asserzione ‘questo è un bicchiere d’acqua’ non può essere verificata da nessuna esperienza basata sull’osservazione. La ragione è che gli universali che compaiono in essa non possono essere messi in relazione con nessuna esperienza sensibile specifica. (Un’esperienza immediata è immediatamente data soltanto una volta: è unica). Con la parola bicchiere, per esempio, denotiamo corpi chimici che esibiscono un certo comportamento regolare, e lo stesso vale per la parola acqua.”[13]

4.                 L’antigiustificazionismo induttivistico: non è possibile inferire predizioni di eventi futuri sull’esperienza di eventi passati. Il fatto che il sole oggi sia sorto, non implica che domani sorgerà di nuovo autorizzandoci a desumere un qualche principio di uniformità della natura. Ogni tentativo di fondare la nostra conoscenza mediante una verificazione empirica è destinato o al fallimento, o ad un regresso all’infinito, o al dogmatismo.

“…il successo della scienza non è fondato su regole induttive, ma dipende dalla fortuna, dalla genialità, e dalle regole puramente deduttive dell’argomentazione critica…l’accettazione di una legge o di una teoria da parte della scienza è soltanto provvisoria, il che significa che tutte le leggi e le teorie sono congetture o ipotesi provvisorie…Finché una teoria supera i controlli più severi che possiamo concepire essa è accettata; altrimenti viene abbandonata. Tuttavia essa non è mai inferita in alcun senso dai dati empirici…Dai dati empirici può essere inferita soltanto la falsità della teoria, e si tratta di un’inferenza puramente deduttiva.[14]

L’esperienza per Popper, come abbiamo visto, ha un ruolo tutto sommato secondario nello sviluppo della ricerca scientifica.

Le tappe fondamentali di questa impresa possono essere così schematizzate: i) creazione di ardite congetture che fungeranno da fondamenta delle teorie scientifiche. Queste ipotesi non hanno alcun rapporto con l’osservazione empirica ma vengono escogitate intuitivamente; ii) da tali congetture dovranno essere dedotte tutte le conseguenze empiriche possibili, sia quelle che possano confermare le ipotesi originarie, sia quelle che possano confutarle; iii) tentativo di falsificazione per mezzo di esperimenti scientifici di almeno una di queste conseguenze. Quando una conseguenza empirica dedotta da una teoria viene confutata, la teoria stessa viene falsificata, dopo di che si procede alla costruzione di nuove congetture.

“…ogni discussione scientifica comincia con un problema (P1), per il quale presentiamo una specie di tentativo di soluzione – un tentativo di teoria (TT); questa teoria viene quindi criticata in un tentativo di eliminare l’errore (EE);…la teoria e la sua revisione critica dà origine a nuovi problemi (P2)…P1-TT-EE-P2.”[15]

Il problema che si pone allo scienziato falsificazionista, a seguito di questa metodologia, è relativo al fatto che, nel momento in cui viene affermata la teoreticità dell’osservazione, quest’ultima non sembra avere la forza logica sufficiente per confutare un’ipotesi. Il controllo, terza tappa dello schema presentato, non consisterebbe tanto, in ultima analisi, nel mettere a confronto teorie con osservazioni, quanto nel valutare alcune ipotesi teoriche in rapporto con osservazioni altrettanto teoriche. Questo evidentemente pone il problema di una corretta valutazione.

“Possiamo esprimere tutto ciò dicendo che la distinzione solita tra termini d’osservazione (o termini non teorici) e termini teorici è errata, perché tutti i termini sono, in qualche modo, teorici, anche se alcuni sono più teorici degli altri, proprio come abbiamo detto che tutte le teorie sono congetturali, anche se alcune lo sono più delle altre.”[16]

La soluzione di Popper consiste innanzitutto nel distinguere diversi gradi di teoreticità. Nello scegliere una determinata classe di enunciati, relativamente al contesto, “osservativi” (“conoscenza di sfondo”), e quindi nel criticare le teorie, gli enunciati “più congetturali”, sulla scorta della “conoscenza di sfondo” precedentemente istituita.

Chiaramente questa soluzione, come si può intuire, sviluppa delle difficoltà notevoli. Ad esempio: come si può essere sicuri di poter isolare logicamente una specifica ipotesi da controllare rispetto alla cosiddetta “conoscenza di sfondo”?

In altre parole, in base a quale criterio logicamente fondato è possibile poter effettuare una cernita nel “mare magnum” della disposizionalità o ipoteticità congetturale?

A queste domande cercheremo di rispondere successivamente.

Per il momento ci basti aver analizzato l’immagine popperiana della filosofia della scienza per potere individuare la causa di questa rappresentazione. Essa, a nostro parere, è stata ingenerata, nella mente del filosofo viennese, da un problema di carattere pratico. Il problema pratico, siccome si tratta della mente di un filosofo, si muta immediatamente in un problema morale.

Il problema morale di Popper, come abbiamo visto dalla sua dottrina sociale, è quello di eliminare l’aggettivo “scientifico” dal sostantivo “socialismo”; non per una mera disputa terminologica ma per motivi concreti. Il marxismo nel dopoguerra, per la sua professione di materialismo, aveva un credito notevole negli ambienti scientifici internazionali. Esso, che non era adeguatamente contrastato dall’epistemologia neopositivista, secondo Popper andava combattuto senza tregua per riaffermare l’egemonia teorica occidentale.

Popper sapeva che l’unico modo per togliere credito alla dottrina marxiana in determinati ambienti era quello di mettere in discussione proprio i due assunti fondamentali del positivismo logico. La questione della demarcazione tra scienza e pseudoscienza (i neopositivisti non riuscivano ad eliminare il marxismo dall’ambito scientifico), e la questione dell’induzione (il motivo per cui i neopositivisti non potevano riuscire nel compito). D’altro canto: “i problemi, quindi anche i problemi pratici, sono sempre teoretici”[17],ed è principalmente in questa dimensione che occorre affrontare, per Popper, il problema del marxismo.

II.2.1. Il problema della demarcazione

“…problema: ‘quando dovrebbe considerarsi scientifica una teoria?’, ovvero, ‘esiste un criterio per determinare il carattere o lo stato scientifico di una teoria?’…Desideravo stabilire una distinzione fra scienza e pseudoscienza, pur sapendo bene che la scienza spesso sbaglia e che la pseudoscienza può talora, per caso, trovare la verità. Naturalmente conoscevo la risposta che si dava il più delle volte al mio problema: la scienza si differenzia dalla pseudoscienza – o dalla metafisica – per il suo metodo empirico, che è essenzialmente induttivo, procedendo dall’osservazione o dall’esperimento. Tuttavia questa risposta non mi soddisfaceva.”[18]

Popper, in diverse opere, afferma che il problema della demarcazione è emerso alla sua coscienza nel 1919 quando, ricordiamolo ancora una volta, avviene il suo traumatico distacco dal marxismo. Egli afferma che all’epoca ha preso in considerazione diverse teorie e idee rivoluzionarie. Il clima intellettuale, dopo il crollo dell’impero austro-ungarico, è propizio per l’incubazione delle più disparate teorizzazioni.

Tra tutte queste idee quattro lo colpiscono maggiormente: la teoria della relatività di Einstein, la teoria marxista della storia, la teoria psicanalitica di Freud e la teoria della psicologia individuale di Adler.

Popper, a quel tempo, riscontra che ciò che affascina coloro i quali si avvicinano a tre di queste teorie, e precisamente a quelle di Marx, Freud, e Adler, è il loro “apparente potere esplicativo”. Queste teorie paiono essere “in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accade nei campi cui si riferiscono”. Le osservazioni empiriche che “verificano” le teorie in questione sono continue e apparentemente incessanti.

Popper inizia a pensare che proprio questa notevole forza costituisca in realtà una profonda debolezza. Egli nota invece che la teoria di Einstein, contrariamente alle altre, è “incompatibile con certi possibili risultati dell’osservazione”. Questa annotazione conduce il filosofo viennese ad alcune considerazioni che costituiranno la base della sua riflessione epistemologica successiva.

La prima considerazione è che le conferme, per una teoria, sono importanti solamente se risultano da “previsioni rischiose”. A parere di Popper infatti, conferme o  verifiche di una teoria sono facilmente raggiungibili se le si cerca con sufficiente impegno.

La seconda considerazione, che deriva direttamente dalla prima, suggerisce la validità di una teoria scientifica sulla base della quantità di proibizioni che esprime. Una teoria che non possa essere confutata da alcun evento concepibile non è scientifica.

 “L’inconfutabilità di una teoria non è, come spesso si crede, un pregio, bensì un difetto.”[19]

La terza considerazione prevede che la “controllabilità” di una teoria consista in “un tentativo di falsificarla o di confutarla”. Solamente dopo che sia stato fatto un tentativo serio in tale direzione gli eventuali “dati di conferma” divengono “dati corroboranti” la teoria.

Coloro i quali sostengano determinate teorie che in seguito a questa procedura si rivelino false è ovvio che ne tentino, tramite la introduzione “ad hoc” di “ipotesi ausiliarie”, il salvataggio in extremis. Questo conduce alla quarta considerazione del filosofo viennese. Egli definisce tali strategie: “mosse o stratagemmi convenzionalistici” che pregiudicano lo status scientifico della teoria consistente, sintetizzando, proprio nella “falsificabilità, confutabilità, o controllabilità”.

Popper, avendo così respinto la tesi della verificabilità delle proposizioni scientifiche tramite asserti osservativi, tenta di ricostruire la scienza su altre basi. Da un lato rifiuta la logica induttiva del neopositivismo, e dall’altro afferma una logica deduttiva che abbia il minor aggancio possibile con l’esperienza.

L’esperienza infatti, che come abbiamo visto per Popper non è mai pura datità essendo imbevuta di teoreticità, subentra solamente in un secondo tempo, quando si tratta di falsificare uno degli innumerevoli asserti osservativi dedotti da una teoria. Nel momento in cui questo accade, deduttivamente mediante il “modus tollens”, consegue anche la falsificazione della teoria di riferimento. Ciò implica una asimmetria logica tra verificazione e falsificazione che alimenta il criterio di demarcazione di Popper: un sistema è scientifico solo se può “essere confutato dall’esperienza”[20].

Questo criterio di demarcazione può essere applicato indifferentemente sia agli enunciati che alle teorie; e se l’intento di Popper in prima battuta è quello di usare il criterio per le teorie (“Miseria dello storicismo” insegna), tuttavia egli intende estenderlo anche agli enunciati. Tanto è vero che il criterio logico di demarcazione riferito agli enunciati suona:

“un enunciato è empirico o scientifico se la classe dei suoi falsificatori potenziali non è vuota.”[21]

Vale a dire che un enunciato è scientifico nella misura in cui se ne possano dedurre determinati asserti osservativi falsificanti.

Se in base a questo criterio logico di demarcazione la teoria marxiana è falsificabile perché prevede, ad esempio, un enunciato inerente l’accentramento della ricchezza nella mani di pochi; accade tuttavia che, anche di fronte alla falsificazione di questo enunciato elementare, la teoria complessiva non venga considerata falsificata, ma venga sistematicamente salvata con “stratagemmi convenzionalistici”, o “ad hoc”. Da ciò Popper deduce che non basta solamente un criterio logico di demarcazione per considerare scientifica o meno una teoria, ma che occorre anche un criterio normativo o metodologico che integri il criterio logico.

