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RIVOLUZIONE
TEORICA
E RIFORMISMO PRATICO IN POPPER
Fausto Boni
II.
L’EPISTEMOLOGIA POPPERIANA NELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA CONTEMPORANEA
“…una metodologia è solo la ‘falsa
coscienza’ dello scienziato…”
G. Giorello, “Prefazione” a Contro il metodo, di P. K.
Feyerabend, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 9.
II.0.
INTRODUZIONE
La chiave di volta dell’edificio filosofico di Popper
è l’urgente esigenza pratica di confutare il socialismo scientifico
marxiano.
Lo abbiamo potuto verificare, nella parte iniziale di questo
lavoro, analizzando la sua saggistica politica, nella quale questa
esigenza viene espressa compiutamente a testimonianza della propria
priorità rispetto a qualsiasi altra. Lo potremo verificare di seguito,
nella seconda parte di questo lavoro, affrontando la riflessione
popperiana inerente al problema gnoseologico ed epistemologico.
Pur essendo
cronologicamente anteriore rispetto alla sua produzione concernente la
politica, la “Logica della scoperta scientifica”, opera nella quale Popper
getta le basi per una transizione nella filosofia della scienza
contemporanea, nasce infatti dalla necessità di demistificare la presunta
gnoseologia empirista che pervade, secondo l’autore viennese, la dottrina
marxiana.
All’indomani dell’esperienza che portò Popper, nella
primavera del 1919, ad abbandonare definitivamente il marxismo
precocemente abbracciato (vedi nota 4 del I capitolo) egli, come scriverà
successivamente, compì questa riflessione che segnerà per sempre tutta la
sua produzione filosofica:
“Il comunismo è un credo che promette di portare a un
mondo migliore. Dice di basarsi sulla conoscenza delle leggi
dell’evoluzione storica. Io speravo ancora in un mondo migliore, in un
mondo meno violento e più giusto, ma mi domandavo se io conoscessi
veramente – se quel che io pensavo che era conoscenza non fosse piuttosto
una mera pretesa.”[1]
Le obiezioni politiche
che Popper sviluppa nei confronti del marxismo lo portano sia a riflettere
sui fondamenti teorici della dottrina di Marx che, più in generale, sui
fondamenti della teoria della conoscenza universalmente accettata a quel
tempo: il positivismo logico. Esso, a parere di Popper, nell’ansia di
segnare nettamente i confini tra conoscenza scientifica e metafisica, non
solo elimina ad un tempo troppo e troppo poco dall’orizzonte della scienza
empirica ma, nella fattispecie, non riesce a relegare il marxismo
nell’ambito della metafisica.
I neopositivisti, secondo
l’autore viennese, eliminano troppo in quanto sulla base del criterio di
significanza di Wittgenstein “distruggono la scienza della natura”
liquidando come insignificanti le leggi naturali. Eliminano troppo poco in
quanto sulla base “del dogma positivista del significato” causano
l’irruzione “della metafisica nel regno della scienza”.
Popper ritiene che l’esigenza principale per un
intellettuale del suo tempo sia quella di confutare il carattere
moralmente, politicamente, e teoricamente totalitario del marxismo, il suo
dogmatismo e la sua “incredibile arroganza intellettuale”. Egli, deducendo
l’incapacità all’uopo neopositivista, si prepara a definire i contorni di
una teoria della conoscenza che sia in grado di eliminare definitivamente
dall’ambito della rispettabilità scientifica il marxismo.
II.1.
DAL NEOPOSITIVISMO AL RAZIONALISMO CRITICO
“…la base empirica delle scienze oggettive non ha in
sé nulla di assoluto. La scienza non posa su un solido strato di
roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra
una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte
vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base
materiale o data; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di
conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un
terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e
riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da
sorreggere la struttura.”[2]
Contrariamente
all’immagine di stabilità e solidità della rappresentazione neopositivista
dell’impresa scientifica, Popper si figura una costruzione ardita ma
poggiante su precarie palafitte.
In primo luogo egli non
accetta che le osservazioni e i fatti, pur essendo essenziali per la
stabilità dell’intera struttura, vengano considerati dai neopositivisti
come una base naturale e data di appoggio. Per Popper non esistono fatti
primitivi che impongano una cessazione della ricerca.
Secondariamente egli non
crede nell’affidabilità assoluta e definitiva di fatti o osservazioni
poiché anche un fatto atomico o un asserto protocollare (considerato dai
neopositivisti come l’asserzione fattuale elementare) risulta essere, a
ben vedere, un’ipotesi impregnata di teorie, una descrizione che trascende
l’esperienza.
L’epistemologia di Popper
propone un’immagine della scienza di transizione tra il positivismo logico
e una nuova rappresentazione che affronteremo in seguito.
Questo approccio,
divenuto noto come falsificazionismo, sviluppa, come fulcro concettuale,
proprio la negazione di validità a qualsiasi metodo induttivo di
conferma-giustificazione delle teorie scientifiche.
Egli, al mito
induttivista delle fonti o basi, ha contrapposto una conoscenza poggiante
su palafitte. Questo sembrerebbe cozzare violentemente con la filosofia
della scienza neopositivista, tuttavia gran parte del lavoro di Popper si
può collocare all’interno degli stessi presupposti filosofici del
positivismo logico. Infatti, se il neopositivismo considera la scienza
come un prodotto linguistico che deve essere sviscerato dalla filosofia
per capire come sia fatto internamente, come funziona. Se lo scopo
dell’epistemologia neopositivista è di descrivere la struttura interna
della conoscenza compiendo un’analisi logica della scienza o, ancora
meglio, una ricostruzione razionale che non si curi degli aspetti esterni
inessenziali. Se l’empirismo logico ripristina la contrapposizione
classica tra “ordo inveniendi” e “ordo demonstrandi”, tra contesto della
scoperta e contesto della giustificazione, ribadendo che: “la filosofia
della scienza è la ricostruzione razionale del contesto della
giustificazione della ricerca scientifica”[3]
e non si deve occupare minimamente di come nasca un’ipotesi concretamente.
Se il neopositivismo afferma una impostazione logico-linguistica basata
sul fatto che la razionalità è solo ed esclusivamente logica.
Allora “anche per Popper
la distinzione tra psicologia della conoscenza e logica della conoscenza
[o, secondo la terminologia di Kuhn, che vedremo in seguito, tra
psicologia della ricerca e logica della scoperta] è fondamentale”.[4]
Secondo l’autore viennese la filosofia non si deve occupare della prima da
cui si impara ben poco, ma solo della seconda.
La logica della
conoscenza, secondo Popper, “prende in considerazione non già questioni di
fatto (il quid facti? di Kant), ma soltanto questioni di giustificazione e
validità (il quid juris? di Kant)”[5].
Anche per Popper la
dinamica della conoscenza scientifica può e deve essere ricostruita
razionalmente per mezzo dell’analisi logica delle teorie in successione
senza fare ricorso né alla psicologia empirica, né alla sociologia, o alla
storia della scienza. La storia della scienza può essere tuttalpiù usata,
secondo Popper, come descrizione di fenomeni fissati nel tempo nella loro
individualità. Essi possono essere usati per costruire interpretazioni
storiche normativamente rilevanti ma prive di valore teorico.
La stessa concezione
convenzionalista della metodologia di Popper è identica a quella
neopositivista; le norme che guidano lo scienziato nella ricerca infatti,
sia per Popper che per i neopositivisti, sono giustificate in base agli
scopi che gli scienziati si prefiggono.
Si può dire che Popper
tragga conclusioni estreme dal logicismo e dal convenzionalismo già
implicitamente dominanti nella filosofia della scienza neopositivista
unicamente rovesciando la sintassi logica del discorso scientifico,
riposizionando il dato di fatto empirico da soggetto a predicato del
discorso scientifico, ed investendo di nuova primazia la teoria rispetto
all’esperienza.
Questo riposizionamento
non implica necessariamente un “rovesciamento completo e radicale”
rispetto alla concezione neopositivista, come afferma Pera nel suo testo
citato, poiché, in ogni caso, già nell’epistemologia neopositivista il
primato dell’analisi logica del discorso scientifico rispetto
all’esperienza è palese. Ciò che risulta nuovo nella riflessione di Popper,
è l’accento posto senza infingimenti induttivistici sulla primazia della
teoria. Il riconoscimento di questo dominio porta fino alla soglia estrema
dell’irrazionalismo, superata come vedremo da Feyerabend, i presupposti
stessi dell’immagine della scienza del neopositivismo.
“…il tentativo di basare
il principio di induzione sull’esperienza [effettuato dal neopositivismo]
fallisce perché conduce necessariamente a un regresso infinito…La [mia]
teoria…si oppone radicalmente a tutti i tentativi di operare con le idee
della logica induttiva. Potrebbe essere descritta come la teoria del
metodo deduttivo dei controlli, o come il punto di vista secondo cui
un’ipotesi può essere soltanto controllata empiricamente, e soltanto dopo
che è stata proposta.”[6]
E ancora:
“Senza attendere,
passivamente, che le ripetizioni imprimano in noi, o ci impongano, delle
regolarità, noi cerchiamo attivamente di imporre delle regolarità al
mondo. Cerchiamo di scoprire in esso delle similarità, e di interpretarlo
nei termini di leggi da noi inventate. Senza attendere le premesse,
saltiamo alle conclusioni. Queste, in seguito, potranno dover essere
sostituite, se l’osservazione mostra che sono errate. Si [tratta] di una
teoria del metodo per prova ed errore, per congetture e confutazioni…le
teorie scientifiche, quindi, non [sono] sintesi di osservazioni, bensì
invenzioni – congetture audacemente avanzate per prova, da eliminarsi se
contrastanti con le osservazioni.”[7]
Da questi stralci si
evince la priorità, rispetto alle osservazioni fattuali, della definizione
di teorie particolarmente audaci, quasi un arditismo teorico, e non
banalmente tautologiche. Questo ribalta la prospettiva neopositivista ma
non la elimina dall’orizzonte concettuale. Il dato empirico viene
introdotto in un secondo tempo al fine di confutare o falsificare le
ipotesi escogitate preventivamente. È chiaro che così viene depotenziata
la capacità positiva dell’esperienza.
“La differenza tra il mio
approccio e l’approccio per il quale ho introdotto molto tempo fa
l’etichetta induttivista è che io pongo l’accento su argomenti negativi,
come casi negativi, contro-esempi, confutazioni e tentativi di
confutazione – in breve critiche – mentre l’induttivista pone l’accento su
casi positivi, da cui deriva inferenze non dimostrative, e
che egli spera garantiranno l’affidabilità delle conclusioni di
queste inferenze. Dal mio punto di vista tutto ciò che può essere
positivo nella nostra conoscenza scientifica è positivo solo
finchè certe teorie sono, ad un certo momento temporale, preferite ad
altre alla luce della nostra discussione critica che consiste in
tentativi di confutazione, inclusi i controlli empirici. Così perfino ciò
che può essere chiamato positivo è tale solo in rapporto a
metodi negativi.”[8]
E ancora:
“secondo questa tesi, la
razionalità della scienza e dei suoi risultati – e perciò della credenza
in essi – è essenzialmente legata al suo progresso, alla sempre rinnovata
discussione dei meriti relativi delle nuove teorie; è legata al
progressivo rovesciamento delle teorie, piuttosto che al loro presunto
progressivo consolidamento (o crescente probabilità) risultante
dall’accumulazione di osservazioni di sostegno, come credono gli
induttivisti.”[9]
II.2.