“Una teoria è empirica o scientifica se non vengono adottati stratagemmi ad hoc per neutralizzare i falsificatori attuali che la contraddicono.”[22]

I marxisti, a giudizio dell’epistemologo viennese, adotterebbero diversi di questi stratagemmi per salvare la teoria marxiana. Uno di questi consisterebbe, ad esempio, nell’esibire l’esistenza di una fase imperialistica del capitalismo a sostegno della predizione marxiana, confutata dall’esperienza, dell’impoverimento crescente della classe operaia.

Questi stratagemmi inficerebbero la scientificità della dottrina marxiana relegandola nell’ambito della pseudoscienza o della metafisica.

L’unico atteggiamento costitutivo della scienza, secondo Popper, è l’atteggiamento critico-razionale; l’atteggiamento dogmatico è letale per essa. L’astrologia ad esempio, per evitare la falsificazione, rende le proprie profezie vaghe appositamente per distruggerne la controllabilità.

“La teoria marxista della storia, nonostante i seri tentativi di alcuni dei suoi fondatori e seguaci, finì per adottare questa teoria divinatoria. In alcune delle sue prime formulazioni, per esempio nell’analisi marxiana della incombente rivoluzione sociale, le previsioni erano controllabili, e di fatto furono falsificate. Tuttavia, invece di prendere atto delle confutazioni, i seguaci di Marx reinterpretarono sia la teoria che i dati per farli concordare. In questo modo essi salvarono la teoria dalla confutazione; ma poterono farlo al prezzo di adottare un espediente che la rendeva inconfutabile. In tal modo essi imposero una mossa convenzionalistica alla teoria e con questo stratagemma eliminarono la sua conclamata pretesa di possedere uno stato scientifico.”[23]

Adottando un atteggiamento dogmatico di difesa l’ipotesi scientifica perde, secondo Popper, qualsiasi pretesa di scientificità venendo relegata nella dimensione della metafisica, o addirittura della superstizione.

Come abbiamo già visto, per Popper, la razionalità della scienza è legata al suo progresso, al progressivo rovesciamento delle teorie piuttosto che al loro progressivo consolidamento.[24] La scienza tende verso una rivoluzione permanente delle teorie e delle ipotesi. Esse, confutate una dopo l’altra senza sosta (vedremo in seguito come altri, più e meglio di Popper, si rendano conto del fatto che questo processo non può avere che carattere normativo e non descrittivo) non hanno un attimo di respiro (dogmatismo).

La teoria epistemologica di Popper, su queste basi, propone così un contrasto stridente con la sua teoria sociale fondata su un cauto gradualismo riformista. A nostro parere questa incoerenza è il prezzo da pagare per tutti coloro i quali, come Popper, propugnano una qualche forma di agnosticismo teorico a metà strada tra idealismo e materialismo.

II.2.2. Il problema dell’induzione

Il problema dell’induzione consiste sostanzialmente nella difficoltà di giustificare le inferenze induttive che, da asserti osservativi singolari, derivano enunciati teorici generali.

Afferma l’empirismo che noi inferiamo, ad esempio, che il fuoco brucia, perché, dopo aver sempre osservato una tale regolarità, attribuiamo un principio di uniformità alla natura basato sull’esperienza e ci convinciamo che il futuro sarà simile al passato.

Questo principio di uniformità, come già Hume aveva notato, è logicamente invalido in quanto, anche dopo aver osservato innumerevoli fenomeni che si comportano in un determinato modo, non esiste alcuna ragione per cui possiamo trarre un’inferenza al di là dei fenomeni di cui abbiamo esperienza.

Da questo Hume deduce che tutte le inferenze dell’esperienza non sono asserite in virtù di ragionamento, ma di credenza soggettiva effetto di consuetudine.

Popper rifiuta questa ultima conclusione che definisce “teoria psicologica” di Hume, ma condivide la conclusione precedente che chiama “teoria logica” di Hume. Popper afferma che:

“l’induzione, cioè l’inferenza fondata su numerose osservazioni, è un mito. Non è né un fatto psicologico, né un fatto della vita quotidiana, e nemmeno una procedura scientifica.”[25]

Popper, per dimostrare che l’induzione non esiste, fa ricorso ad argomenti storici, ad argomenti logici, e ad argomenti epistemologici.

La storia della scienza, secondo il filosofo viennese, dimostra che la procedura effettiva della ricerca scientifica non parte dall’accumulo di osservazioni da cui inferire induttivamente teorie, ma da ipotesi liberamente inventate che determinano osservazioni in grado di controllare le ipotesi originarie.

“…l’idea copernicana di porre il sole, anziché la terra, al centro dell’universo, non era il risultato di nuove osservazioni, ma di una nuova interpretazione di antichi e ben noti fatti alla luce di idee ampiamente ispirate alla religione, al platonismo e al neoplatonismo…Quest’idea platonica costituisce pertanto lo sfondo storico della rivoluzione copernicana. Quest’ultima dunque, non prende le mosse da delle osservazioni, ma da un’idea di carattere religioso o mitologico.”[26]

L’argomento storico antinduttivo tuttavia, non può soddisfare appieno Popper. Secondo lui infatti, se la ricostruzione di una ricerca vuole essere metodologicamente corretta, vale a dire vuole essere una ricostruzione della procedura con cui la ricerca si è compiuta, non può ridursi ad una semplice descrizione.

Una ricostruzione metodologica non può che essere un’interpretazione di determinati fatti alla luce di una determinata prospettiva epistemologica.

Per Popper l’argomento decisivo contro l’induzione è l’argomento logico. Esso consiste nella negazione di asserti puramente osservativi. Ciò che esiste in realtà, secondo Popper, sono asserti osservativi, e asserti teorici o disposizionali. Questi sono imbevuti, con differenze di grado sostanziali, di teorie o punti di vista.

L’argomento logico può essere considerato, nella prospettiva popperiana basata sul formalismo della logica deduttiva, il colpo di grazia per l’induttivismo. Gli altri fattori che possono entrare nella ricerca scientifica quali la psicologia, la sociologia, o come abbiamo appena visto, la storia, per quanto possano essere studiati da scienze empiriche, sono del tutto alogici e quindi fondamentalmente irrilevanti per il filosofo della scienza che si occupa della “logica della conoscenza”[27].

Tuttavia Popper ritiene di dover rafforzare la negazione dell’induzione anche sulla scorta di ragioni epistemologiche. Egli infatti, pensa che l’epistemologia induttivista sia di tipo lamarckiano.

L’induttivismo è convinto che l’apprendimento sia una forma di credenza, e che si articoli su un processo di istruzione edificato sulla ripetizione. Popper ritiene invece che l’apprendimento sia un processo di selezione molto simile all’evoluzione darwiniana. Secondo quella che si può definire come una “epistemologia evoluzionista” Popper afferma che:

“…ogni animale è nato con molte aspettazioni, solitamente inconsce…è dotato fin dalla nascita di qualcosa che corrisponde da vicino alle ipotesi…una conoscenza innata…queste aspettative, se disilluse, creeranno i nostri primi problemi, e l’accrescimento della conoscenza, che ne segue, si può descrivere come un accrescimento che consiste interamente nelle correzioni e nelle modificazioni della conoscenza precedente.”[28]

Tutti gli organismi evolvono per tentativi ed errori attraverso l’eliminazione fisica dell’organismo portatore dell’errore. Unica eccezione è l’uomo, il quale avendo sviluppato un linguaggio descrittivo e argomentativo ha realizzato la possibilità di effettuare, al posto dell’eliminazione cruenta dell’individuo che sostiene le ipotesi errate, una: “selezione naturale delle ipotesi”[29] che, salvando il portatore, elimina semplicemente le teorie.

Il metodo induttivo della scienza, secondo Popper, dev’essere rimpiazzato “dal metodo del tentativo e dell’eliminazione (critica) dell’errore”[30]. Questa è la modalità evolutiva di tutti gli organismi, dall’ameba fino ad Einstein.

“…la differenza principale tra Einstein e un’ameba…è che Einstein cerca coscientemente l’eliminazione degli errori. Egli cerca di uccidere le sue teorie, è coscientemente critico delle sue teorie che, per questa ragione, egli cerca di formulare esattamente piuttosto che vagamente. Ma l’ameba non può essere critica perché non può fronteggiare le sue ipotesi: esse sono parte di sé.”[31]

L’osservazione diviene così una attività guidata da una sfondo di aspettazioni innate e da problemi.

Questo ribalta la teoria gnoseologica induttivista. Gli induttivisti, che concepiscono la conoscenza come un processo di accumulazione di dati di esperienza (teoria della mente come recipiente),[32] ritengono che il materiale empirico affluisca alla nostra mente, attraverso gli organi di senso, come un liquido che riempie un catino. La nostra mente, in questo processo, non avrebbe alcun ruolo se non quello di contenitore passivo di dati, e quindi in un secondo tempo, di elaboratore teorico degli stessi.

Popper è convinto invece che il cammino gnoseologico non vada da un’esperienza osservativa a una teoria, ma da una teoria alla deduzione di determinate osservazioni per mezzo delle quali si possa controllare la teoria stessa ed eventualmente confutarla.

Popper propone, in alternativa alla passivizzante teoria gnoseologica induttivista della mente come recipiente, l’opposta teoria della mente come faro. Egli ritiene infatti che la mente umana, come un riflettore, focalizzi attivamente le proprie ipotesi verso l’esterno illuminando gli oggetti ed interpretandoli alla luce di teorie.

“È dunque il mito, o la teoria, a indurci alle osservazioni sistematiche e a guidarle, poiché queste sono intraprese al fine di sondare la verità di quelli.”[33]

L’empirismo, in base alle argomentazioni storiche, logiche, ed epistemologiche che abbiamo analizzato, si rovescia nel razionalismo critico di Popper.

Egli, pur concordando con l’idealismo gnoseologico sul fatto che la genesi della conoscenza nasce da noi stessi (tramite le impressioni sensoriali per l’idealismo empirista di Hume, tramite l’arditismo teorico per l’idealismo criticista di Popper), afferma tuttavia che senza lo scontro con l’ambiente, che elimina le idee falsificandole, non vi sarebbe nessuna conoscenza. Allo stesso modo, il filosofo viennese, condivide la tesi di Kant che afferma la natura normativa dell’intelletto umano rispetto alla massa delle sensazioni, ma dissente sul fatto che il successo arrida sempre a queste imposizioni.

Noi, secondo Popper, “tentiamo e sbagliamo sempre di nuovo, e il risultato – la conoscenza del mondo – deve alla resistenza della realtà tanto quanto alle idee autogenerate in noi”.[34]

Popper riconosce che la ragione umana non fonda autonomamente la realtà ma incontra ostacoli oggettivi che le resistono.

Apparentemente l’antinduttivismo fa compiere a Popper un marcato spostamento dall’idealismo, sia pur criticista, al realismo. Tuttavia, come potremo verificare nel paragrafo successivo, questo non implica necessariamente un atteggiamento materialista.

II.2.3. Conoscenza oggettiva e teoria dei tre mondi

La teoria della conoscenza più diffusa, come abbiamo visto, è quella induttivista della mente come recipiente.

Gli empiristi presumono che tutta la conoscenza possa essere ricondotta alle esperienze soggettive effettuate da qualche soggetto conoscente.

A parere di Popper l’idea di questo tipo di conoscenza, che può essere chiamata “conoscenza soggettiva”, va abbandonata per concentrare l’attenzione sulla idea di “conoscenza oggettiva”.

Il filosofo viennese distingue tra due tipi di conoscenza: la “conoscenza soggettiva che si potrebbe definire meglio conoscenza dell’organismo, dato che consiste di disposizioni dell'organismo; e la conoscenza oggettiva, che consiste del contenuto logico delle nostre teorie, congetture, supposizioni”.[35]

Quest’ultima, pur derivando dalla “conoscenza soggettiva”, non è riducibile ad essa. Questa distinzione conduce Popper alla sua teoria dei tre mondi. Egli infatti, arriva a discernere tra: primo mondo, il mondo degli oggetti fisici; secondo mondo, il mondo delle esperienze consapevoli o dei processi soggettivi di pensiero, patria della “conoscenza soggettiva”; e terzo mondo, il mondo dei contenuti logici o oggettivi di pensiero.

L’epistemologia tradizionale, secondo Popper, ha analizzato la conoscenza in senso soggettivo nei termini di “io so”, o “io penso”, ma la conoscenza scientifica non può occuparsi solamente di questa gnoseologia volgare né dedicarsi unicamente al secondo mondo dei soggetti.

La conoscenza scientifica ha a che fare col terzo mondo, il mondo delle teorie oggettive e dei problemi oggettivi. Questa conoscenza in senso oggettivo è: “conoscenza senza un soggetto conoscente”.[36]

“…I pensieri nel senso dei contenuti o degli asserti in sé e i pensieri nel senso dei processi di pensiero appartengono a due mondi affatto differenti.”[37]

La tesi di Popper è che l’epistemologia tradizionale, che si concentra sul secondo mondo, sulla conoscenza in senso soggettivo, è irrilevante per lo studio della conoscenza scientifica. Gli scienziati si devono concentrare sul terzo mondo, sullo studio dei problemi scientifici e delle situazioni problematiche.

Questo terzo mondo, pur essendo un prodotto naturale dell’uomo, è al tempo stesso autonomo. I nostri contenuti di pensiero sono all’origine di diverse conseguenze non-intenzionali che dobbiamo scoprire, e che, a loro volta, creano problemi assolutamente nuovi.

Popper ipotizza che la “conoscenza oggettiva” si accresca attraverso una interazione, dalla quale può sorgere un nuovo mondo di contenuti di pensiero potenzialmente comprensibili, tra noi stessi e il terzo mondo; tra il secondo mondo degli stati psicologici, che accompagnano la conoscenza scientifica, e il terzo mondo delle idee effettivamente prodotte.

“Possiamo allora dire che c’è un terzo mondo platonico…di libri in sé, di problemi in sé, di situazioni problematiche in sé, di argomentazioni in sé, e così via. E sostengo che, anche se questo terzo mondo è un prodotto umano ci sono molte teorie in sé ed argomentazioni in sé e situazioni problematiche in sé che non sono mai state prodotte e capite da uomini e che mai saranno prodotte e capite da uomini.”[38]

Si delinea così un nuovo tipo di esistenza con un proprio ambito di realtà autonomo dalla realtà soggettiva degli esseri umani, l’esistenza di problemi.

Connaturata con l’esistenza dei problemi emerge un nuovo tipo di intuizione creativa che si sviluppa a partire dalla discussione critica; essa pone nuovi problemi come effetto delle relazioni attivate, indipendentemente dalla nostra intenzionalità, all’interno del terzo mondo.

L’esistenza di problemi autonomi si può fare corrispondere con lo sviluppo, da parte umana, di un “linguaggio descrittivo esosomatico – un linguaggio che, come uno strumento, si sviluppa al di fuori del corpo”.[39] Solo con lo sviluppo di questo linguaggio emerge un terzo mondo linguistico nel quale si sviluppano i problemi e gli standard della critica razionale. La logica diviene l’organo della critica di questo mondo autonomo delle funzioni superiori del linguaggio, o mondo della scienza. Questo mondo adotta lo stesso schema evolutivo del mondo animale: P1-TT-EE-P2. Questo schema della crescita della conoscenza attraverso l’eliminazione dell’errore per mezzo della critica razionale offre, a parere di Popper, una descrizione efficace “del nostro auto-trascenderci ad opera della selezione e della critica razionale”.[40]

Popper stesso ammette che vi è una superficiale somiglianza tra il suo schema evolutivo e la dialettica di Hegel, tuttavia egli afferma che la funzione fondamentale del proprio schema è quella dell’eliminazione dell’errore che conduce all’accrescimento oggettivo della conoscenza; questo cozza con il (presunto) relativismo hegeliano e con la conservazione delle contraddizioni del suo sistema. Secondo Popper la critica razionale e la creatività umana non giocano alcun ruolo nella dialettica hegeliana in quanto essa personalizza lo Spirito in una coscienza divina. All’opposto il terzo mondo popperiano non sarebbe dotato di alcuna coscienza. Sebbene i suoi primi abitanti siano prodotti della coscienza umana, tuttavia essi sono sostanzialmente diversi e autonomi dalle idee consce e dalle esperienze soggettive che li hanno prodotti.

In base a questa concezione i contenuti oggettivi di pensiero, i problemi in sé (terzo mondo), per mezzo della mediazione cosciente umana (secondo mondo), plasmano il mondo fisico (primo mondo), istituendo una corrispondenza univocamente indirizzata.

“La natura appare, quindi, il prodotto (intenzionale o inintenzionale che sia) di un’azione che parte, proprio come la ricerca scientifica, da problemi. Continuare nel parallelismo ci porterebbe necessariamente, a sconfinare in un terreno che non è certo quello dell’epistemologia, né delle scienze naturali, e neppure di quelle storiche, ma assomiglia pericolosamente al tradizionale campo d’interesse dei teologi. Cos’abbia a che fare la filosofia razionalistica, di cui Popper si proclama a ogni piè sospinto esponente, con speculazioni di questo genere è un mistero.”[41]

È indubbio che la teoria dei tre mondi popperiana comporta un allontanamento sostanziale dall’ambito degli oggetti concreti del cosiddetto “primo mondo” e delle attività pratiche che hanno luogo in esso. Ha sviluppi simili, pur costituendo una prima approssimazione a quel rinnovamento della filosofia della scienza che svilupperemo in seguito, anche la stessa radicale separazione, che vedremo teorizzata da Popper nel prossimo capitolo, tra realismo metodologico e realismo ontologico all’interno della tematica generale del realismo.

II.2.4. Il realismo critico e gli asserti base

Come abbiamo potuto constatare fino ad ora l’analisi dell’impresa scientifica effettuata da Popper, nel sostituire alla logica induttiva dell’empirismo logico la logica deduttiva del razionalismo critico, non ha sostanzialmente modificato i presupposti logici del neopositivismo.

Popper oltretutto afferma, proprio come i positivisti logici, che l’oggettività della scienza riposa sul fatto di essere edificata su di una “base empirica”. Tuttavia, la “base empirica” di Popper, non è dello stesso tipo di quella dei neopositivisti.

Se per questi ultimi essa deriva da asserti osservazionali basati su un’esperienza immediata di natura soggettiva, per Popper le esperienze soggettive sono eventi psicologici che non possono avere alcun tipo di relazione logica con asserti logici. Le relazioni logiche tra i contenuti, secondo l’epistemologo viennese, si sviluppano solamente nel mondo “iperuranio”, o terzo mondo, delle idee. Le esperienze possono solo offrirci la possibilità di scegliere determinati asserti base ma non possono dimostrarli.

Per Popper dire, come fa l’empirismo logico, che la scienza si basa su resoconti osservativi indubitabili significa semplicemente affermare il fondamento non scientifico della scienza.

Secondo il filosofo viennese non esistono asserti scientifici assolutamente veri, esistono solamente congetture falsificabili.

Ma se tutto è falsificabile, se persino gli asserti base su cui si sviluppa la conoscenza scientifica sorgono precariamente da una palude, come è possibile mettere in atto una qualsiasi confutazione?

Come possiamo non cadere nel relativismo più spinto?

Come può esistere la conoscenza di una realtà oggettiva?

Popper ammette che non può sussistere una prova concreta del fatto che esista qualcosa al di fuori di noi. Nonostante ciò egli si definisce un “realista critico” poiché tra i vari argomenti adducibili a sostegno del realismo l’unico persuasivo gli pare quello inerente alla constatazione della falsificabilità delle teorie scientifiche.

“Le teorie sono nostre invenzioni, idee nostre; esse non ci vengono imposte, sono strumenti di pensiero da noi stessi costruiti: ciò è stato visto chiaramente dagli idealisti. Ma alcune di queste teorie possono risultare in conflitto con la realtà, e quando ciò accade constatiamo che vi è una realtà, che esiste qualcosa a ricordarci che le nostre idee possono essere sbagliate. Ecco perché il realismo ha ragione.”[42]

Vale a dire che noi non prendiamo atto del fatto che esiste una realtà esterna dalla descrizione “vera” che saremmo capaci di darne come crede il positivismo logico, ma dalla falsificazione della descrizione fallibile che ne abbiamo dato.

I risultati conseguiti sulla base di teorie che sono per definizione congetturali non possono mai essere definitivi, ma possono costituire un primo passo per la definizione di nuove teorie che, a loro volta, produrranno risultati comparativamente più verosimili delle precedenti.

La perenne rivedibilità teorica è il carattere che Popper denota con l’aggettivo “critico” aggiunto al sostantivo “realismo”.

La scienza, per Popper, è in grado di avanzare per mezzo di un procedimento di precisazione-rettificazione delle nostre concezioni che non è dato una volta per tutte in maniera lineare, ma è costituito da una serie di approssimazioni successive prodotte dalla comunità scientifica nel corso del tempo.

Non potremo mai sapere di quanto, e se, ci siamo avvicinati alla verità assoluta o oggettiva. Tuttavia questa concezione svolge una funzione di carattere regolativo, uno standard, che possiamo non riuscire a raggiungere mai, ma che imprime progressività al processo di sviluppo della conoscenza.

La conoscenza quindi è tutt’uno col proprio accrescimento progressivo. Sarebbe inutile limitarsi ad una analisi statica dell’atto conoscitivo.

Il “realismo critico” di Popper si fonda basilarmente su questa idea, vale a dire sulla constatazione che i punti di vista sulla realtà sono mutevoli, relativi, e dunque storici.

La novità di una concezione di questo tipo rispetto all’idea del neopositivismo è legata al fatto che l’intera epistemologia popperiana si costituisce sull’idea che la scienza è inseparabile dal proprio sviluppo.