IL RAZIONALISMO CRITICO
Il punto di vista
elaborato da Popper, a riguardo del progresso della conoscenza
scientifica, viene definito da lui stesso “razionalismo critico” o
“fallibilismo razionalistico”.
Il termine “razionalismo”
viene utilizzato dal filosofo viennese per sottolineare l’importanza
decisiva, sulle orme del neopositivismo, della struttura logico-razionale
del discorso nella descrizione-prescrizione dell’impresa scientifica.
Il termine “critico”
rimarca invece l’importanza fondamentale, nell’approvazione scientifica
delle congetture, della discussione inter-soggettiva e del consenso della
comunità scientifica.
“…il linguaggio diventa
più che un semplice mezzo di comunicazione che, in linea di principio,
potrebbe anche essere messo da parte; esso, piuttosto, diventa il medium
indispensabile della comunicazione critica…diventa una parte essenziale
dell’impresa scientifica…non ci può essere nessun controllo critico senza
dare ai nostri costrutti forma linguistica.”[10]
Le quattro premesse
metodologiche del razionalismo critico popperiano sono:
1.
L’antistrumentalismo:
le leggi scientifiche non sono solo motori inferenziali che ci permettono
di fare previsioni su eventi osservabili ma soprattutto descrizioni del
mondo o di determinati aspetti di esso.
“La realizzazione che la
scienza naturale non è episteme, cioè, non è sottratta al dubbio,
ha condotto al punto di vista secondo cui è techne (tecnica, arte,
tecnologia); ma il punto di vista più corretto è, secondo me, che consiste
di doxai (opinioni, congetture) controllate sia dalla discussione
critica, sia da una techne sperimentale.”[11]
2.
L’antiessenzialismo: la ricerca di spiegazioni sempre più adeguate è un
processo senza termine (tesi della infinità dei controlli empirici); per
questo motivo la scienza non deve perseguire una spiegazione ultima o la
verità delle teorie adottate. La ricerca scientifica è per definizione
congetturale, ipotetica e fallibile.
“L’essenzialismo guarda
al nostro mondo ordinario come a una pura e semplice apparenza, dietro la
quale esso – l’essenzialismo – scopre il mondo reale. Questa teoria deve
essere messa da parte non appena siamo diventati consapevoli del fatto che
il mondo di ciascuna delle nostre teorie può essere spiegato a sua volta,
da mondi ulteriori, descritti da ulteriori teorie: da teorie situate a un
livello più alto di astrazione, di universalità e di controllabilità. La
dottrina di una realtà essenziale o ultima crolla insieme con
quella di una spiegazione ultima.”[12]
3.
Il
carattere teorico degli enunciati osservativi: essi, che per il
positivismo logico costituiscono la cosiddetta base empirica di una teoria
scientifica, non sono ricavati da una osservazione pura, una osservazione
di tal genere non esiste. Ogni descrizione, in realtà, non si basa solo
sull’esperienza immediata, ma fa uso di nomi universali. Viene così
istituita la tesi del primato delle ipotesi teoriche rispetto
all’osservazione in base al fatto che ogni asserto osservativo è composto
da universali di natura disposizionale non verificabili empiricamente.
“Ogni descrizione fa uso
di nomi (o di simboli, o di idee) universali; ogni asserzione ha il
carattere di una teoria, di un’ipotesi. L’asserzione ‘questo è un
bicchiere d’acqua’ non può essere verificata da nessuna esperienza basata
sull’osservazione. La ragione è che gli universali che compaiono in essa
non possono essere messi in relazione con nessuna esperienza sensibile
specifica. (Un’esperienza immediata è immediatamente data soltanto una
volta: è unica). Con la parola bicchiere, per esempio, denotiamo corpi
chimici che esibiscono un certo comportamento regolare, e lo stesso
vale per la parola acqua.”[13]
4.
L’antigiustificazionismo induttivistico: non è possibile inferire
predizioni di eventi futuri sull’esperienza di eventi passati. Il fatto
che il sole oggi sia sorto, non implica che domani sorgerà di nuovo
autorizzandoci a desumere un qualche principio di uniformità della natura.
Ogni tentativo di fondare la nostra conoscenza mediante una verificazione
empirica è destinato o al fallimento, o ad un regresso all’infinito, o al
dogmatismo.
“…il successo della
scienza non è fondato su regole induttive, ma dipende dalla fortuna, dalla
genialità, e dalle regole puramente deduttive dell’argomentazione
critica…l’accettazione di una legge o di una teoria da parte della scienza
è soltanto provvisoria, il che significa che tutte le leggi e le
teorie sono congetture o ipotesi provvisorie…Finché una teoria
supera i controlli più severi che possiamo concepire essa è accettata;
altrimenti viene abbandonata. Tuttavia essa non è mai inferita in alcun
senso dai dati empirici…Dai dati empirici può essere inferita soltanto
la falsità della teoria, e si tratta di un’inferenza puramente deduttiva.”[14]
L’esperienza per Popper,
come abbiamo visto, ha un ruolo tutto sommato secondario nello sviluppo
della ricerca scientifica.
Le tappe fondamentali di
questa impresa possono essere così schematizzate: i) creazione di ardite
congetture che fungeranno da fondamenta delle teorie scientifiche. Queste
ipotesi non hanno alcun rapporto con l’osservazione empirica ma vengono
escogitate intuitivamente; ii) da tali congetture dovranno essere dedotte
tutte le conseguenze empiriche possibili, sia quelle che possano
confermare le ipotesi originarie, sia quelle che possano confutarle; iii)
tentativo di falsificazione per mezzo di esperimenti scientifici di almeno
una di queste conseguenze. Quando una conseguenza empirica dedotta da una
teoria viene confutata, la teoria stessa viene falsificata, dopo di che si
procede alla costruzione di nuove congetture.
“…ogni discussione
scientifica comincia con un problema (P1), per il quale presentiamo una
specie di tentativo di soluzione – un tentativo di teoria (TT);
questa teoria viene quindi criticata in un tentativo di eliminare
l’errore (EE);…la teoria e la sua revisione critica dà origine a nuovi
problemi (P2)…P1-TT-EE-P2.”[15]
Il problema che si pone
allo scienziato falsificazionista, a seguito di questa metodologia, è
relativo al fatto che, nel momento in cui viene affermata la teoreticità
dell’osservazione, quest’ultima non sembra avere la forza logica
sufficiente per confutare un’ipotesi. Il controllo, terza tappa dello
schema presentato, non consisterebbe tanto, in ultima analisi, nel mettere
a confronto teorie con osservazioni, quanto nel valutare alcune ipotesi
teoriche in rapporto con osservazioni altrettanto teoriche. Questo
evidentemente pone il problema di una corretta valutazione.
“Possiamo esprimere tutto
ciò dicendo che la distinzione solita tra termini d’osservazione (o
termini non teorici) e termini teorici è errata, perché
tutti i termini sono, in qualche modo, teorici, anche se alcuni sono più
teorici degli altri, proprio come abbiamo detto che tutte le teorie sono
congetturali, anche se alcune lo sono più delle altre.”[16]
La soluzione di Popper
consiste innanzitutto nel distinguere diversi gradi di teoreticità. Nello
scegliere una determinata classe di enunciati, relativamente al contesto,
“osservativi” (“conoscenza di sfondo”), e quindi nel criticare le teorie,
gli enunciati “più congetturali”, sulla scorta della “conoscenza di
sfondo” precedentemente istituita.
Chiaramente questa
soluzione, come si può intuire, sviluppa delle difficoltà notevoli. Ad
esempio: come si può essere sicuri di poter isolare logicamente una
specifica ipotesi da controllare rispetto alla cosiddetta “conoscenza di
sfondo”?
In altre parole, in base
a quale criterio logicamente fondato è possibile poter effettuare una
cernita nel “mare magnum” della disposizionalità o ipoteticità
congetturale?
A queste domande
cercheremo di rispondere successivamente.
Per il momento ci basti
aver analizzato l’immagine popperiana della filosofia della scienza per
potere individuare la causa di questa rappresentazione. Essa, a nostro
parere, è stata ingenerata, nella mente del filosofo viennese, da un
problema di carattere pratico. Il problema pratico, siccome si tratta
della mente di un filosofo, si muta immediatamente in un problema morale.
Il problema morale di
Popper, come abbiamo visto dalla sua dottrina sociale, è quello di
eliminare l’aggettivo “scientifico” dal sostantivo “socialismo”; non per
una mera disputa terminologica ma per motivi concreti. Il marxismo nel
dopoguerra, per la sua professione di materialismo, aveva un credito
notevole negli ambienti scientifici internazionali. Esso, che non era
adeguatamente contrastato dall’epistemologia neopositivista, secondo
Popper andava combattuto senza tregua per riaffermare l’egemonia teorica
occidentale.
Popper sapeva che l’unico
modo per togliere credito alla dottrina marxiana in determinati ambienti
era quello di mettere in discussione proprio i due assunti fondamentali
del positivismo logico. La questione della demarcazione tra scienza e
pseudoscienza (i neopositivisti non riuscivano ad eliminare il marxismo
dall’ambito scientifico), e la questione dell’induzione (il motivo per cui
i neopositivisti non potevano riuscire nel compito). D’altro canto: “i
problemi, quindi anche i problemi pratici, sono sempre teoretici”[17],ed
è principalmente in questa dimensione che occorre affrontare, per Popper,
il problema del marxismo.
II.2.1. Il problema
della demarcazione
“…problema: ‘quando
dovrebbe considerarsi scientifica una teoria?’, ovvero, ‘esiste un
criterio per determinare il carattere o lo stato scientifico di una teoria?’…Desideravo
stabilire una distinzione fra scienza e pseudoscienza, pur sapendo
bene che la scienza spesso sbaglia e che la pseudoscienza può talora, per
caso, trovare la verità. Naturalmente conoscevo la risposta che si dava il
più delle volte al mio problema: la scienza si differenzia dalla
pseudoscienza – o dalla metafisica – per il suo metodo empirico,
che è essenzialmente induttivo, procedendo dall’osservazione o
dall’esperimento. Tuttavia questa risposta non mi soddisfaceva.”[18]
Popper, in diverse opere,
afferma che il problema della demarcazione è emerso alla sua coscienza nel
1919 quando, ricordiamolo ancora una volta, avviene il suo traumatico
distacco dal marxismo. Egli afferma che all’epoca ha preso in
considerazione diverse teorie e idee rivoluzionarie. Il clima
intellettuale, dopo il crollo dell’impero austro-ungarico, è propizio per
l’incubazione delle più disparate teorizzazioni.
Tra tutte queste idee
quattro lo colpiscono maggiormente: la teoria della relatività di Einstein,
la teoria marxista della storia, la teoria psicanalitica di Freud e la
teoria della psicologia individuale di Adler.
Popper, a quel tempo,
riscontra che ciò che affascina coloro i quali si avvicinano a tre di
queste teorie, e precisamente a quelle di Marx, Freud, e Adler, è il loro
“apparente potere esplicativo”. Queste teorie paiono essere “in grado di
spiegare praticamente tutto ciò che accade nei campi cui si riferiscono”.