Ad una concezione soggettivista, e potenzialmente solipsista quale quella neopositivista, si comincia a sostituire una concezione con un fondamento realistico. Tuttavia, la separazione radicale posta da Popper tra il realismo critico, cui attribuisce solo ed esclusivamente carattere metodologico, ed il realismo metafisico, cui attribuisce carattere ontologico, pur imprimendo una svolta che non tarderà, come vedremo, a fruttificare, depotenzia considerevolmente la portata naturalistica del realismo popperiano.

Popper, a proposito dello iato insanabile tra metodologia realistica ed ontologia realistica, scrive:

“la nostra asserzione – ci sono leggi naturali vere – essendo esistenziale, non fa nemmeno riferimento a qualche legge fisica particolare ma non fa che affermare che almeno una legge di quel tipo è vera…la nostra asserzione assume un carattere metafisico – in parecchi dei molti sensi abituali del termine metafisico, e in un senso in cui può venire usato in antitesi a logico, metodologico o epistemologico…la nostra asserzione, essendo esistenziale, non può essere controllata empiricamente; non è falsificabile; e non è neppure verificabile, poiché nessuna legge lo è. Visto che la nostra asserzione è inconfutabile, possiamo senz’altro descriverla come metafisica, nel senso tecnico in cui il termine è usato nella ‘Logica della scoperta scientifica’…Fortunatamente la ‘Logica della scoperta scientifica’ non era un libro di metafisica…Né lo è questo ‘Poscritto’. Tuttavia nella ‘Logica della scoperta scientifica’ dichiarai che credevo nel realismo metafisico. E vi credo tuttora.”[43]

Mentre il “realismo metafisico”, o ontologico, serve a Popper per porre l’idea regolativa, cioè la verità assoluta, cui tendere perennemente, il “realismo critico”, o metodologico, fonda la sua epistemologia. Questa epistemologia contempla sia una parte descrittiva, basata sullo sviluppo processuale di verisimilitudine, sia una parte normativa, basata sul livello di corroborazione degli asserti di base.

Il carattere normativo del realismo metodologico popperiano traspare chiaramente proprio osservando gli elementi fondamentali che attivano la macchina epistemologica: gli asserti base singolari. Essi, che permetterebbero la falsificazione delle teorie generali, lungi dall’essere verificati induttivamente, debbono all’opposto essere corroborati dagli scienziati. Cosa significa? Ce lo spiega direttamente l’autore viennese:

“tutti i controlli di una teoria, sia che mettano capo alla corroborazione, sia che abbiano come risultato la falsificazione della teoria stessa, devono arrestarsi a qualche asserzione-base o ad altre asserzioni che decidiamo di accettare. Se non perveniamo a nessuna decisione, e non accettiamo l’una o l’altra delle asserzioni-base, il controllo non ci avrà condotto da nessuna parte. Ma considerata da un punto di vista logico, la situazione non è mai tale da costringerci ad arrestarci a questa particolare asserzione-base piuttosto che a quell’altra, o addirittura da costringerci a rinunciare al controllo. Infatti qualsiasi asserzione-base può a sua volta essere controllata usando come pietra di paragone qualunque asserzione-base che possa essere dedotta da essa, con l’aiuto di qualche teoria: sia di quella che si deve controllare sia di un’altra teoria.”[44]

In altri termini l’accettazione o meno degli asserti-base, da cui dipende la sorte delle teorie, fa capo ad una decisione dello scienziato anziché ad una qualche forma di dimostrazione empirica. Lo status degli asserti-base è convenzionale.

Tenendo presente che l’unica dimostrazione ammessa da Popper è la deduzione logica, che vige solamente tra asserti ma non tra asserti ed esperienze, risulta quanto meno ambigua sia la natura degli asserti-base che, con essi, la stessa metodologia popperiana.

L’ambiguità consta nel collegamento, che Popper mutua dal positivismo logico, tra esperienza e asserti-base. Infatti, mentre da una parte si conferma la posizione empirista secondo la quale l’esperienza fornisce la base per le teorie scientifiche, dall’altra si afferma che le esperienze possono solo fornire ragioni per l’accettazione di determinati asserti-base, ma non possono dimostrarli. Questo inocula un tarlo di convenzionalità e normatività, in seno all’immagine di Popper del processo scientifico, che destruttura tutta l’impalcatura logicista eretta sul ruolo del “modus tollens” della falsificazione rispetto alla verificazione, e sullo status peculiare degli asserti-base nella metodologia scientifica.

Popper, che costruisce la propria epistemologia su fondamenta che denunciano debiti consistenti nei confronti del positivismo logico, in particolare nell’enfasi posta sul ruolo della logica formale nella filosofia della scienza, e sulla funzione importante attribuita comunque all’osservazione e a qualche insieme di asserti collegati strettamente con l’osservazione, nell’affermare l’oggettività della scienza fa emergere alla fine una rappresentazione dell’impresa scientifica nuova. In questa novità si esprime la natura di transizione della raffigurazione dell’impresa scientifica da parte di Popper. Egli infatti compie una riflessione:

“…in cui il giudizio della comunità scientifica svolge un ruolo ben maggiore rispetto all’applicazione di regole formali e di criteri effettivi, ed in cui la teoria e l’osservazione cooperano ad un livello assai più paritario nella costruzione della scienza.”[45]

Tuttavia, il livello di coscienza sviluppato dall’autore viennese della natura transitoria e di frontiera della propria epistemologia non doveva essere particolarmente elevato in lui. Non solo perché, in ogni caso, egli non portò mai a compimento questo passaggio, ma anche perché, come abbiamo visto, per sostenere la propria riflessione dualistica fu costretto a separare il suo realismo in un “a priori” e in un “a posteriori”, in ontologia (metafisica), e in metodologia (critica). Questo lo portò a distinguere la sua eredità neopositivista, e quindi idealistica, espressa nella ricerca di una formula logica (il falsificazionismo) in grado di consentirgli di decodificare il mondo, dal riconoscimento realistico della dinamicità, della processualità, e della normatività interna della sedimentazione scientifica.

Se, per assurdo, Popper avesse compiuto una ricognizione più profonda e meno ideologicamente orientata del materialismo (vale a dire se egli non fosse stato ciò che è stato), sarebbe potuto giungere ad una risoluzione del problema ontologico del materialismo differente rispetto al realismo metafisico.

Avrebbe potuto acquisire coscienza piena della natura peculiare della propria epistemologia, e avrebbe potuto  riunire neopositivismo e nuova filosofia della scienza, realismo metafisico e realismo metodologico.

“Sussiste infatti la possibilità di affermare, come ad esempio fa il materialismo dialettico, che la conoscenza scientifica è conoscenza di una realtà che esiste indipendentemente dall’atto conoscitivo stesso, che cioè non viene costituita dallo stesso processo del pensiero, e tuttavia abbinare a questa ‘professione di fede’ materialistica il riconoscimento del fatto che la struttura di questa realtà non può essere afferrata a priori, entro le categorie di un qualche sistema filosofico, ma soltanto attraverso una serie di approssimazioni successive prodotte dalla comunità scientifica nel corso del tempo.”[46]

L’ambiguità della filosofia di Popper, dovuta alla sua natura di frontiera, fa si che nel corso del tempo essa venga interpretata in due maniere contrapposte generando quasi due diverse filosofie che, mutuando la terminologia di H.Brown, possiamo definire: “falsificazionismo stretto” (o “ingenuo”, come vedremo lo chiamerà Lakatos), e “falsificazionismo modificato”.[47]

La possibilità di interpretazioni differenti dell’opera epistemologica di Popper consta comunque non solo nella sua ambiguità intrinseca, ma anche nelle letture successive effettuate da chi pretende di renderla, di volta in volta, più affine al positivismo logico piuttosto che alla nuova immagine della filosofia della scienza.

Al di fuori, e al di là, di questi due campi contrapposti che svilupperemo successivamente vi è anche chi ha tratto conseguenze estreme dall’opera di Popper arrivando ad ipotizzare, nel quadro di una epistemologia anarchica, l’assoluta impossibilità di poter identificare con sicurezza un metodo scientifico e costruendo, su queste basi, una filosofia della scienza autodissolvente: tutto va bene!

II.3.
FEYERABEND:
PROLIFERAZIONE TEORICA E ANARCHISMO METODOLOGICO

Il problema costante nella varietà delle teorie metodologiche: dall’empirismo classico, al neopositivismo, al falsificazionismo, è quello delle asserzioni con cui controlliamo le ipotesi o teorie scientifiche. Almeno parte del controllo è costituito sempre dal confronto tra l’ipotesi e determinati dati osservativi.

Se per i fautori dell’empirismo le asserzioni-base sono originarie, sia in senso logico che cronologico, in quanto esprimono le nozioni elementari su cui si fonda la conoscenza.

Se per la concezione del positivismo logico le asserzioni-base sono fondamentali solo in senso logico, come registrazioni semplici (protocolli) di esperienze immediate.

Per la filosofia della scienza delle congetture e confutazioni di Popper le asserzioni-base non sono basilari né in senso cronologico, in quanto la conoscenza non inizia da impressioni semplici ma da aspettazioni generali, né in senso logico, poiché ogni descrizione, anche la più elementare, trascende, per i termini disposizionali che contiene, i dati cui si riferisce. “Base”, nella prospettiva popperiana, va inteso in senso metodologico; si riferisce a “osservazioni sufficientemente semplici che si decide di accettare per il controllo delle ipotesi scientifiche”.[48] Questa concezione fa nascere immediatamente un dilemma: le asserzioni-base, dipendono o no dalle teorie?

È chiaro che le asserzioni-base, controllando le teorie, devono essere indipendenti da esse, ma d’altro canto, essendo anche interpretazioni di dati alla luce di teorie, devono altresì dipendere dalle stesse. La soluzione realistica a questo dilemma, che fa capolino in mezzo al criticismo di stampo neopositivistico della filosofia della scienza di Popper, è che le asserzioni-base devono essere controllate e accettate intersoggettivamente. Tuttavia questa soluzione nel momento in cui assume radicalmente la pervasività ed onnicomprensività dell’interpretazione teorica del mondo, ed associa ad essa l’assenza di punti fermi induttivamente definiti, comporta, come conseguenza necessaria, l’incommensurabilità delle teorie scientifiche.

Feyerabend coniuga in tre tesi questa incommensurabilità.

1) Due teorie scientifiche, facenti capo a sistemi di pensiero differenti, sono incommensurabili in quanto usano concetti incommensurabili fra loro. Teoria della varianza di significato.

2) Due teorie scientifiche sono incommensurabili perché gli individui che le affermano, oltre a usare concetti diversi, hanno anche percezioni (o esperienze) diverse.

3) Due teorie scientifiche sono incommensurabili perché fanno riferimento a metodi specifici, ed inevitabilmente differenti, di ricerca e di comprensione dei risultati.

Queste tre tesi sulla incommensurabilità delle teorie scientifiche conducono Feyerabend alla metodologia anarchica che lo contraddistingue.

Se non è più possibile, dopo il razionalismo critico, determinare oggettivamente un criterio logico in grado di consentire una scelta completamente razionale tra teorie alternative poiché vi sono componenti valutative irriducibili razionalmente.