Le osservazioni empiriche che “verificano” le teorie in questione sono
continue e apparentemente incessanti.
Popper inizia a pensare
che proprio questa notevole forza costituisca in realtà una profonda
debolezza. Egli nota invece che la teoria di Einstein, contrariamente alle
altre, è “incompatibile con certi possibili risultati dell’osservazione”.
Questa annotazione conduce il filosofo viennese ad alcune considerazioni
che costituiranno la base della sua riflessione epistemologica successiva.
La prima considerazione è
che le conferme, per una teoria, sono importanti solamente se risultano da
“previsioni rischiose”. A parere di Popper infatti, conferme o verifiche
di una teoria sono facilmente raggiungibili se le si cerca con sufficiente
impegno.
La seconda
considerazione, che deriva direttamente dalla prima, suggerisce la
validità di una teoria scientifica sulla base della quantità di
proibizioni che esprime. Una teoria che non possa essere confutata da
alcun evento concepibile non è scientifica.
“L’inconfutabilità di
una teoria non è, come spesso si crede, un pregio, bensì un difetto.”[19]
La terza considerazione
prevede che la “controllabilità” di una teoria consista in “un tentativo
di falsificarla o di confutarla”. Solamente dopo che sia stato fatto un
tentativo serio in tale direzione gli eventuali “dati di conferma”
divengono “dati corroboranti” la teoria.
Coloro i quali sostengano
determinate teorie che in seguito a questa procedura si rivelino false è
ovvio che ne tentino, tramite la introduzione “ad hoc” di “ipotesi
ausiliarie”, il salvataggio in extremis. Questo conduce alla quarta
considerazione del filosofo viennese. Egli definisce tali strategie:
“mosse o stratagemmi convenzionalistici” che pregiudicano lo status
scientifico della teoria consistente, sintetizzando, proprio nella
“falsificabilità, confutabilità, o controllabilità”.
Popper, avendo così
respinto la tesi della verificabilità delle proposizioni scientifiche
tramite asserti osservativi, tenta di ricostruire la scienza su altre
basi. Da un lato rifiuta la logica induttiva del neopositivismo, e
dall’altro afferma una logica deduttiva che abbia il minor aggancio
possibile con l’esperienza.
L’esperienza infatti, che
come abbiamo visto per Popper non è mai pura datità essendo imbevuta di
teoreticità, subentra solamente in un secondo tempo, quando si tratta di
falsificare uno degli innumerevoli asserti osservativi dedotti da una
teoria. Nel momento in cui questo accade, deduttivamente mediante il
“modus tollens”, consegue anche la falsificazione della teoria di
riferimento. Ciò implica una asimmetria logica tra verificazione e
falsificazione che alimenta il criterio di demarcazione di Popper: un
sistema è scientifico solo se può “essere confutato dall’esperienza”[20].
Questo criterio di
demarcazione può essere applicato indifferentemente sia agli enunciati che
alle teorie; e se l’intento di Popper in prima battuta è quello di usare
il criterio per le teorie (“Miseria dello storicismo” insegna), tuttavia
egli intende estenderlo anche agli enunciati. Tanto è vero che il criterio
logico di demarcazione riferito agli enunciati suona:
“un enunciato è empirico
o scientifico se la classe dei suoi falsificatori potenziali non è vuota.”[21]
Vale a dire che un
enunciato è scientifico nella misura in cui se ne possano dedurre
determinati asserti osservativi falsificanti.
Se in base a questo
criterio logico di demarcazione la teoria marxiana è falsificabile perché
prevede, ad esempio, un enunciato inerente l’accentramento della ricchezza
nella mani di pochi; accade tuttavia che, anche di fronte alla
falsificazione di questo enunciato elementare, la teoria complessiva non
venga considerata falsificata, ma venga sistematicamente salvata con
“stratagemmi convenzionalistici”, o “ad hoc”. Da ciò Popper deduce che non
basta solamente un criterio logico di demarcazione per considerare
scientifica o meno una teoria, ma che occorre anche un criterio normativo
o metodologico che integri il criterio logico.
“Una teoria è empirica o
scientifica se non vengono adottati stratagemmi ad hoc per neutralizzare i
falsificatori attuali che la contraddicono.”[22]
I marxisti, a giudizio
dell’epistemologo viennese, adotterebbero diversi di questi stratagemmi
per salvare la teoria marxiana. Uno di questi consisterebbe, ad esempio,
nell’esibire l’esistenza di una fase imperialistica del capitalismo a
sostegno della predizione marxiana, confutata dall’esperienza,
dell’impoverimento crescente della classe operaia.
Questi stratagemmi
inficerebbero la scientificità della dottrina marxiana relegandola
nell’ambito della pseudoscienza o della metafisica.
L’unico atteggiamento
costitutivo della scienza, secondo Popper, è l’atteggiamento
critico-razionale; l’atteggiamento dogmatico è letale per essa.
L’astrologia ad esempio, per evitare la falsificazione, rende le proprie
profezie vaghe appositamente per distruggerne la controllabilità.
“La teoria marxista della
storia, nonostante i seri tentativi di alcuni dei suoi fondatori e
seguaci, finì per adottare questa teoria divinatoria. In alcune delle sue
prime formulazioni, per esempio nell’analisi marxiana della incombente
rivoluzione sociale, le previsioni erano controllabili, e di fatto furono
falsificate. Tuttavia, invece di prendere atto delle confutazioni, i
seguaci di Marx reinterpretarono sia la teoria che i dati per farli
concordare. In questo modo essi salvarono la teoria dalla confutazione; ma
poterono farlo al prezzo di adottare un espediente che la rendeva
inconfutabile. In tal modo essi imposero una mossa convenzionalistica alla
teoria e con questo stratagemma eliminarono la sua conclamata pretesa di
possedere uno stato scientifico.”[23]
Adottando un
atteggiamento dogmatico di difesa l’ipotesi scientifica perde, secondo
Popper, qualsiasi pretesa di scientificità venendo relegata nella
dimensione della metafisica, o addirittura della superstizione.
Come abbiamo già visto,
per Popper, la razionalità della scienza è legata al suo progresso, al
progressivo rovesciamento delle teorie piuttosto che al loro progressivo
consolidamento.[24]
La scienza tende verso una rivoluzione permanente delle teorie e delle
ipotesi. Esse, confutate una dopo l’altra senza sosta (vedremo in seguito
come altri, più e meglio di Popper, si rendano conto del fatto che questo
processo non può avere che carattere normativo e non descrittivo) non
hanno un attimo di respiro (dogmatismo).
La teoria epistemologica
di Popper, su queste basi, propone così un contrasto stridente con la sua
teoria sociale fondata su un cauto gradualismo riformista. A nostro parere
questa incoerenza è il prezzo da pagare per tutti coloro i quali, come
Popper, propugnano una qualche forma di agnosticismo teorico a metà strada
tra idealismo e materialismo.
II.2.2. Il problema
dell’induzione
Il problema
dell’induzione consiste sostanzialmente nella difficoltà di giustificare
le inferenze induttive che, da asserti osservativi singolari, derivano
enunciati teorici generali.
Afferma l’empirismo che
noi inferiamo, ad esempio, che il fuoco brucia, perché, dopo aver sempre
osservato una tale regolarità, attribuiamo un principio di uniformità alla
natura basato sull’esperienza e ci convinciamo che il futuro sarà simile
al passato.
Questo principio di
uniformità, come già Hume aveva notato, è logicamente invalido in quanto,
anche dopo aver osservato innumerevoli fenomeni che si comportano in un
determinato modo, non esiste alcuna ragione per cui possiamo trarre
un’inferenza al di là dei fenomeni di cui abbiamo esperienza.
Da questo Hume deduce che
tutte le inferenze dell’esperienza non sono asserite in virtù di
ragionamento, ma di credenza soggettiva effetto di consuetudine.
Popper rifiuta questa
ultima conclusione che definisce “teoria psicologica” di Hume, ma
condivide la conclusione precedente che chiama “teoria logica” di Hume.
Popper afferma che:
“l’induzione, cioè
l’inferenza fondata su numerose osservazioni, è un mito. Non è né un fatto
psicologico, né un fatto della vita quotidiana, e nemmeno una procedura
scientifica.”[25]
Popper, per dimostrare
che l’induzione non esiste, fa ricorso ad argomenti storici, ad argomenti
logici, e ad argomenti epistemologici.
La storia della scienza,
secondo il filosofo viennese, dimostra che la procedura effettiva della
ricerca scientifica non parte dall’accumulo di osservazioni da cui
inferire induttivamente teorie, ma da ipotesi liberamente inventate che
determinano osservazioni in grado di controllare le ipotesi originarie.
“…l’idea copernicana di
porre il sole, anziché la terra, al centro dell’universo, non era il
risultato di nuove osservazioni, ma di una nuova interpretazione di
antichi e ben noti fatti alla luce di idee ampiamente ispirate alla
religione, al platonismo e al neoplatonismo…Quest’idea platonica
costituisce pertanto lo sfondo storico della rivoluzione copernicana.
Quest’ultima dunque, non prende le mosse da delle osservazioni, ma da
un’idea di carattere religioso o mitologico.”[26]
L’argomento storico
antinduttivo tuttavia, non può soddisfare appieno Popper. Secondo lui
infatti, se la ricostruzione di una ricerca vuole essere metodologicamente
corretta, vale a dire vuole essere una ricostruzione della procedura con
cui la ricerca si è compiuta, non può ridursi ad una semplice descrizione.
Una ricostruzione
metodologica non può che essere un’interpretazione di determinati fatti
alla luce di una determinata prospettiva epistemologica.
Per Popper l’argomento
decisivo contro l’induzione è l’argomento logico. Esso consiste nella
negazione di asserti puramente osservativi. Ciò che esiste in realtà,
secondo Popper, sono asserti osservativi, e asserti teorici o
disposizionali. Questi sono imbevuti, con differenze di grado sostanziali,
di teorie o punti di vista.
L’argomento logico può
essere considerato, nella prospettiva popperiana basata sul formalismo
della logica deduttiva, il colpo di grazia per l’induttivismo. Gli altri
fattori che possono entrare nella ricerca scientifica quali la psicologia,
la sociologia, o come abbiamo appena visto, la storia, per quanto possano
essere studiati da scienze empiriche, sono del tutto alogici e quindi
fondamentalmente irrilevanti per il filosofo della scienza che si occupa
della “logica della conoscenza”[27].
Tuttavia Popper ritiene
di dover rafforzare la negazione dell’induzione anche sulla scorta di
ragioni epistemologiche. Egli infatti, pensa che l’epistemologia
induttivista sia di tipo lamarckiano.
L’induttivismo è convinto
che l’apprendimento sia una forma di credenza, e che si articoli su un
processo di istruzione edificato sulla ripetizione. Popper ritiene invece
che l’apprendimento sia un processo di selezione molto simile
all’evoluzione darwiniana. Secondo quella che si può definire come una
“epistemologia evoluzionista” Popper afferma che:
“…ogni animale è nato con
molte aspettazioni, solitamente inconsce…è dotato fin dalla nascita di
qualcosa che corrisponde da vicino alle ipotesi…una conoscenza
innata…queste aspettative, se disilluse, creeranno i nostri primi
problemi, e l’accrescimento della conoscenza, che ne segue, si può
descrivere come un accrescimento che consiste interamente nelle correzioni
e nelle modificazioni della conoscenza precedente.”[28]
Tutti gli organismi
evolvono per tentativi ed errori attraverso l’eliminazione fisica
dell’organismo portatore dell’errore. Unica eccezione è l’uomo, il quale
avendo sviluppato un linguaggio descrittivo e argomentativo ha realizzato
la possibilità di effettuare, al posto dell’eliminazione cruenta
dell’individuo che sostiene le ipotesi errate, una: “selezione naturale
delle ipotesi”[29]
che, salvando il portatore, elimina semplicemente le teorie.
Il metodo induttivo della
scienza, secondo Popper, dev’essere rimpiazzato “dal metodo del tentativo
e dell’eliminazione (critica) dell’errore”[30].
Questa è la modalità evolutiva di tutti gli organismi, dall’ameba fino ad
Einstein.
“…la differenza
principale tra Einstein e un’ameba…è che Einstein cerca coscientemente
l’eliminazione degli errori. Egli cerca di uccidere le sue teorie, è
coscientemente critico delle sue teorie che, per questa ragione,
egli cerca di formulare esattamente piuttosto che vagamente. Ma
l’ameba non può essere critica perché non può fronteggiare le sue ipotesi:
esse sono parte di sé.”[31]
L’osservazione diviene
così una attività guidata da una sfondo di aspettazioni innate e da
problemi.
Questo ribalta la teoria
gnoseologica induttivista. Gli induttivisti, che concepiscono la
conoscenza come un processo di accumulazione di dati di esperienza (teoria
della mente come recipiente),[32]
ritengono che il materiale empirico affluisca alla nostra mente,
attraverso gli organi di senso, come un liquido che riempie un catino. La
nostra mente, in questo processo, non avrebbe alcun ruolo se non quello di
contenitore passivo di dati, e quindi in un secondo tempo, di elaboratore
teorico degli stessi.
Popper è convinto invece
che il cammino gnoseologico non vada da un’esperienza osservativa a una
teoria, ma da una teoria alla deduzione di determinate osservazioni per
mezzo delle quali si possa controllare la teoria stessa ed eventualmente
confutarla.
Popper propone, in
alternativa alla passivizzante teoria gnoseologica induttivista della
mente come recipiente, l’opposta teoria della mente come faro. Egli
ritiene infatti che la mente umana, come un riflettore, focalizzi
attivamente le proprie ipotesi verso l’esterno illuminando gli oggetti ed
interpretandoli alla luce di teorie.
“È dunque il mito, o la
teoria, a indurci alle osservazioni sistematiche e a guidarle, poiché
queste sono intraprese al fine di sondare la verità di quelli.”[33]
L’empirismo, in base alle
argomentazioni storiche, logiche, ed epistemologiche che abbiamo
analizzato, si rovescia nel razionalismo critico di Popper.
Egli, pur concordando con
l’idealismo gnoseologico sul fatto che la genesi della conoscenza nasce da
noi stessi (tramite le impressioni sensoriali per l’idealismo empirista di
Hume, tramite l’arditismo teorico per l’idealismo criticista di Popper),
afferma tuttavia che senza lo scontro con l’ambiente, che elimina le idee
falsificandole, non vi sarebbe nessuna conoscenza. Allo stesso modo, il
filosofo viennese, condivide la tesi di Kant che afferma la natura
normativa dell’intelletto umano rispetto alla massa delle sensazioni, ma
dissente sul fatto che il successo arrida sempre a queste imposizioni.
Noi, secondo Popper,
“tentiamo e sbagliamo sempre di nuovo, e il risultato – la conoscenza del
mondo – deve alla resistenza della realtà tanto quanto alle idee
autogenerate in noi”.[34]
Popper riconosce che la
ragione umana non fonda autonomamente la realtà ma incontra ostacoli
oggettivi che le resistono.
Apparentemente l’antinduttivismo
fa compiere a Popper un marcato spostamento dall’idealismo, sia pur
criticista, al realismo. Tuttavia, come potremo verificare nel paragrafo
successivo, questo non implica necessariamente un atteggiamento
materialista.
II.2.3. Conoscenza
oggettiva e teoria dei tre mondi
La teoria della
conoscenza più diffusa, come abbiamo visto, è quella induttivista della
mente come recipiente.
Gli empiristi presumono
che tutta la conoscenza possa essere ricondotta alle esperienze soggettive
effettuate da qualche soggetto conoscente.
A parere di Popper l’idea
di questo tipo di conoscenza, che può essere chiamata “conoscenza
soggettiva”, va abbandonata per concentrare l’attenzione sulla idea di
“conoscenza oggettiva”.
Il filosofo viennese
distingue tra due tipi di conoscenza: la “conoscenza soggettiva che si
potrebbe definire meglio conoscenza dell’organismo, dato che consiste di
disposizioni dell'organismo; e la conoscenza oggettiva, che consiste del
contenuto logico delle nostre teorie, congetture, supposizioni”.[35]
Quest’ultima, pur
derivando dalla “conoscenza soggettiva”, non è riducibile ad essa. Questa
distinzione conduce Popper alla sua teoria dei tre mondi. Egli infatti,
arriva a discernere tra: primo mondo, il mondo degli oggetti fisici;
secondo mondo, il mondo delle esperienze consapevoli o dei processi
soggettivi di pensiero, patria della “conoscenza soggettiva”; e terzo
mondo, il mondo dei contenuti logici o oggettivi di pensiero.
L’epistemologia
tradizionale, secondo Popper, ha analizzato la conoscenza in senso
soggettivo nei termini di “io so”, o “io penso”, ma la conoscenza
scientifica non può occuparsi solamente di questa gnoseologia volgare né
dedicarsi unicamente al secondo mondo dei soggetti.
La conoscenza scientifica
ha a che fare col terzo mondo, il mondo delle teorie oggettive e dei
problemi oggettivi. Questa conoscenza in senso oggettivo è: “conoscenza
senza un soggetto conoscente”.[36]
“…I pensieri nel senso
dei contenuti o degli asserti in sé e i pensieri nel senso dei
processi di pensiero appartengono a due mondi affatto differenti.”[37]
La tesi di Popper è che
l’epistemologia tradizionale, che si concentra sul secondo mondo, sulla
conoscenza in senso soggettivo, è irrilevante per lo studio della
conoscenza scientifica. Gli scienziati si devono concentrare sul terzo
mondo, sullo studio dei problemi scientifici e delle situazioni
problematiche.
Questo terzo mondo, pur
essendo un prodotto naturale dell’uomo, è al tempo stesso autonomo. I
nostri contenuti di pensiero sono all’origine di diverse conseguenze
non-intenzionali che dobbiamo scoprire, e che, a loro volta, creano
problemi assolutamente nuovi.
Popper ipotizza che la
“conoscenza oggettiva” si accresca attraverso una interazione, dalla quale
può sorgere un nuovo mondo di contenuti di pensiero potenzialmente
comprensibili, tra noi stessi e il terzo mondo; tra il secondo mondo degli
stati psicologici, che accompagnano la conoscenza scientifica, e il terzo
mondo delle idee effettivamente prodotte.
“Possiamo allora dire che
c’è un terzo mondo platonico…di libri in sé, di problemi in sé, di
situazioni problematiche in sé, di argomentazioni in sé, e così via. E
sostengo che, anche se questo terzo mondo è un prodotto umano ci sono
molte teorie in sé ed argomentazioni in sé e situazioni problematiche in
sé che non sono mai state prodotte e capite da uomini e che mai saranno
prodotte e capite da uomini.”[38]
Si delinea così un nuovo
tipo di esistenza con un proprio ambito di realtà autonomo dalla realtà
soggettiva degli esseri umani, l’esistenza di problemi.
Connaturata con
l’esistenza dei problemi emerge un nuovo tipo di intuizione creativa che
si sviluppa a partire dalla discussione critica; essa pone nuovi problemi
come effetto delle relazioni attivate, indipendentemente dalla nostra
intenzionalità, all’interno del terzo mondo.
L’esistenza di problemi
autonomi si può fare corrispondere con lo sviluppo, da parte umana, di un
“linguaggio descrittivo esosomatico – un linguaggio che, come uno
strumento, si sviluppa al di fuori del corpo”.[39]
Solo con lo sviluppo di questo linguaggio emerge un terzo mondo
linguistico nel quale si sviluppano i problemi e gli standard della
critica razionale. La logica diviene l’organo della critica di questo
mondo autonomo delle funzioni superiori del linguaggio, o mondo della
scienza. Questo mondo adotta lo stesso schema evolutivo del mondo animale:
P1-TT-EE-P2. Questo schema della crescita della conoscenza attraverso
l’eliminazione dell’errore per mezzo della critica razionale offre, a
parere di Popper, una descrizione efficace “del nostro
auto-trascenderci ad opera della selezione e della critica razionale”.[40]
Popper stesso ammette che
vi è una superficiale somiglianza tra il suo schema evolutivo e la
dialettica di Hegel, tuttavia egli afferma che la funzione fondamentale
del proprio schema è quella dell’eliminazione dell’errore che conduce
all’accrescimento oggettivo della conoscenza; questo cozza con il
(presunto) relativismo hegeliano e con la conservazione delle
contraddizioni del suo sistema. Secondo Popper la critica razionale e la
creatività umana non giocano alcun ruolo nella dialettica hegeliana in
quanto essa personalizza lo Spirito in una coscienza divina. All’opposto
il terzo mondo popperiano non sarebbe dotato di alcuna coscienza. Sebbene
i suoi primi abitanti siano prodotti della coscienza umana, tuttavia essi
sono sostanzialmente diversi e autonomi dalle idee consce e dalle
esperienze soggettive che li hanno prodotti.
In base a questa
concezione i contenuti oggettivi di pensiero, i problemi in sé (terzo
mondo), per mezzo della mediazione cosciente umana (secondo mondo),
plasmano il mondo fisico (primo mondo), istituendo una corrispondenza
univocamente indirizzata.
“La natura appare,
quindi, il prodotto (intenzionale o inintenzionale che sia) di
un’azione che parte, proprio come la ricerca scientifica, da
problemi. Continuare nel parallelismo ci porterebbe necessariamente, a
sconfinare in un terreno che non è certo quello dell’epistemologia, né
delle scienze naturali, e neppure di quelle storiche, ma assomiglia
pericolosamente al tradizionale campo d’interesse dei teologi. Cos’abbia a
che fare la filosofia razionalistica, di cui Popper si proclama a ogni piè
sospinto esponente, con speculazioni di questo genere è un mistero.”[41]
È indubbio che la teoria
dei tre mondi popperiana comporta un allontanamento sostanziale
dall’ambito degli oggetti concreti del cosiddetto “primo mondo” e delle
attività pratiche che hanno luogo in esso. Ha sviluppi simili, pur
costituendo una prima approssimazione a quel rinnovamento della filosofia
della scienza che svilupperemo in seguito, anche la stessa radicale
separazione, che vedremo teorizzata da Popper nel prossimo capitolo, tra
realismo metodologico e realismo ontologico all’interno della tematica
generale del realismo.
II.2.4. Il realismo
critico e gli asserti base
Come abbiamo potuto
constatare fino ad ora l’analisi dell’impresa scientifica effettuata da
Popper, nel sostituire alla logica induttiva dell’empirismo logico la
logica deduttiva del razionalismo critico, non ha sostanzialmente
modificato i presupposti logici del neopositivismo.