Se non è più possibile giustificare la preferenza epistemologica per una teoria piuttosto che per un’altra poiché il metodo induttivo, che consente questa giustificazione all’empirismo, è smantellato.

Non si può escludere che regole differenti, rispetto a quelle del razionalismo critico, conducano ugualmente ad un progresso scientifico. Da qui prende l’abbrivio la riflessione di Feyerabend secondo la quale l’unica regola di metodo accettabile è che non vi devono essere regole di metodo: tutto va bene!

Egli propone una metodologia che controinduttivamente ipotizza e accetta solo teorie in contrasto con l’esperienza. L’epistemologia da cui origina afferma che i fatti, essendo in ultima analisi teorici, hanno scarso o nullo peso per giudicare il valore delle teorie.

“La scienza è un’impresa essenzialmente anarchica…‘La storia in generale, la storia delle rivoluzioni in particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia, più multilaterale, più viva, più astuta’ [‘L’estremismo, malattia infantile del comunismo’ -Lenin- citato nel testo] di quanto possano immaginare anche il migliore storico e il miglior metodologo.”[49]

Come abbiamo visto, considerando la seconda tesi di Feyerabend sull’incommensurabilità delle teorie scientifiche, egli fa propria l’argomentazione secondo cui, attraverso la teorizzazione scientifica, noi non solo interagiamo con la realtà, ma giungiamo a determinarla influenzando anche la maniera in cui essa, tramite l’esperienza, risponde alle nostre sollecitazioni.

Feyerabend attribuisce un carattere onnipervasivo alle assunzioni teoriche tale per cui la possibilità di controllo assegnata tradizionalmente alla esperienza scompare determinando una “scienza senza esperienza”, cioè una scienza anarchica nella quale mancano regole di valutazione assolute.

Il filosofo anarchico ritiene che la sola maniera per considerare principi onnicomprensivi è quella di metterli a confronto con un insieme differente di principi egualmente onnicomprensivi. Per giudicare dell’adeguatezza di una teoria o ipotesi scientifica occorre confrontarla con un’altra teoria o ipotesi differente. Nella misura in cui una scienziato sia interessato ad ottenere un contenuto empirico il più esaustivo possibile adotterà una metodologia pluralistica tesa a confrontare teorie con altre teorie anziché con “l’esperienza”, o con “dati”, o “fatti”.

“In questo modo il sapere di oggi può diventare la favola di domani e il mito più risibile può finire col rivelarsi l’elemento più solido della scienza.”[50]

Ma allora, ci si domanda, come possiamo scegliere tra teorie in competizione?

La risposta di Feyerabend chiama in causa i desideri soggettivi. La scienza, al suo livello più avanzato, restituisce all’individuo la piena libertà di scelta. Una scelta che si effettua in base a giudizi estetici, a pregiudizi metafisici, a desideri religiosi, o in base a ciò che più aggrada.

La scienza, a parere di Feyerabend, è “molto più vicina al mito di quanto una filosofia scientifica sia disposta ad ammettere”.[51]

Pensare che la scienza debba rispondere a leggi fisse e universali è irrealistico e dannoso. È irrealistico perché considera semplicisticamente le circostanze che causano uno sviluppo. È dannoso perché trascura le complesse influenze fisiche e storiche che incidono sul processo scientifico.

Feyerabend afferma che, contrariamente a quanto pensa Popper, la grande maggioranza degli scienziati reagisce ad un attacco portato alle proprie idee trincerandosi all’interno del proprio sistema come se fosse tabù. Le convenzioni di base vengono protette da ipotesi ad hoc mentre tutto ciò che non si adatta al sistema viene dichiarato incompatibile ed inesistente. La scienza sarebbe impossibile senza questo dogmatismo che la fa somigliare al mito.

Feyerabend giunge ad affermare che “la separazione di scienza e non scienza è non soltanto artificiale ma anche dannosa per il progresso della conoscenza”.[52]

Come abbiamo visto il razionalismo critico di Popper prospera sull’idea di falsificazione. La falsificazione di una teoria scientifica si effettua esibendo un fatto che ne contraddica qualche derivazione logica.

D’altra parte il razionalismo critico afferma la teoreticità delle osservazioni. Così esso, se per un verso richiede la distinzione tra linguaggio teorico e linguaggio osservativo andando in direzione di un realismo metafisicamente fondato, per l’altro verso nega questa distinzione muovendosi in direzione di un convenzionalismo e di un teoreticismo criticamente fondato.

Feyerabend individua e critica nel lavoro di Popper il concetto empirista residuale di un linguaggio neutrale in grado di mettere in comunicazione teorie confliggenti per poter decidere quale falsificare. Non sembra rendersi conto però che compie questa critica sfruttando, in base alla tesi dell’incommensurabilità di teorie rivali, l’idea complementare del razionalismo critico inerente la teoreticità delle asserzioni; questa idea è inserita poi in un quadro metodologico riaffermato, anche se depotenziato, ad una sola regola: tutto va bene!

Ciò che riteniamo sia realmente importante nel discorso epistemologico di Feyerabend, al di là dei formalismi metodologici, è il ruolo nuovo, nello sviluppo scientifico, attribuito al dogmatismo delle comunità degli scienziati.

Lo sviluppo dell’impresa scientifica viene osservato dal filosofo anarchico non solo dal punto di vista logico-formale, ma anche dal punto di vista storico processuale, cambiando sostanzialmente la prospettiva neopositivista.

Come vedremo Feyerabend non è stato il primo ad illuminare chiaramente questo aspetto, prima e meglio di lui Kuhn impostò tutta la propria opera su tale questione.

Ciò che ora ci interessa considerare tuttavia è l’opera di Lakatos. Se Feyerabend portò alle estreme conseguenze il criticismo presente nel razionalismo critico, Lakatos ne esplorò fino in fondo la metodologia razionalistica, definendo meglio le opportunità del “falsificazionismo modificato” per la filosofia della scienza.

II.4.
LA METODOLOGIA DEI PROGRAMMI
DI RICERCA SCIENTIFICI DI LAKATOS

Secondo le regole del metodo scientifico di Popper le teorie sono congetture o ipotesi proposte dallo spirito creativo della scienziato. Queste congetture non trovano legittimità per mezzo di conferme basate sull’esperienza ma tramite la controllabilità. Una teoria si dice corroborata, e transitoriamente accettata, nella misura in cui superi i tentativi di falsificazione, altrimenti viene confutata. Nel momento in cui una teoria viene confutata da asserzioni-base di controllo (non dati osservativi ma osservazioni teoriche), essa viene anche rifiutata tramite una decisione intersoggettiva. Questo implica una rivoluzione teorica permanente che, non prevedendo la sostituzione immediata della teoria rifiutata, comunica l’immagine di uno sviluppo scientifico fondato su interregni di vuoto teorico e propone un criterio di demarcazione troppo suscettibile di interpretazioni soggettive. Infatti, una volta accettato il carattere teorico dell’osservazione, il controllo si riduce a mettere a confronto ipotesi teorica e osservazione teorica acquisendo una valenza marcatamente pragmatica e poco oggettiva.

L’esigenza formalistica di trovare un algoritmo logicamente fondato che consenta di decidere in modo oggettivo spinge Popper a tentare due strade per superare questa difficoltà.

La prima strada battuta dall’epistemologo viennese consiste nel tentativo di stabilire, recuperando un criterio quasi induttivistico, una classificazione gerarchica dei gradi di teoreticità in modo tale da isolare una classe di enunciati relativamente osservativi (conoscenza di sfondo) che possano agire criticamente sulle teorie. Questa strada si imbatte subito nella critica convenzionalistica e olistica di Duhem e Quine che, affermando l’impossibilità di controllare isolatamente una teoria, nega la plausibilità di qualsiasi criterio logico in grado di individuare un’ipotesi che possa agire su altre ipotesi.

La seconda strada percorsa da Popper tenta di rispondere alle aporie della rivoluzione teorica permanente affermando che una confutazione non implica necessariamente un rifiuto immediato della teoria confutata. Una teoria potrebbe essere salvata, tramite aggiustamenti e dogmatismi, fino a quando non se ne sia trovata un’altra con un contenuto di verosimiglianza superiore rispetto alla precedente.

Scrive Popper nel 1963 che una teoria andrà rifiutata se e solo se verrà sostituita da:

“…una nuova teoria capace di spiegare certi fatti sperimentali, alcuni dei quali erano spiegati efficacemente dalle teorie precedenti; altri che queste non erano in grado di spiegare; e altri da cui esse finirono in effetti falsificate.”[53]

Vedremo come Lakatos percorra proprio questa strada, aperta da Popper, per tentare di conciliare il falsificazionismo con alcune istanze del pensiero di Kuhn allo scopo di rendere conto della concreta pratica scientifica emergente dagli studi di storia della scienza.

Lakatos infatti, ha caratterizzato la propria filosofia della scienza sia come risposta in termini popperiani alla sfida lanciata da Feyerabend all’idea di razionalità scientifica, sia come opposizione, stavolta in accordo con Feyerabend, “all’orientamento aprioristico della filosofia della scienza tradizionale”.[54]

Per Lakatos le teorie metodologiche devono essere ancorate allo sviluppo storico della scienza reale. Egli trasforma la metodologia in una disciplina “quasi empirica” in cui le “asserzioni relativamente singolari”, o “giudizi di base”, sui quali la “élite scientifica”[55] concorda, costituiscono un criterio di demarcazione tra scienza e pseudoscienza valido quanto i dati sperimentali in una scienza empirica.

La storia della scienza diviene dunque il luogo di controllabilità delle metodologie in competizione.

“L’idea di base di questo tipo di critica è che tutte le metodologie funzionano come teorie (o programmi di ricerca) di carattere storiografico (o metastorico) e possono essere criticate criticando le ricostruzioni razionali della storia cui esse conducono.”[56]

Il risultato di questa critica non produrrà la storia della scienza come essa è realmente stata, ma solo la “storia interna” di una crescita scientifica che tralascia fattori economici, psicologici, e sociali, non riconducibili al mondo della conoscenza oggettiva o terzo mondo di Popper. Questa “storia interna” costituirà quindi una riflessione incompleta e alterata della storia reale, che tuttavia, a parere di Lakatos, potrà far emergere la “razionalità della scienza”.

Anche se Lakatos afferma che “l’internismo radicale è utopistico e, come teoria della razionalità, autodistruttivo”,[57] tuttavia, sulle orme di Popper e del positivismo logico, anch’egli ritiene che le migliori ricostruzioni della scienza, allo scopo di dar conto della commensurabilità e controllabilità delle teorie, amplifichino il ruolo dei fattori interni (razionali), riducendo il ruolo dei fattori esterni (socio-psicologici).

Questo ripropone un formalismo che, pur tenendo conto del dato della esistenza, piega la storia concreta alle esigenze della ricostruzione razionale.

La metodologia dei programmi di ricerca di Lakatos, pur aggiungendo una spruzzata di storiografia della scienza, ripropone sostanzialmente come immagine dello sviluppo scientifico il falsificazionismo popperiano basato sul “modus tollens” ipotetico deduttivo. La novità di Lakatos consiste nel considerare dinamicamente e non staticamente questa teoria escogitandone una rappresentazione che dal falsificazionismo dogmatico giunge al falsificazionismo sofisticato dei programmi di ricerca scientifici[58].