Popper oltretutto
afferma, proprio come i positivisti logici, che l’oggettività della
scienza riposa sul fatto di essere edificata su di una “base empirica”.
Tuttavia, la “base empirica” di Popper, non è dello stesso tipo di quella
dei neopositivisti.
Se per questi ultimi essa
deriva da asserti osservazionali basati su un’esperienza immediata di
natura soggettiva, per Popper le esperienze soggettive sono eventi
psicologici che non possono avere alcun tipo di relazione logica con
asserti logici. Le relazioni logiche tra i contenuti, secondo
l’epistemologo viennese, si sviluppano solamente nel mondo “iperuranio”, o
terzo mondo, delle idee. Le esperienze possono solo offrirci la
possibilità di scegliere determinati asserti base ma non possono
dimostrarli.
Per Popper dire, come fa
l’empirismo logico, che la scienza si basa su resoconti osservativi
indubitabili significa semplicemente affermare il fondamento non
scientifico della scienza.
Secondo il filosofo
viennese non esistono asserti scientifici assolutamente veri, esistono
solamente congetture falsificabili.
Ma se tutto è
falsificabile, se persino gli asserti base su cui si sviluppa la
conoscenza scientifica sorgono precariamente da una palude, come è
possibile mettere in atto una qualsiasi confutazione?
Come possiamo non cadere
nel relativismo più spinto?
Come può esistere la
conoscenza di una realtà oggettiva?
Popper ammette che non
può sussistere una prova concreta del fatto che esista qualcosa al di
fuori di noi. Nonostante ciò egli si definisce un “realista critico”
poiché tra i vari argomenti adducibili a sostegno del realismo l’unico
persuasivo gli pare quello inerente alla constatazione della
falsificabilità delle teorie scientifiche.
“Le teorie sono nostre
invenzioni, idee nostre; esse non ci vengono imposte, sono strumenti di
pensiero da noi stessi costruiti: ciò è stato visto chiaramente dagli
idealisti. Ma alcune di queste teorie possono risultare in conflitto con
la realtà, e quando ciò accade constatiamo che vi è una realtà, che esiste
qualcosa a ricordarci che le nostre idee possono essere sbagliate. Ecco
perché il realismo ha ragione.”[42]
Vale a dire che noi non
prendiamo atto del fatto che esiste una realtà esterna dalla descrizione
“vera” che saremmo capaci di darne come crede il positivismo logico, ma
dalla falsificazione della descrizione fallibile che ne abbiamo dato.
I risultati conseguiti
sulla base di teorie che sono per definizione congetturali non possono mai
essere definitivi, ma possono costituire un primo passo per la definizione
di nuove teorie che, a loro volta, produrranno risultati comparativamente
più verosimili delle precedenti.
La perenne rivedibilità
teorica è il carattere che Popper denota con l’aggettivo “critico”
aggiunto al sostantivo “realismo”.
La scienza, per Popper, è
in grado di avanzare per mezzo di un procedimento di
precisazione-rettificazione delle nostre concezioni che non è dato una
volta per tutte in maniera lineare, ma è costituito da una serie di
approssimazioni successive prodotte dalla comunità scientifica nel corso
del tempo.
Non potremo mai sapere di
quanto, e se, ci siamo avvicinati alla verità assoluta o oggettiva.
Tuttavia questa concezione svolge una funzione di carattere regolativo,
uno standard, che possiamo non riuscire a raggiungere mai, ma che imprime
progressività al processo di sviluppo della conoscenza.
La conoscenza quindi è
tutt’uno col proprio accrescimento progressivo. Sarebbe inutile limitarsi
ad una analisi statica dell’atto conoscitivo.
Il “realismo critico” di
Popper si fonda basilarmente su questa idea, vale a dire sulla
constatazione che i punti di vista sulla realtà sono mutevoli, relativi, e
dunque storici.
La novità di una
concezione di questo tipo rispetto all’idea del neopositivismo è legata al
fatto che l’intera epistemologia popperiana si costituisce sull’idea che
la scienza è inseparabile dal proprio sviluppo.
Ad una concezione
soggettivista, e potenzialmente solipsista quale quella neopositivista, si
comincia a sostituire una concezione con un fondamento realistico.
Tuttavia, la separazione radicale posta da Popper tra il realismo critico,
cui attribuisce solo ed esclusivamente carattere metodologico, ed il
realismo metafisico, cui attribuisce carattere ontologico, pur imprimendo
una svolta che non tarderà, come vedremo, a fruttificare, depotenzia
considerevolmente la portata naturalistica del realismo popperiano.
Popper, a proposito dello
iato insanabile tra metodologia realistica ed ontologia realistica,
scrive:
“la nostra asserzione –
ci sono leggi naturali vere – essendo esistenziale, non fa nemmeno
riferimento a qualche legge fisica particolare ma non fa che affermare che
almeno una legge di quel tipo è vera…la nostra asserzione assume un
carattere metafisico – in parecchi dei molti sensi abituali del
termine metafisico, e in un senso in cui può venire usato in antitesi a
logico, metodologico o epistemologico…la nostra asserzione, essendo
esistenziale, non può essere controllata empiricamente; non è
falsificabile; e non è neppure verificabile, poiché nessuna legge lo è.
Visto che la nostra asserzione è inconfutabile, possiamo senz’altro
descriverla come metafisica, nel senso tecnico in cui il termine è usato
nella ‘Logica della scoperta scientifica’…Fortunatamente la ‘Logica della
scoperta scientifica’ non era un libro di metafisica…Né lo è questo ‘Poscritto’.
Tuttavia nella ‘Logica della scoperta scientifica’ dichiarai che credevo
nel realismo metafisico. E vi credo tuttora.”[43]
Mentre il “realismo
metafisico”, o ontologico, serve a Popper per porre l’idea regolativa,
cioè la verità assoluta, cui tendere perennemente, il “realismo critico”,
o metodologico, fonda la sua epistemologia. Questa epistemologia contempla
sia una parte descrittiva, basata sullo sviluppo processuale di
verisimilitudine, sia una parte normativa, basata sul livello di
corroborazione degli asserti di base.
Il carattere normativo
del realismo metodologico popperiano traspare chiaramente proprio
osservando gli elementi fondamentali che attivano la macchina
epistemologica: gli asserti base singolari. Essi, che permetterebbero la
falsificazione delle teorie generali, lungi dall’essere verificati
induttivamente, debbono all’opposto essere corroborati dagli scienziati.
Cosa significa? Ce lo spiega direttamente l’autore viennese:
“tutti i controlli di una
teoria, sia che mettano capo alla corroborazione, sia che abbiano come
risultato la falsificazione della teoria stessa, devono arrestarsi a
qualche asserzione-base o ad altre asserzioni che decidiamo di
accettare. Se non perveniamo a nessuna decisione, e non accettiamo
l’una o l’altra delle asserzioni-base, il controllo non ci avrà condotto
da nessuna parte. Ma considerata da un punto di vista logico, la
situazione non è mai tale da costringerci ad arrestarci a questa
particolare asserzione-base piuttosto che a quell’altra, o addirittura da
costringerci a rinunciare al controllo. Infatti qualsiasi asserzione-base
può a sua volta essere controllata usando come pietra di paragone
qualunque asserzione-base che possa essere dedotta da essa, con l’aiuto di
qualche teoria: sia di quella che si deve controllare sia di un’altra
teoria.”[44]
In altri termini
l’accettazione o meno degli asserti-base, da cui dipende la sorte delle
teorie, fa capo ad una decisione dello scienziato anziché ad una qualche
forma di dimostrazione empirica. Lo status degli asserti-base è
convenzionale.
Tenendo presente che
l’unica dimostrazione ammessa da Popper è la deduzione logica, che vige
solamente tra asserti ma non tra asserti ed esperienze, risulta quanto
meno ambigua sia la natura degli asserti-base che, con essi, la stessa
metodologia popperiana.
L’ambiguità consta nel
collegamento, che Popper mutua dal positivismo logico, tra esperienza e
asserti-base. Infatti, mentre da una parte si conferma la posizione
empirista secondo la quale l’esperienza fornisce la base per le teorie
scientifiche, dall’altra si afferma che le esperienze possono solo fornire
ragioni per l’accettazione di determinati asserti-base, ma non possono
dimostrarli. Questo inocula un tarlo di convenzionalità e normatività, in
seno all’immagine di Popper del processo scientifico, che destruttura
tutta l’impalcatura logicista eretta sul ruolo del “modus tollens” della
falsificazione rispetto alla verificazione, e sullo status peculiare degli
asserti-base nella metodologia scientifica.
Popper, che costruisce la
propria epistemologia su fondamenta che denunciano debiti consistenti nei
confronti del positivismo logico, in particolare nell’enfasi posta sul
ruolo della logica formale nella filosofia della scienza, e sulla funzione
importante attribuita comunque all’osservazione e a qualche insieme di
asserti collegati strettamente con l’osservazione, nell’affermare
l’oggettività della scienza fa emergere alla fine una rappresentazione
dell’impresa scientifica nuova. In questa novità si esprime la natura di
transizione della raffigurazione dell’impresa scientifica da parte di
Popper. Egli infatti compie una riflessione:
“…in cui il giudizio
della comunità scientifica svolge un ruolo ben maggiore rispetto
all’applicazione di regole formali e di criteri effettivi, ed in cui la
teoria e l’osservazione cooperano ad un livello assai più paritario nella
costruzione della scienza.”[45]
Tuttavia, il livello di
coscienza sviluppato dall’autore viennese della natura transitoria e di
frontiera della propria epistemologia non doveva essere particolarmente
elevato in lui. Non solo perché, in ogni caso, egli non portò mai a
compimento questo passaggio, ma anche perché, come abbiamo visto, per
sostenere la propria riflessione dualistica fu costretto a separare il suo
realismo in un “a priori” e in un “a posteriori”, in ontologia
(metafisica), e in metodologia (critica). Questo lo portò a distinguere la
sua eredità neopositivista, e quindi idealistica, espressa nella ricerca
di una formula logica (il falsificazionismo) in grado di consentirgli di
decodificare il mondo, dal riconoscimento realistico della dinamicità,
della processualità, e della normatività interna della sedimentazione
scientifica.
Se, per assurdo, Popper
avesse compiuto una ricognizione più profonda e meno ideologicamente
orientata del materialismo (vale a dire se egli non fosse stato ciò che è
stato), sarebbe potuto giungere ad una risoluzione del problema ontologico
del materialismo differente rispetto al realismo metafisico.
Avrebbe potuto acquisire
coscienza piena della natura peculiare della propria epistemologia, e
avrebbe potuto riunire neopositivismo e nuova filosofia della scienza,
realismo metafisico e realismo metodologico.