Per il falsificazionismo dogmatico “anche se la scienza non può dimostrare” alcuna teoria “essa può refutare”.[59] La scienza, per il falsificazionista dogmatico, “cresce rovesciando una dopo l’altra le teorie con l’aiuto di fatti puri e semplici”.[60]

Il falsificazionismo metodologico si differenzia dal falsificazionismo dogmatico in quanto teoria della conoscenza attivista, e quindi convenzionalista. Esso sostiene che il valore di verità delle asserzioni-base, che decidono della sorte di una teoria, non può essere inferito dai fatti ma può essere deciso. “Il falsificazionista metodologico o convenzionalista rivoluzionario rende infalsificabili con un fiat alcune asserzioni singolari”, le definisce “osservative”, ma non seriamente poiché la scelta di tali asserzioni “è frutto di una decisione”, e quindi, per mezzo di “un secondo tipo di decisione separa l’insieme delle asserzioni di base accettate dalle altre”,[61] considerandole “conoscenza di sfondo” non problematica in grado di falsificare le ipotesi teoriche.

Il falsificazionista metodologico sa benissimo che “le decisioni giocano un ruolo essenziale nella metodologia come in qualunque forma di convenzionalismo”,[62] tuttavia egli si assume la responsabilità di rischiare di andare fuori strada come prezzo da pagare perché sia possibile il progresso.

Secondo Lakatos vi sono almeno due caratteristiche, che accomunano il falsificazionismo dogmatico e il falsificazionismo metodologico, che sono in aperto contrasto con l’effettiva storia della scienza.

La prima è che per entrambe le metodologie un controllo si riduce ad una battaglia a due fra teoria ed esperimento.

La seconda è che il solo risultato interessante di tale confronto è la falsificazione conclusiva.

La storia della scienza oppone a riguardo che: i) i controlli sono lotte non a due, ma almeno a tre fra teorie in competizione e l’esperimento; ii) il confronto non porta sempre ad una falsificazione ma spesso, “prima facie”, ad una conferma.

La versione sofisticata di falsificazionismo che illustra Lakatos fornisce, rispetto al “falsificazionismo ingenuo”, una interpretazione differente sia del criterio di demarcazione che del criterio di falsificazione.

Il falsificazionista sofisticato, per quanto riguarda il criterio di demarcazione, ritiene una teoria “scientifica” solo “se ha un maggiore contenuto empirico corroborato rispetto alla teoria precedente (o rivale), cioè soltanto se porta alla scoperta di fatti nuovi”.[63]

Per quanto riguarda il criterio di falsificazione invece, il falsificazionista sofisticato ritiene una teoria T falsificata se e solo se è stata proposta una teoria T’ che: 1) ha contenuto empirico addizionale rispetto a T, cioè predice fatti nuovi; 2) spiega il precedente successo di T; 3) parte del suo contenuto addizionale è corroborato.

Questa versione sofisticata di falsificazionismo, a differenza di quella ingenua, ha il pregio di riuscire a rispondere plausibilmente alla affermazione della critica convenzionalistica secondo la quale nessun risultato sperimentale isolato può mai abbattere una teoria che può sempre essere salvata, o per mezzo di qualche ipotesi ausiliare, o per mezzo di opportune reinterpretazioni dei suoi termini.

Già Popper, concordando con i convenzionalisti, “riconosce che il problema è come distinguere fra gli aggiustamenti scientifici e quelli pseudoscientifici”,[64] o come egli li definisce “ipotesi ad hoc”, “stratagemmi convenzionalistici”. A parere di Lakatos, questo può essere realizzato solamente valutando serie di teorie e non teorie isolate.

Come scrive Lakatos:

“non è dunque vero che proponiamo una teoria e la natura può gridarci il suo NO; proponiamo piuttosto un labirinto di teorie e la natura può gridarci INCOMPATIBILI.”[65]

Questo spiega il motivo per cui non esistono quegli esperimenti cruciali, tanto cari al falsificazionismo ingenuo, che possono “rovesciare istantaneamente un programma di ricerca”.[66] “Gli esperimenti cruciali sono considerati come tali solo dopo decenni”.[67]

Ma se per rifiutare definitivamente le congetture scientifiche non esistono esperimenti cruciali, e se stabilire il superamento di un programma di ricerca da parte del suo rivale è un processo così lungo, difficoltoso, ed alla fine aleatorio come ha rilevato bene Feyerabend,[68] la domanda che ci si pone è: esistono strumenti normativi, una razionalità interteorica, che possano decidere una volta per tutte lo status di un programma di ricerca o di un’ipotesi teorica?

La risposta che ci sentiamo di poter dare, sulla scorta dell’analisi delle metodologie critiche fin qui svolte è no!

II.5.
IL RUOLO DELLA STORIA DELLA SCIENZA
NELL’EPISTEMOLOGIA CONTEMPORANEA

Nella misura in cui la nostra conoscenza della natura è limitata ai risultati della ricerca scientifica, vale a dire ad una rappresentazione teorica, ad una immagine della natura, anche la nostra conoscenza degli eventi passati è limitata ai risultati della ricerca storica, che non sono il passato, ma solo una sua interpretazione teorica. Se questo è vero la storia della scienza non può aiutarci a risolvere specifici problemi scientifici, ma può farci capire meglio la scienza contemporanea inquadrandola nel suo contesto sociale. Essa ci può ricordare che le manifestazioni attuali della scienza non sono uniche e assolute ma derivano, fra molte alternative, da una selezione socialmente condizionata. Non solo:

“…è la storia della scienza, più di ogni altra disciplina, inclusa la filosofia, che ci ha insegnato che il metodo scientifico, percepito come dottrina assoluta e canonizzata è un artificio.”[69]

Lo stesso concetto di razionalità è soggetto a sua volta a fluttuazioni storiche e culturali che impediscono di valutare gli eventi storici in base a standard moderni di razionalità.

Come abbiamo visto i filosofi della scienza trattati fino ad ora hanno idee difformi riguardo la storia della scienza.

Popper ritiene che una corretta spiegazione storica possa ricostruire normativamente, per dimostrarne la razionalità intrinseca, unicamente l’azione di un singolo individuo. Egli rifiutando come pseudo-spiegazioni quelle basate sugli “interessi sociali” o sul “contesto intellettuale”, abbraccia l’individualismo metodologico; non considera che una interpretazione fa comunque da cuscinetto e che quindi è impossibile accedere empiricamente a fenomeni storici individuali.

Molti fenomeni collettivi non possono essere ridotti, pena una spiegazione imperfetta, a semplici basi fenomeniche individualistiche.

Feyerabend intende correttamente, a nostro parere, il ruolo della ricerca storica quando, basandosi sulla storia della scienza, confuta l’idea che esista un metodo razionale assoluto alla guida dell’attività scientifica. Ricade però nello stesso errore di Popper immediatamente dopo quando, al posto di un metodo razionale, pone un non-metodo anarchico con le stesse caratteristiche.

Lakatos, pur parafrasando un motto kantiano,[70] suddivide la storiografia della scienza in “storia interna” e “storia esterna” relegando l’interpretazione storica in secondo piano come semplice strumento di controllo delle metodologie scientifiche.

La storia della scienza, con diverse gradazioni, viene trattata da tutti e tre gli epistemologi che abbiamo considerato come un’ancella della filosofia. Essa entra in gioco unicamente per sostenere o per controllare la filosofia della scienza senza mai ricoprire un ruolo centrale nella riflessione epistemologica. Questa dottrina esprime una divaricazione netta tra contesto della scoperta (ordo inveniendi), e contesto della giustificazione (ordo demonstrandi). Il filosofo, secondo questa tesi, ha a che fare solo con questioni logiche che sorgono successivamente alla formulazione di una teoria scientifica. Il processo storico, attraverso il quale uno scienziato ipotizza una teoria, non riguarda il filosofo, ma solo il sociologo e lo psicologo.

La filosofia della scienza di cui è interprete principale Thomas Kuhn invece, istituendo una ricostruzione della pratica scientifica come attività volta a risolvere problemi concreti, riunifica contesto della giustificazione e contesto della scoperta, contesto logico e contesto storico, in modo tale che difficilmente è possibile tracciare una linea retta che li divida.

II.6.
LA SCIENZA PER PARADIGMI

L’approccio di Kuhn alla filosofia della scienza, diversamente da quello dei filosofi neopositivisti logici e criticisti che esaltano l’importanza normativa della mediazione logico-linguistica, è caratterizzato da una stretta combinazione di elementi normativi e descrittivi. Questi elementi, cercando di far coincidere il “dover essere” degli scienziati con la loro effettiva pratica scientifica rintracciata nella storia della scienza, sottolineano la sostanziale incommensurabilità logico-linguistica delle teorie.

“La storia – si continua troppo spesso a ripetere – è una disciplina puramente descrittiva…tuttavia, almeno alcune delle mie conclusioni appartengono tradizionalmente alla logica o alla epistemologia…Lungi dall’essere distinzioni logiche o metodologiche elementari, le quali sarebbero così anteriori all’analisi della conoscenza scientifica, esse appaiono ora parti integranti di un insieme tradizionale di risposte sostanziali, date proprio a quelle questioni sulle quali esse sono state proiettate…Se il loro contenuto deve essere qualcosa di più di una pura astrazione, allora quel contenuto va scoperto osservandole quando vengono applicate ai dati che esse hanno il compito di elucidare.”[71]

Kuhn mette in discussione sia l’immagine classica della scienza degli empiristi basata sulla prospettiva linguistica, sia l’immagine della scienza di Popper basata sulla fondazione ontologica della logica della scoperta, o terzo mondo di teorie oggettive autonome dai soggetti conoscenti. Egli, considerando la scienza non solo come pura attività speculativa ma come attività controllata da domande esterne ad essa, parte dall’analisi sociologica di comunità scientifiche storicamente determinate. Queste comunità, educandosi ed esercitandosi su manuali che espongono la teoria riconosciuta come valida, fondano la loro prassi scientifica sui risultati raggiunti dalla scienza precedente.

Il patrimonio teorico-pratico condiviso dalle comunità scientifiche viene definito da Kuhn “paradigma”. Scrive Kuhn che:

“le discussioni tradizionali sul metodo scientifico hanno cercato di trovare un insieme di regole che permettessero ad ogni singolo individuo che le applicava di produrre vera conoscenza. Ho tentato di insistere invece sul fatto che per quanto la scienza venga praticata da singoli, la conoscenza scientifica è intrinsecamente un prodotto di gruppo e che non possono essere comprese né la sua peculiare efficacia né le sue modalità di sviluppo senza fare riferimento alla natura particolare dei gruppi che la producono.”[72]

Su queste basi Kuhn individua una immagine dell’impresa scientifica di carattere ciclico che presenta partizioni dinamiche di consensualità-crisi-rivoluzione-nuova consensualità.

II.6.1. La scienza normale

La consensualità raggiunta in una comunità scientifica determinata su un paradigma, istituisce la “scienza normale”. Essa consente di forzare la natura entro le categorie rigide del paradigma attraverso la risoluzione dei fenomeni e delle teorie (“rompicapo”) che il paradigma stesso fornisce.

Gli scienziati non hanno mai a che fare direttamente con l’oggetto d’indagine ma lo analizzano sempre e soltanto attraverso la mediazione di una Gestalt unificante (“paradigma” o “matrice disciplinare”). La “scienza normale”, consentendo di studiare una parte della natura approfonditamente, opera così in una area di ricerca limitata che, senza avere di mira la produzione di novità fondamentali, obbliga a concentrare l’attenzione.

Una comunità scientifica acquista con un paradigma “un criterio per semplificare i problemi che nel tempo in cui si accetta il paradigma sono ritenuti solubili”. Questi problemi sono gli unici “che la comunità ammetterà come scientifici”.[73] Ciò che interessa i ricercatori dopotutto non è il risultato, che si può anticipare con precisione, ma la strada che conduce a quel risultato.

“Portare un problema della ricerca normale alla sua conclusione equivale ad ottenere ciò che si è anticipato in un modo nuovo, e ciò richiede la soluzione di tutta una serie di complessi rompicapo strumentali, concettuali e matematici. Colui che riesce nell’impresa si dimostra un esperto solutore di rompicapo, e la sfida del rompicapo è una parte importante delle ragioni che di solito lo spingono avanti.”[74]

Kuhn, fondando la “scienza normale”, e la scienza in generale sui casi esemplari, porta alla luce quel lato pratico-operativo della scienza che Popper svaluta come “techne” strumentalista priva di importanza. A giudizio di Popper infatti, come ricordiamo, la scienza è composta da “doxai” in perenne rivolgimento.

La “rivoluzione permanente” delle teorie non è a parere di Kuhn un’immagine fedele dell’impresa scientifica, bensì rappresenta un “imperativo ideologico” verso cui tendere. Kuhn ritiene che sia necessario: “vivere entro i nostri quadri concettuali ed esplorarli, prima di poterli spezzare”.[75]

Le rivoluzioni non possono rappresentare l’intera impresa scientifica: “tra una rivoluzione e l’altra deve necessariamente capitare qualcosa di diverso”.[76] L’esistenza di una scienza normale risolutrice di rompicapo è il naturale corollario dell’esistenza delle rivoluzioni.

Su questo punto le metodologie di Kuhn e di Popper divergono risolutamente. Se il secondo  sostiene che lo scienziato dovrebbe essere sempre critico promuovendo continuamente la proliferazione di teorie alternative, il primo ritiene che questo tipo di strategia vada proposto solo nei momenti di crisi dei paradigmi. Secondo Kuhn:

“…per capovolgere il punto di vista di Popper, è proprio l’abbandono del discorso critico che segna la transizione a una scienza. Una volta che un settore ha compiuto questa transizione, il discorso critico riappare solo in momenti di crisi quando le basi del settore sono di nuovo in pericolo. Soltanto quando devono scegliere tra teorie concorrenti gli scienziati agiscono come filosofi.”[77]

È nelle protoscienze come le arti, la filosofia e le scienze sociali in genere (tranne l’economia), che la discussione sui fondamenti è sempre aperta. Nelle scienze mature come la fisica, la chimica ecc., la critica si riserva unicamente per i periodi di crisi.

Kuhn non esplicita le motivazioni che conducono alla transizione da protoscienza a scienza matura ed al potenziamento conseguente della “scienza normale”. Tuttavia queste motivazioni possono essere estrapolate dalla riflessione complessiva dell’epistemologo statunitense. Scrive a questo proposito Luca Nutarelli:

“…si potrebbe ipotizzare che la maturazione di una scienza proceda di pari passo con una crescente domanda esterna. Se fosse così le precoci maturazioni della geometria, della matematica e della astronomia troverebbero spiegazione nelle necessità di misurazioni adeguate per i terreni agricoli e di calendari accettabilmente precisi…L’elemento della previsione che caratterizza fortemente il concetto di maturità è quindi da supporsi essersi sviluppato in corrispondenza di una domanda esterna forte in senso di impiego sociale della scienza.”[78]

Se questo è vero la ricerca normale, come attività risolutrice di rompicapo determinati da una forte domanda sociale, “è un’impresa altamente cumulativa” che estende “stabilmente la portata e la precisione della conoscenza scientifica”.[79]

La ricerca scientifica tuttavia, non è solo “scienza normale”; essa trova continuamente novità di fatto o teoriche.

Come si può conciliare il fatto che una ricerca governata da un paradigma introduca cambiamenti di paradigma?

Come può essere che la “scienza normale”, tendente a sopprimere le novità, sia così efficace nel farle nascere?

Kuhn risponde che un’anomalia è distinguibile unicamente su uno sfondo paradigmatico il più possibile definito. Possiamo renderci conto della comparsa di una anomalia, potenzialmente distruttrice di un paradigma, solamente nella stessa maniera in cui, per esempio, dopo che maniacalmente ed un po’ ottusamente risistemiamo quotidianamente la nostra scrivania, ci rendiamo conto che una determinata penna non è al proprio posto o la punzonatrice è in un altro cassetto. Quanto più preciso è un paradigma “tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di una anomalia e quindi di un occasione per cambiare il paradigma”.[80]

La resistenza al cambiamento, o nella terminologia popperiana “dogmatismo”, garantisce che quando sorge una anomalia rilevante prima di tutto si cerchi, tramite una riformulazione del paradigma, di inglobare l’anomalia. Solamente in un secondo tempo, nel caso in cui questo “stratagemma convenzionalistico” non dovesse riuscire e dovessero sommarsi altre anomalie, subentrerebbe una crisi che metterebbe in discussione complessivamente l’insieme di conoscenze acquisite, il paradigma intero.

II.6.2. Le rivoluzioni scientifiche

Lo studio storico dello sviluppo scientifico, secondo Kuhn, non ha mai confermato che l’invalidazione di una teoria si concretizzi in base a quelli che egli chiama “stereotipi metodologici” quali l’empirismo o il popperismo, bensì attraverso il confronto tra paradigmi alternativi. A suo parere una teoria scientifica non viene respinta mettendo a confronto la teoria stessa con la natura come crede l’empirismo, e nemmeno confrontando asserti-base (teoria osservativa) e conoscenza di sfondo (teoria interpretativa) come crede Popper, ma decidendo di abbandonare un paradigma per accettarne un altro.

Certo si può pensare che l’attività di far combaciare il più possibile teorie e fatti compiuta dalla “scienza normale” equivalga alla ricerca di prove che consentano di confermare o di invalidare le sue teorie. Ma al contrario, in realtà, secondo l’epistemologo statunitense, l’obiettivo di questa ricerca è solo quello di risolvere rompicapo che esistono solamente perché si accetta la validità di un paradigma.

Se lo scienziato non è in grado di risolvere un rompicapo non è la teoria di riferimento che viene invalidata, come crede Popper, ma la capacità risolutrice del ricercatore, la sua preparazione specifica.

Solamente quando gli scienziati sono messi di fronte ad una serie di anomalie che conducono ad una crisi muta il loro atteggiamento nei confronti dei paradigmi esistenti. In quel momento emerge improvvisamente, come riflessione di un singolo scienziato immerso nella crisi e molto spesso giovane, il nuovo paradigma. È così che, secondo Kuhn, si compiono le rivoluzioni scientifiche. Esse sono:

“…episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.”[81]

L’aspetto fondamentale delle rivoluzioni scientifiche consiste:

“…nella trasformazione della struttura concettuale attraverso la quale gli scienziati guardano al mondo.”[82]

Kuhn, sulla base di una ricerca storica e sociologia approfondita, sente di dover confutare la concezione della scienza fondata sull’epistemologia empirista dominante secondo la quale essa sarebbe una costruzione cumulativa innalzata su dati sensibili. Egli ritiene che solo la “scienza normale” sia cumulativa.

La nuova scoperta non compare affinando indefinitamente gli strumenti offerti da un paradigma, ma quando le previsioni sulla natura, interne ad un quadro concettuale, si rivelino errate mettendo in discussione il “paradigma” condiviso. Secondo Kuhn:

“paradigmi successivi ci dicono cose differenti sugli oggetti che popolano l’universo e sul comportamento di tali oggetti…giacché essi sono rivali, non solo alla natura ma anche alla scienza precedente che li ha prodotti. Essi determinano i metodi, la gamma di problemi, e i modelli di soluzione accettati da una comunità scientifica matura di un determinato periodo. Ne consegue che l’accoglimento di un nuovo paradigma spesso richiede una nuova definizione di tutta la scienza corrispondente.”[83]

Questo comporta che durante una rivoluzione al mutato quadro paradigmatico corrisponde una mutazione del nostro modo di vedere il mondo. Ad una evoluzione paradigmatica faccia seguito, sic et simpliciter, una nuova e diversa realtà.

Anche quando osservano le stesse cose con gli stessi strumenti di prima gli scienziati coinvolti in una rivoluzione vedono cose nuove e diverse, quasi come se, afferma Kuhn, fossero trasportati su un altro pianeta. Si può parlare di un riorientamento gestaltico che, invalidando la possibilità di una scelta consapevole, rende incommensurabili i due paradigmi alternativi.

Non può esistere, come crede sia il positivismo logico che il razionalismo critico, un algoritmo oggettivo che possa consentirci una decisione tra paradigmi rivali. Si sceglie un paradigma piuttosto di un altro perché si ha “fede” che possa risolvere i problemi non risolti.

Questo non implica una deriva irrazionalistica, come molti critici di Kuhn hanno affermato, ma consente di attribuire significanza categoriale ad una connessione di dati e teorie solamente quando tale connessione è interna ad un quadro concettuale definito.

Falsificatori e verificatori potenziali, esperimenti cruciali e prove empiriche non sono esterni, interparadigmatici, ma interni, infraparadigmatici, e per questo motivo non possono servire per decidere quale matrice disciplinare abbracciare.

In conclusione Kuhn propone un’immagine della scienza in assoluta contraddizione con quella proposta da Popper. Questi ipotizza per l’impresa scientifica una cumulativa attività ideale compiuta da scienziati-artisti e basata su ardite intuizioni di ipotesi originali confutate deduttivamente per mezzo di asserti-base intersoggettivamente definiti. Kuhn invece vede la scienza come il prodotto di una evoluzione storica che alterna prevalenti periodi di “scienza normale”, determinata da interessi sociali esterni e praticata da scienziati-tecnici, a saltuari riorientamenti paradigmatici in ultima analisi incommensurabili.

II.7.
CONCLUSIONI

In sede di bilancio riteniamo che la contestualizzazione storico-filosofica della riflessione epistemologica di Popper, che abbiamo tentato di compiere nell’ultima parte di questo lavoro, possa cogliere adeguatamente l’essenza del suo pensiero. Un pensiero che, come abbiamo visto, ha costituito elemento di cerniera tra una concezione neopositivista della scienza, con tutto il carico di normatività e di formalismo inerente, ed una concezione “nuova” della scienza tesa ad impostare una metodologia che ad elementi di formalismo aggiungesse una forte connotazione descrittiva di carattere storico-pratico.