“Sussiste infatti la
possibilità di affermare, come ad esempio fa il materialismo dialettico,
che la conoscenza scientifica è conoscenza di una realtà che esiste
indipendentemente dall’atto conoscitivo stesso, che cioè non viene
costituita dallo stesso processo del pensiero, e tuttavia abbinare a
questa ‘professione di fede’ materialistica il riconoscimento del fatto
che la struttura di questa realtà non può essere afferrata a priori, entro
le categorie di un qualche sistema filosofico, ma soltanto attraverso una
serie di approssimazioni successive prodotte dalla comunità scientifica
nel corso del tempo.”[46]
L’ambiguità della
filosofia di Popper, dovuta alla sua natura di frontiera, fa si che nel
corso del tempo essa venga interpretata in due maniere contrapposte
generando quasi due diverse filosofie che, mutuando la terminologia di
H.Brown, possiamo definire: “falsificazionismo stretto” (o “ingenuo”, come
vedremo lo chiamerà Lakatos), e “falsificazionismo modificato”.[47]
La possibilità di
interpretazioni differenti dell’opera epistemologica di Popper consta
comunque non solo nella sua ambiguità intrinseca, ma anche nelle letture
successive effettuate da chi pretende di renderla, di volta in volta, più
affine al positivismo logico piuttosto che alla nuova immagine della
filosofia della scienza.
Al di fuori, e al di là,
di questi due campi contrapposti che svilupperemo successivamente vi è
anche chi ha tratto conseguenze estreme dall’opera di Popper arrivando ad
ipotizzare, nel quadro di una epistemologia anarchica, l’assoluta
impossibilità di poter identificare con sicurezza un metodo scientifico e
costruendo, su queste basi, una filosofia della scienza autodissolvente:
tutto va bene!
II.3.
FEYERABEND:
PROLIFERAZIONE TEORICA E ANARCHISMO METODOLOGICO
Il problema costante
nella varietà delle teorie metodologiche: dall’empirismo classico, al
neopositivismo, al falsificazionismo, è quello delle asserzioni con cui
controlliamo le ipotesi o teorie scientifiche. Almeno parte del controllo
è costituito sempre dal confronto tra l’ipotesi e determinati dati
osservativi.
Se per i fautori
dell’empirismo le asserzioni-base sono originarie, sia in senso logico che
cronologico, in quanto esprimono le nozioni elementari su cui si fonda la
conoscenza.
Se per la concezione del
positivismo logico le asserzioni-base sono fondamentali solo in senso
logico, come registrazioni semplici (protocolli) di esperienze immediate.
Per la filosofia della
scienza delle congetture e confutazioni di Popper le asserzioni-base non
sono basilari né in senso cronologico, in quanto la conoscenza non inizia
da impressioni semplici ma da aspettazioni generali, né in senso logico,
poiché ogni descrizione, anche la più elementare, trascende, per i termini
disposizionali che contiene, i dati cui si riferisce. “Base”, nella
prospettiva popperiana, va inteso in senso metodologico; si riferisce a
“osservazioni sufficientemente semplici che si decide di accettare per il
controllo delle ipotesi scientifiche”.[48]
Questa concezione
fa nascere immediatamente un dilemma: le asserzioni-base, dipendono o no
dalle teorie?
È chiaro che le
asserzioni-base, controllando le teorie, devono essere indipendenti da
esse, ma d’altro canto, essendo anche interpretazioni di dati alla luce di
teorie, devono altresì dipendere dalle stesse. La soluzione realistica a
questo dilemma, che fa capolino in mezzo al criticismo di stampo
neopositivistico della filosofia della scienza di Popper, è che le
asserzioni-base devono essere controllate e accettate intersoggettivamente.
Tuttavia questa soluzione nel momento in cui assume radicalmente la
pervasività ed onnicomprensività dell’interpretazione teorica del mondo,
ed associa ad essa l’assenza di punti fermi induttivamente definiti,
comporta, come conseguenza necessaria, l’incommensurabilità delle teorie
scientifiche.
Feyerabend coniuga in tre
tesi questa incommensurabilità.
1)
Due teorie
scientifiche, facenti capo a sistemi di pensiero differenti, sono
incommensurabili in quanto usano concetti incommensurabili fra loro.
Teoria della varianza di significato.
2)
Due teorie
scientifiche sono incommensurabili perché gli individui che le affermano,
oltre a usare concetti diversi, hanno anche percezioni (o
esperienze) diverse.
3)
Due teorie
scientifiche sono incommensurabili perché fanno riferimento a metodi
specifici, ed inevitabilmente differenti, di ricerca e di comprensione dei
risultati.
Queste tre tesi sulla
incommensurabilità delle teorie scientifiche conducono Feyerabend alla
metodologia anarchica che lo contraddistingue.
Se non è più possibile,
dopo il razionalismo critico, determinare oggettivamente un criterio
logico in grado di consentire una scelta completamente razionale tra
teorie alternative poiché vi sono componenti valutative irriducibili
razionalmente.
Se non è più possibile
giustificare la preferenza epistemologica per una teoria piuttosto che per
un’altra poiché il metodo induttivo, che consente questa giustificazione
all’empirismo, è smantellato.
Non si può escludere che
regole differenti, rispetto a quelle del razionalismo critico, conducano
ugualmente ad un progresso scientifico. Da qui prende l’abbrivio la
riflessione di Feyerabend secondo la quale l’unica regola di metodo
accettabile è che non vi devono essere regole di metodo: tutto va bene!
Egli propone una
metodologia che controinduttivamente ipotizza e accetta solo teorie in
contrasto con l’esperienza. L’epistemologia da cui origina afferma che i
fatti, essendo in ultima analisi teorici, hanno scarso o nullo peso per
giudicare il valore delle teorie.
“La scienza è un’impresa
essenzialmente anarchica…‘La storia in generale, la storia delle
rivoluzioni in particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia,
più multilaterale, più viva, più astuta’ [‘L’estremismo, malattia
infantile del comunismo’ -Lenin- citato nel testo] di quanto possano
immaginare anche il migliore storico e il miglior metodologo.”[49]
Come abbiamo visto,
considerando la seconda tesi di Feyerabend sull’incommensurabilità delle
teorie scientifiche, egli fa propria l’argomentazione secondo cui,
attraverso la teorizzazione scientifica, noi non solo interagiamo con la
realtà, ma giungiamo a determinarla influenzando anche la maniera in cui
essa, tramite l’esperienza, risponde alle nostre sollecitazioni.
Feyerabend attribuisce un
carattere onnipervasivo alle assunzioni teoriche tale per cui la
possibilità di controllo assegnata tradizionalmente alla esperienza
scompare determinando una “scienza senza esperienza”, cioè una scienza
anarchica nella quale mancano regole di valutazione assolute.
Il filosofo anarchico
ritiene che la sola maniera per considerare principi onnicomprensivi è
quella di metterli a confronto con un insieme differente di principi
egualmente onnicomprensivi. Per giudicare dell’adeguatezza di una teoria o
ipotesi scientifica occorre confrontarla con un’altra teoria o ipotesi
differente. Nella misura in cui una scienziato sia interessato ad ottenere
un contenuto empirico il più esaustivo possibile adotterà una metodologia
pluralistica tesa a confrontare teorie con altre teorie anziché con
“l’esperienza”, o con “dati”, o “fatti”.
“In questo modo il sapere
di oggi può diventare la favola di domani e il mito più risibile può
finire col rivelarsi l’elemento più solido della scienza.”[50]
Ma allora, ci si domanda,
come possiamo scegliere tra teorie in competizione?
La risposta di Feyerabend
chiama in causa i desideri soggettivi. La scienza, al suo livello più
avanzato, restituisce all’individuo la piena libertà di scelta. Una scelta
che si effettua in base a giudizi estetici, a pregiudizi metafisici, a
desideri religiosi, o in base a ciò che più aggrada.
La scienza, a parere di
Feyerabend, è “molto più vicina al mito di quanto una filosofia
scientifica sia disposta ad ammettere”.[51]
Pensare che la scienza
debba rispondere a leggi fisse e universali è irrealistico e dannoso. È
irrealistico perché considera semplicisticamente le circostanze che
causano uno sviluppo. È dannoso perché trascura le complesse influenze
fisiche e storiche che incidono sul processo scientifico.
Feyerabend afferma che,
contrariamente a quanto pensa Popper, la grande maggioranza degli
scienziati reagisce ad un attacco portato alle proprie idee trincerandosi
all’interno del proprio sistema come se fosse tabù. Le convenzioni di base
vengono protette da ipotesi ad hoc mentre tutto ciò che non si adatta al
sistema viene dichiarato incompatibile ed inesistente. La scienza sarebbe
impossibile senza questo dogmatismo che la fa somigliare al mito.
Feyerabend giunge ad
affermare che “la separazione di scienza e non scienza è non soltanto
artificiale ma anche dannosa per il progresso della conoscenza”.[52]
Come abbiamo visto il
razionalismo critico di Popper prospera sull’idea di falsificazione. La
falsificazione di una teoria scientifica si effettua esibendo un fatto che
ne contraddica qualche derivazione logica.
D’altra parte il
razionalismo critico afferma la teoreticità delle osservazioni. Così esso,
se per un verso richiede la distinzione tra linguaggio teorico e
linguaggio osservativo andando in direzione di un realismo metafisicamente
fondato, per l’altro verso nega questa distinzione muovendosi in direzione
di un convenzionalismo e di un teoreticismo criticamente fondato.
Feyerabend individua e
critica nel lavoro di Popper il concetto empirista residuale di un
linguaggio neutrale in grado di mettere in comunicazione teorie
confliggenti per poter decidere quale falsificare. Non sembra rendersi
conto però che compie questa critica sfruttando, in base alla tesi
dell’incommensurabilità di teorie rivali, l’idea complementare del
razionalismo critico inerente la teoreticità delle asserzioni; questa idea
è inserita poi in un quadro metodologico riaffermato, anche se
depotenziato, ad una sola regola: tutto va bene!
Ciò che riteniamo sia
realmente importante nel discorso epistemologico di Feyerabend, al di là
dei formalismi metodologici, è il ruolo nuovo, nello sviluppo scientifico,
attribuito al dogmatismo delle comunità degli scienziati.
Lo sviluppo dell’impresa
scientifica viene osservato dal filosofo anarchico non solo dal punto di
vista logico-formale, ma anche dal punto di vista storico processuale,
cambiando sostanzialmente la prospettiva neopositivista.
Come vedremo Feyerabend
non è stato il primo ad illuminare chiaramente questo aspetto, prima e
meglio di lui Kuhn impostò tutta la propria opera su tale questione.
Ciò che ora ci interessa
considerare tuttavia è l’opera di Lakatos. Se Feyerabend portò alle
estreme conseguenze il criticismo presente nel razionalismo critico,
Lakatos ne esplorò fino in fondo la metodologia razionalistica, definendo
meglio le opportunità del “falsificazionismo modificato” per la filosofia
della scienza.
II.4.
LA METODOLOGIA DEI PROGRAMMI
DI RICERCA SCIENTIFICI DI LAKATOS
Secondo le regole del
metodo scientifico di Popper le teorie sono congetture o ipotesi proposte
dallo spirito creativo della scienziato. Queste congetture non trovano
legittimità per mezzo di conferme basate sull’esperienza ma tramite la
controllabilità. Una teoria si dice corroborata, e transitoriamente
accettata, nella misura in cui superi i tentativi di falsificazione,
altrimenti viene confutata. Nel momento in cui una teoria viene confutata
da asserzioni-base di controllo (non dati osservativi ma osservazioni
teoriche), essa viene anche rifiutata tramite una decisione
intersoggettiva. Questo implica una rivoluzione teorica permanente
che, non prevedendo la sostituzione immediata della teoria rifiutata,
comunica l’immagine di uno sviluppo scientifico fondato su interregni di
vuoto teorico e propone un criterio di demarcazione troppo suscettibile di
interpretazioni soggettive. Infatti, una volta accettato il carattere
teorico dell’osservazione, il controllo si riduce a mettere a confronto
ipotesi teorica e osservazione teorica acquisendo una valenza marcatamente
pragmatica e poco oggettiva.
L’esigenza formalistica
di trovare un algoritmo logicamente fondato che consenta di decidere in
modo oggettivo spinge Popper a tentare due strade per superare questa
difficoltà.
La prima strada battuta
dall’epistemologo viennese consiste nel tentativo di stabilire,
recuperando un criterio quasi induttivistico, una classificazione
gerarchica dei gradi di teoreticità in modo tale da isolare una classe di
enunciati relativamente osservativi (conoscenza di sfondo) che possano
agire criticamente sulle teorie. Questa strada si imbatte subito nella
critica convenzionalistica e olistica di Duhem e Quine che, affermando
l’impossibilità di controllare isolatamente una teoria, nega la
plausibilità di qualsiasi criterio logico in grado di individuare
un’ipotesi che possa agire su altre ipotesi.
La seconda strada
percorsa da Popper tenta di rispondere alle aporie della rivoluzione
teorica permanente affermando che una confutazione non implica
necessariamente un rifiuto immediato della teoria confutata. Una teoria
potrebbe essere salvata, tramite aggiustamenti e dogmatismi, fino a quando
non se ne sia trovata un’altra con un contenuto di verosimiglianza
superiore rispetto alla precedente.
Scrive Popper nel 1963
che una teoria andrà rifiutata se e solo se verrà sostituita da:
“…una nuova teoria capace
di spiegare certi fatti sperimentali, alcuni dei quali erano spiegati
efficacemente dalle teorie precedenti; altri che queste non erano in grado
di spiegare; e altri da cui esse finirono in effetti falsificate.”[53]
Vedremo come Lakatos
percorra proprio questa strada, aperta da Popper, per tentare di
conciliare il falsificazionismo con alcune istanze del pensiero di Kuhn
allo scopo di rendere conto della concreta pratica scientifica emergente
dagli studi di storia della scienza.
Lakatos infatti, ha
caratterizzato la propria filosofia della scienza sia come risposta in
termini popperiani alla sfida lanciata da Feyerabend all’idea di
razionalità scientifica, sia come opposizione, stavolta in accordo con
Feyerabend, “all’orientamento aprioristico della filosofia della scienza
tradizionale”.[54]
Per Lakatos le teorie
metodologiche devono essere ancorate allo sviluppo storico della scienza
reale. Egli trasforma la metodologia in una disciplina “quasi empirica” in
cui le “asserzioni relativamente singolari”, o “giudizi di base”, sui
quali la “élite scientifica”[55]
concorda, costituiscono un criterio di demarcazione tra scienza e
pseudoscienza valido quanto i dati sperimentali in una scienza empirica.
La storia della scienza
diviene dunque il luogo di controllabilità delle metodologie in
competizione.
“L’idea di base di questo
tipo di critica è che tutte le metodologie funzionano come teorie (o
programmi di ricerca) di carattere storiografico (o metastorico) e possono
essere criticate criticando le ricostruzioni razionali della storia cui
esse conducono.”[56]
Il risultato di questa
critica non produrrà la storia della scienza come essa è realmente stata,
ma solo la “storia interna” di una crescita scientifica che tralascia
fattori economici, psicologici, e sociali, non riconducibili al mondo
della conoscenza oggettiva o terzo mondo di Popper. Questa “storia
interna” costituirà quindi una riflessione incompleta e alterata della
storia reale, che tuttavia, a parere di Lakatos, potrà far emergere la
“razionalità della scienza”.
Anche se Lakatos afferma
che “l’internismo radicale è utopistico e, come teoria della razionalità,
autodistruttivo”,[57]
tuttavia,
sulle orme di Popper e del positivismo logico, anch’egli ritiene che le
migliori ricostruzioni della scienza, allo scopo di dar conto della
commensurabilità e controllabilità delle teorie, amplifichino il ruolo dei
fattori interni (razionali), riducendo il ruolo dei fattori esterni
(socio-psicologici).
Questo ripropone un
formalismo che, pur tenendo conto del dato della esistenza, piega la
storia concreta alle esigenze della ricostruzione razionale.
La metodologia dei
programmi di ricerca di Lakatos, pur aggiungendo una spruzzata di
storiografia della scienza, ripropone sostanzialmente come immagine dello
sviluppo scientifico il falsificazionismo popperiano basato sul “modus
tollens” ipotetico deduttivo. La novità di Lakatos consiste nel
considerare dinamicamente e non staticamente questa teoria escogitandone
una rappresentazione che dal falsificazionismo dogmatico giunge al
falsificazionismo sofisticato dei programmi di ricerca scientifici[58].
Per il falsificazionismo
dogmatico “anche se la scienza non può dimostrare” alcuna teoria “essa può
refutare”.[59]
La scienza, per il falsificazionista dogmatico, “cresce rovesciando una
dopo l’altra le teorie con l’aiuto di fatti puri e semplici”.[60]
Il falsificazionismo
metodologico si differenzia dal falsificazionismo dogmatico in quanto
teoria della conoscenza attivista, e quindi convenzionalista. Esso
sostiene che il valore di verità delle asserzioni-base, che decidono della
sorte di una teoria, non può essere inferito dai fatti ma può essere
deciso. “Il falsificazionista metodologico o convenzionalista
rivoluzionario rende infalsificabili con un fiat alcune asserzioni
singolari”, le definisce “osservative”, ma non seriamente poiché la scelta
di tali asserzioni “è frutto di una decisione”, e quindi, per mezzo di “un
secondo tipo di decisione separa l’insieme delle asserzioni di base
accettate dalle altre”,[61]
considerandole “conoscenza di sfondo” non problematica in grado di
falsificare le ipotesi teoriche.
Il falsificazionista
metodologico sa benissimo che “le decisioni giocano un ruolo essenziale
nella metodologia come in qualunque forma di convenzionalismo”,[62]
tuttavia
egli si assume la responsabilità di rischiare di andare fuori strada come
prezzo da pagare perché sia possibile il progresso.
Secondo Lakatos vi sono
almeno due caratteristiche, che accomunano il falsificazionismo dogmatico
e il falsificazionismo metodologico, che sono in aperto contrasto con
l’effettiva storia della scienza.
La prima è che per
entrambe le metodologie un controllo si riduce ad una battaglia a due fra
teoria ed esperimento.
La seconda è che il solo
risultato interessante di tale confronto è la falsificazione conclusiva.
La storia della scienza
oppone a riguardo che: i) i controlli sono lotte non a due, ma almeno a
tre fra teorie in competizione e l’esperimento; ii) il confronto non porta
sempre ad una falsificazione ma spesso, “prima facie”, ad una conferma.
La versione sofisticata
di falsificazionismo che illustra Lakatos fornisce, rispetto al
“falsificazionismo ingenuo”, una interpretazione differente sia del
criterio di demarcazione che del criterio di falsificazione.
Il falsificazionista
sofisticato, per quanto riguarda il criterio di demarcazione, ritiene una
teoria “scientifica” solo “se ha un maggiore contenuto empirico
corroborato rispetto alla teoria precedente (o rivale), cioè soltanto se
porta alla scoperta di fatti nuovi”.[63]
Per quanto riguarda il
criterio di falsificazione invece, il falsificazionista sofisticato
ritiene una teoria T falsificata se e solo se è stata proposta una
teoria T’ che: 1) ha contenuto empirico addizionale rispetto a T, cioè
predice fatti nuovi; 2) spiega il precedente successo di T; 3)
parte del suo contenuto addizionale è corroborato.
Questa versione
sofisticata di falsificazionismo, a differenza di quella ingenua, ha il
pregio di riuscire a rispondere plausibilmente alla affermazione della
critica convenzionalistica secondo la quale nessun risultato sperimentale
isolato può mai abbattere una teoria che può sempre essere salvata, o per
mezzo di qualche ipotesi ausiliare, o per mezzo di opportune
reinterpretazioni dei suoi termini.
Già Popper, concordando
con i convenzionalisti, “riconosce che il problema è come distinguere fra
gli aggiustamenti scientifici e quelli pseudoscientifici”,[64]
o come egli
li definisce “ipotesi ad hoc”, “stratagemmi convenzionalistici”. A parere
di Lakatos, questo può essere realizzato solamente valutando serie di
teorie e non teorie isolate.
Come scrive Lakatos:
“non è dunque vero che
proponiamo una teoria e la natura può gridarci il suo NO; proponiamo
piuttosto un labirinto di teorie e la natura può gridarci INCOMPATIBILI.”[65]
Questo spiega il motivo
per cui non esistono quegli esperimenti cruciali, tanto cari al
falsificazionismo ingenuo, che possono “rovesciare istantaneamente un
programma di ricerca”.[66]
“Gli
esperimenti cruciali sono considerati come tali solo dopo decenni”.[67]
Ma se per rifiutare
definitivamente le congetture scientifiche non esistono esperimenti
cruciali, e se stabilire il superamento di un programma di ricerca da
parte del suo rivale è un processo così lungo, difficoltoso, ed alla fine
aleatorio come ha rilevato bene Feyerabend,[68]
la domanda
che ci si pone è: esistono strumenti normativi, una razionalità
interteorica, che possano decidere una volta per tutte lo status di un
programma di ricerca o di un’ipotesi teorica?
La risposta che ci
sentiamo di poter dare, sulla scorta dell’analisi delle metodologie
critiche fin qui svolte è no!
II.5.
IL RUOLO DELLA STORIA DELLA SCIENZA
NELL’EPISTEMOLOGIA CONTEMPORANEA
Nella misura in cui la
nostra conoscenza della natura è limitata ai risultati della ricerca
scientifica, vale a dire ad una rappresentazione teorica, ad una immagine
della natura, anche la nostra conoscenza degli eventi passati è limitata
ai risultati della ricerca storica, che non sono il passato, ma solo una
sua interpretazione teorica. Se questo è vero la storia della scienza non
può aiutarci a risolvere specifici problemi scientifici, ma può farci
capire meglio la scienza contemporanea inquadrandola nel suo contesto
sociale. Essa ci può ricordare che le manifestazioni attuali della scienza
non sono uniche e assolute ma derivano, fra molte alternative, da una
selezione socialmente condizionata. Non solo:
“…è la storia della
scienza, più di ogni altra disciplina, inclusa la filosofia, che ci ha
insegnato che il metodo scientifico, percepito come dottrina assoluta e
canonizzata è un artificio.”[69]
Lo stesso concetto di
razionalità è soggetto a sua volta a fluttuazioni storiche e culturali che
impediscono di valutare gli eventi storici in base a standard moderni di
razionalità.
Come abbiamo visto i
filosofi della scienza trattati fino ad ora hanno idee difformi riguardo
la storia della scienza.
Popper ritiene che una
corretta spiegazione storica possa ricostruire normativamente, per
dimostrarne la razionalità intrinseca, unicamente l’azione di un singolo
individuo. Egli rifiutando come pseudo-spiegazioni quelle basate sugli
“interessi sociali” o sul “contesto intellettuale”, abbraccia
l’individualismo metodologico; non considera che una interpretazione fa
comunque da cuscinetto e che quindi è impossibile accedere empiricamente a
fenomeni storici individuali.