Popper si rende conto che dopo la confutazione della teoria di Newton ad opera di Einstein niente potrà più essere come prima. La ricerca di una verità assoluta valida per sempre basata sull’esperienza soggettiva non può più costituire un parametro di per sé validante l’impresa scientifica. Ma come rinunciare alla sicurezza dell’induttivismo empirista senza proporre in sostituzione nulla che possa complessivamente unificare lo sforzo scientifico? Il rischio, per Popper, era duplice: o annegare nel relativismo secoli di sviluppo scientifico, o far cadere la scienza in braccio ad una metodologia materialista di stampo marxista, ultimo rifugio del realismo scientifico.

Il filosofo viennese per risolvere la situazione tenta di salvare la “capra” in grado di sconfiggere il relativismo, sostituendo all’algoritmo logico induttivista la deduzione falsificazionista, assieme ai “cavoli” in grado di sconfiggere il materialismo storico, sancendo la necessità nell’accettazione degli asserti base falsificanti di una decisione intersoggettiva degli scienziati.

In tal modo egli si situa in posizione intermedia tra una ragione autoalimentante il contenuto oggettivo di sé stessa ed una pratica scientifica che confronta le verità storicamente relative cui giunge in base ad un criterio di scelta convenzionalista. Una posizione intermedia tra il positivismo logico, alla ricerca di un criterio puramente razionale di determinazione assoluta dell’impresa scientifica, e la “nuova”[84] filosofia della scienza, che rifiuta qualsiasi criterio ideale puramente oggettivo, per accogliere una spiegazione storica della cumulatività scientifica basata sul dogmatismo delle comunità storicamente determinate degli scienziati e sulle esigenze esterne indirizzanti la ricerca.

Come ha messo molto bene in evidenza Kuhn le discrepanze tra teorie ed osservazioni richiedono un giudizio da parte degli scienziati che non può essere rimpiazzato da un algoritmo oggettivo. Una tesi fa parte del corpo della scienza quando viene accettata dalla comunità degli scienziati che si occupano della disciplina inerente a quella tesi.

Popper, che con il marxismo si è comportato proprio nella maniera descritta da Kuhn, pur intravedendo la necessità di una decisione intersoggettiva nella scelta degli asserti-base falsificanti è immerso in un clima empirista che gli impedisce di trarre fino in fondo le conseguenze della propria riflessione. Egli infatti, col “modus tollens”, tenta di fornire un algoritmo che, dati opportuni asserti-base, dimostri la falsità di una teoria. Kuhn dice di Popper che:

“…malgrado espliciti dinieghi, ha cercato costantemente procedure di valutazione che potessero essere applicate alle teorie con la sicurezza apodittica delle tecniche con cui si individuano gli errori in aritmetica, logica o teoria della misurazione.”[85]

Alla luce di queste considerazioni si può trarre la conclusione che il marxismo, lungi dall’avere i contorni di una pseudoscienza popperiana, assomigli molto, con una essenziale differenza, alla pratica scientifica standard indagata da Kuhn.

Se il rompicapo che orienta le riflessioni marxiane è sostanzialmente quello inerente al paradosso dello sfruttamento in un sistema in cui i beni sono scambiati al proprio valore, manca tuttavia qualcosa al marxismo per definirsi “scienza normale”. Manca innanzitutto una domanda esterna che indirizzi concretamente una possibile ricerca, principalmente una classe lavoratrice coesa, e secondariamente, come conseguenza, una comunità scientifica che si occupi della risoluzione di rompicapo.

Difficilmente il marxismo potrà dotarsi di un apparato istituzionale di ricerca normale all’interno di una società capitalistica, ma nonostante questo esso supera il test kuhniano di scientificità in quanto:

“…aspira a risolvere il problema dell’invisibilità dello sfruttamento e tramite questo cerca di spiegare secondo un valore epistemico di semplicità monistica il fenomeno della ciclicità della crisi nel capitalismo – fenomeno questo lasciato alla casualità estrinseca dalle altre teorie economiche. Ciò nonostante fallisce, e non può non fallire, nell’essere scienza normale a causa del suo deficit di sviluppo comunitario generato da una domanda esterna rimossa.”[86]

NOTE


[1] Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma, Armando, 1986, pp. 35-36.

[2] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi, 1974, pp. 107-108.

[3] M.Pera, Popper e la scienza su palafitte, Bari, Laterza, 1982, p. 8.

[4] Op. cit. p. 9.

[5] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 10.

[6] Op. cit. pp. 7-9.

[7] Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture e confutazioni, p. 83.

[8] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, Roma, Armando, 1983, p. 41.

[9] Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica. Il realismo e lo scopo della scienza, 1° vol., Milano, Il Saggiatore, 1984, pag. 84.

[10] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, pp. 185-186-187.

[11] Karl Popper, Scienza e filosofia, Torino, Einaudi, 1991, p. 20, n. 1.

[12] Op. cit. p. 39.

[13] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 87.

[14] Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, Congetture e confutazioni, pp. 96-98.

[15] Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, pp. 136-137.

[16] Karl Popper, Scienza e filosofia, p. 46.

[17] Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, p. 139.

[18] Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture e confutazioni, p. 61.

[19] Op. cit. p. 66.

[20] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 22.

[21] M.Pera, Popper e la scienza su palafitte, p. 31.

[22] Op. cit. p. 32.

[23] Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture e confutazioni, p. 68.

[24] v. n. 12.

[25] Op. cit. p. 96.

[26] Karl Popper, “Lo status della scienza e della metafisica”, in Congetture e confutazioni, p. 322.

[27] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 10.

[28] Karl Popper, Scienza e filosofia, p. 140.

[29] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 347.

[30] Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, p. 55.

[31] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 46.

[32] Op. cit. p. 89.

[33] Karl Popper, “Per una teoria razionale della tradizione”, in Congetture e confutazioni, p. 220.

[34] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 145, n. 31.

[35] Op. cit. p. 103.

[36] Op. cit. p. 153.

[37] Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, p. 186.

[38] Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 162.

[39] Op. cit. pp. 167-168.

[40] Op. cit. p. 168.

[41] S. Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 152.

[42] Karl Popper, “Tre differenti concezioni della conoscenza umana”, in Congetture e confutazioni, p. 202.

[43] Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica, 1° vol., pp. 96-97-98-104.

[44] Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 98.

[45] H.I.Brown, La nuova filosofia della scienza, Bari, Laterza, 1984, p. 84.

[46] S. Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, p. 160.

[47] H. I. Brown, La nuova filosofia della scienza, p. 85.

[48] M. Pera, Popper e la scienza su palafitte, p. 191.

[49] P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 15.

[50] Op. cit. p. 44.

[51] Op. cit. p. 240.

[52] Op. cit. p. 249.

[53] Karl Popper, “Verità, razionalità e accrescersi della conoscenza scientifica”, in Congetture e confutazioni, p. 413.

[54] Prefazione del curatore italiano a: I.Lakatos, Metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Milano, Il Saggiatore, p. XX.

[55] Op. cit. p. 158.

[56] Op. cit. p. 156.

[57] Op. cit. p. 135.

[58] Lakatos ricostruisce in questi termini il processo dell’epistemologia falsificazionista facendola scorrere parallelamente ad una biografia ideale del filosofo che per primo sviluppò il fallibilismo: Popper. Una biografia, a nostro parere, non dovrebbe limitarsi solamente alla riflessione razionale dell’opera di una autore eliminandone la vicenda storica. Tuttavia, la chiave usata da Lakatos per la ricostruzione razionale del pensiero popperiano, vale a dire la teoria dei tre mondi dell’epistemologo viennese, non manca di originalità: “Popper ha cominciato negli anni ’20 come falsificazionista dogmatico; ma si è presto reso conto che si trattava di una posizione insostenibile e non ha pubblicato nulla prima di aver creato il falsificazionismo metodologico” egli “pur avendo offerto una formulazione e una critica coerenti del falsificazionismo dogmatico, non ha mai fatto una chiara distinzione tra il falsificazionismo ingenuo e il falsificazionismo sofisticato. In un saggio ho distinto tre Popper: Popper0, Popper1 e Popper2. Popper0 è il falsificazionista dogmatico che non ha mai pubblicato una parola…Popper1 è il falsificazionista ingenuo, Popper2 il falsificazionista sofisticato. Il Popper reale è passato dal falsificazionismo dogmatico a una versione ingenua del falsificazionismo metodologico negli anni ’20, è giunto alle ‘regole di accettazione’ del falsificazionismo sofisticato negli anni ’50…Così il Popper reale consiste di Popper1 con qualche elemento di Popper2.” Op. cit. pp. 119-120-121.

[59] Op. cit. p. 17.

[60] Op. cit. p. 18.

[61] Op. cit. p. 29.

[62] Op. cit. p. 37.

[63] Op. cit. p. 41.

[64] Op. cit. p. 43.

[65] Op. cit. p. 58.

[66] Op. cit. p. 110.

[67] Op. cit. p. 93.

[68] Feyerabend osserva come gli standard di Lakatos siano praticabili solamente se “combinati con un limite di tempo (quel che appare uno slittamento-di-problema regressivo può essere l’inizio di un periodo molto più lungo di progresso),” questo comporta una conseguenza destrutturante per l’impalcatura metodologica lakatosiana: “se è lecito attendere perché non attendere ancora un po’?” “Consolazioni per lo specialista”, in Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 296.

[69] H. Kragh, Introduzione alla storiografia della scienza, Bologna, Zanichelli, 1994, pp. 43-44.

[70] “La filosofia della scienza senza la storia della scienza è vuota; la storia della scienza senza la filosofia della scienza è cieca.” I.Lakatos, Metodologia dei programmi di ricerca scientifici, p. 131.

[71] T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969, p. 27-28.

[72] T. Kuhn, La tensione essenziale, Torino, Einaudi, 1985, p. XX.

[73] T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 58.

[74] Op. cit. p. 57.

[75] T. Kuhn, “Riflessioni sui miei critici”, in Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, p. 326.

[76] Op. cit. p. 325.

[77] T. Kuhn, La tensione essenziale, p. 298.

[78] L. Nutarelli, L’epistemologia di T. S. Kuhn e la scienza economica, Roma, Univ. La Sapienza, tesi di laurea, 1994, p. 22.

[79] T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 75.

[80] Op. cit. p. 89.

[81] Op. cit. p. 119.

[82] Op. cit. p. 131.

[83] Op. cit. pp. 131-132.

[84] Certo parlare di nuova concezione facendo riferimento alla rappresentazione normativo-descrittiva dell’impresa scientifica cui fa cenno Kuhn non è propriamente corretto. Come vedremo già Marx, Engels, e Lenin, avevano precedentemente sviluppato qualcosa di simile,  ma tant’è questo è un retaggio non sempre ben accetto dalla riflessione ufficiale.

[85] T. Kuhn, “Logica della scoperta o psicologia della ricerca”, in Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, p. 82.

[86] L. Nutarelli “La critica dell’economia politica non è normale”, in Invarianti, anno IX, n° 30, pp. 28-32.