Molti fenomeni collettivi
non possono essere ridotti, pena una spiegazione imperfetta, a semplici
basi fenomeniche individualistiche.
Feyerabend intende
correttamente, a nostro parere, il ruolo della ricerca storica quando,
basandosi sulla storia della scienza, confuta l’idea che esista un metodo
razionale assoluto alla guida dell’attività scientifica. Ricade però nello
stesso errore di Popper immediatamente dopo quando, al posto di un metodo
razionale, pone un non-metodo anarchico con le stesse caratteristiche.
Lakatos, pur parafrasando
un motto kantiano,[70]
suddivide
la storiografia della scienza in “storia interna” e “storia esterna”
relegando l’interpretazione storica in secondo piano come semplice
strumento di controllo delle metodologie scientifiche.
La storia della scienza,
con diverse gradazioni, viene trattata da tutti e tre gli epistemologi che
abbiamo considerato come un’ancella della filosofia. Essa entra in gioco
unicamente per sostenere o per controllare la filosofia della scienza
senza mai ricoprire un ruolo centrale nella riflessione epistemologica.
Questa dottrina esprime una divaricazione netta tra contesto della
scoperta (ordo inveniendi), e contesto della giustificazione (ordo
demonstrandi). Il filosofo, secondo questa tesi, ha a che fare solo con
questioni logiche che sorgono successivamente alla formulazione di una
teoria scientifica. Il processo storico, attraverso il quale uno
scienziato ipotizza una teoria, non riguarda il filosofo, ma solo il
sociologo e lo psicologo.
La filosofia della
scienza di cui è interprete principale Thomas Kuhn invece, istituendo una
ricostruzione della pratica scientifica come attività volta a risolvere
problemi concreti, riunifica contesto della giustificazione e contesto
della scoperta, contesto logico e contesto storico, in modo tale che
difficilmente è possibile tracciare una linea retta che li divida.
II.6.
LA SCIENZA PER PARADIGMI
L’approccio di Kuhn alla
filosofia della scienza, diversamente da quello dei filosofi
neopositivisti logici e criticisti che esaltano l’importanza normativa
della mediazione logico-linguistica, è caratterizzato da una stretta
combinazione di elementi normativi e descrittivi. Questi elementi,
cercando di far coincidere il “dover essere” degli scienziati con la loro
effettiva pratica scientifica rintracciata nella storia della scienza,
sottolineano la sostanziale incommensurabilità logico-linguistica delle
teorie.
“La storia – si continua
troppo spesso a ripetere – è una disciplina puramente
descrittiva…tuttavia, almeno alcune delle mie conclusioni appartengono
tradizionalmente alla logica o alla epistemologia…Lungi dall’essere
distinzioni logiche o metodologiche elementari, le quali sarebbero così
anteriori all’analisi della conoscenza scientifica, esse appaiono ora
parti integranti di un insieme tradizionale di risposte sostanziali, date
proprio a quelle questioni sulle quali esse sono state proiettate…Se il
loro contenuto deve essere qualcosa di più di una pura astrazione, allora
quel contenuto va scoperto osservandole quando vengono applicate ai dati
che esse hanno il compito di elucidare.”[71]
Kuhn mette in discussione
sia l’immagine classica della scienza degli empiristi basata sulla
prospettiva linguistica, sia l’immagine della scienza di Popper basata
sulla fondazione ontologica della logica della scoperta, o terzo mondo di
teorie oggettive autonome dai soggetti conoscenti. Egli, considerando la
scienza non solo come pura attività speculativa ma come attività
controllata da domande esterne ad essa, parte dall’analisi sociologica di
comunità scientifiche storicamente determinate. Queste comunità,
educandosi ed esercitandosi su manuali che espongono la teoria
riconosciuta come valida, fondano la loro prassi scientifica sui risultati
raggiunti dalla scienza precedente.
Il patrimonio
teorico-pratico condiviso dalle comunità scientifiche viene definito da
Kuhn “paradigma”. Scrive Kuhn che:
“le discussioni
tradizionali sul metodo scientifico hanno cercato di trovare un insieme di
regole che permettessero ad ogni singolo individuo che le applicava
di produrre vera conoscenza. Ho tentato di insistere invece sul fatto che
per quanto la scienza venga praticata da singoli, la conoscenza
scientifica è intrinsecamente un prodotto di gruppo e che non
possono essere comprese né la sua peculiare efficacia né le sue modalità
di sviluppo senza fare riferimento alla natura particolare dei gruppi che
la producono.”[72]
Su queste basi Kuhn
individua una immagine dell’impresa scientifica di carattere ciclico che
presenta partizioni dinamiche di consensualità-crisi-rivoluzione-nuova
consensualità.
II.6.1. La scienza
normale
La consensualità
raggiunta in una comunità scientifica determinata su un paradigma,
istituisce la “scienza normale”. Essa consente di forzare la natura entro
le categorie rigide del paradigma attraverso la risoluzione dei fenomeni e
delle teorie (“rompicapo”) che il paradigma stesso fornisce.
Gli scienziati non hanno
mai a che fare direttamente con l’oggetto d’indagine ma lo analizzano
sempre e soltanto attraverso la mediazione di una Gestalt unificante
(“paradigma” o “matrice disciplinare”). La “scienza normale”, consentendo
di studiare una parte della natura approfonditamente, opera così in una
area di ricerca limitata che, senza avere di mira la produzione di novità
fondamentali, obbliga a concentrare l’attenzione.
Una comunità scientifica
acquista con un paradigma “un criterio per semplificare i problemi che nel
tempo in cui si accetta il paradigma sono ritenuti solubili”. Questi
problemi sono gli unici “che la comunità ammetterà come scientifici”.[73]
Ciò che interessa i ricercatori dopotutto non è il risultato, che si può
anticipare con precisione, ma la strada che conduce a quel risultato.
“Portare un problema
della ricerca normale alla sua conclusione equivale ad ottenere ciò che si
è anticipato in un modo nuovo, e ciò richiede la soluzione di tutta una
serie di complessi rompicapo strumentali, concettuali e matematici. Colui
che riesce nell’impresa si dimostra un esperto solutore di rompicapo, e la
sfida del rompicapo è una parte importante delle ragioni che di solito lo
spingono avanti.”[74]
Kuhn, fondando la
“scienza normale”, e la scienza in generale sui casi esemplari, porta alla
luce quel lato pratico-operativo della scienza che Popper svaluta come
“techne” strumentalista priva di importanza. A giudizio di Popper infatti,
come ricordiamo, la scienza è composta da “doxai” in perenne rivolgimento.
La “rivoluzione
permanente” delle teorie non è a parere di Kuhn un’immagine fedele
dell’impresa scientifica, bensì rappresenta un “imperativo ideologico”
verso cui tendere. Kuhn ritiene che sia necessario: “vivere entro i nostri
quadri concettuali ed esplorarli, prima di poterli spezzare”.[75]
Le rivoluzioni non
possono rappresentare l’intera impresa scientifica: “tra una rivoluzione e
l’altra deve necessariamente capitare qualcosa di diverso”.[76]
L’esistenza di una scienza normale risolutrice di rompicapo è il naturale
corollario dell’esistenza delle rivoluzioni.
Su questo punto le
metodologie di Kuhn e di Popper divergono risolutamente. Se il secondo
sostiene che lo scienziato dovrebbe essere sempre critico promuovendo
continuamente la proliferazione di teorie alternative, il primo ritiene
che questo tipo di strategia vada proposto solo nei momenti di crisi dei
paradigmi. Secondo Kuhn:
“…per capovolgere il
punto di vista di Popper, è proprio l’abbandono del discorso critico che
segna la transizione a una scienza. Una volta che un settore ha compiuto
questa transizione, il discorso critico riappare solo in momenti di crisi
quando le basi del settore sono di nuovo in pericolo. Soltanto quando
devono scegliere tra teorie concorrenti gli scienziati agiscono come
filosofi.”[77]
È nelle protoscienze come
le arti, la filosofia e le scienze sociali in genere (tranne l’economia),
che la discussione sui fondamenti è sempre aperta. Nelle scienze mature
come la fisica, la chimica ecc., la critica si riserva unicamente per i
periodi di crisi.
Kuhn non esplicita le
motivazioni che conducono alla transizione da protoscienza a scienza
matura ed al potenziamento conseguente della “scienza normale”. Tuttavia
queste motivazioni possono essere estrapolate dalla riflessione
complessiva dell’epistemologo statunitense. Scrive a questo proposito Luca
Nutarelli:
“…si potrebbe ipotizzare
che la maturazione di una scienza proceda di pari passo con una crescente
domanda esterna. Se fosse così le precoci maturazioni della geometria,
della matematica e della astronomia troverebbero spiegazione nelle
necessità di misurazioni adeguate per i terreni agricoli e di calendari
accettabilmente precisi…L’elemento della previsione che caratterizza
fortemente il concetto di maturità è quindi da supporsi essersi sviluppato
in corrispondenza di una domanda esterna forte in senso di impiego sociale
della scienza.”[78]
Se questo è vero la
ricerca normale, come attività risolutrice di rompicapo determinati da una
forte domanda sociale, “è un’impresa altamente cumulativa” che estende
“stabilmente la portata e la precisione della conoscenza scientifica”.[79]
La ricerca scientifica
tuttavia, non è solo “scienza normale”; essa trova continuamente novità di
fatto o teoriche.
Come si può conciliare il
fatto che una ricerca governata da un paradigma introduca cambiamenti di
paradigma?
Come può essere che la
“scienza normale”, tendente a sopprimere le novità, sia così efficace nel
farle nascere?
Kuhn risponde che
un’anomalia è distinguibile unicamente su uno sfondo paradigmatico il più
possibile definito. Possiamo renderci conto della comparsa di una
anomalia, potenzialmente distruttrice di un paradigma, solamente nella
stessa maniera in cui, per esempio, dopo che maniacalmente ed un po’
ottusamente risistemiamo quotidianamente la nostra scrivania, ci rendiamo
conto che una determinata penna non è al proprio posto o la punzonatrice è
in un altro cassetto. Quanto più preciso è un paradigma “tanto più
riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di una anomalia e quindi di un
occasione per cambiare il paradigma”.[80]
La resistenza al
cambiamento, o nella terminologia popperiana “dogmatismo”, garantisce che
quando sorge una anomalia rilevante prima di tutto si cerchi, tramite una
riformulazione del paradigma, di inglobare l’anomalia. Solamente in un
secondo tempo, nel caso in cui questo “stratagemma convenzionalistico” non
dovesse riuscire e dovessero sommarsi altre anomalie, subentrerebbe una
crisi che metterebbe in discussione complessivamente l’insieme di
conoscenze acquisite, il paradigma intero.
II.6.2. Le
rivoluzioni scientifiche
Lo studio storico dello
sviluppo scientifico, secondo Kuhn, non ha mai confermato che
l’invalidazione di una teoria si concretizzi in base a quelli che egli
chiama “stereotipi metodologici” quali l’empirismo o il popperismo, bensì
attraverso il confronto tra paradigmi alternativi. A suo parere una teoria
scientifica non viene respinta mettendo a confronto la teoria stessa con
la natura come crede l’empirismo, e nemmeno confrontando asserti-base
(teoria osservativa) e conoscenza di sfondo (teoria interpretativa) come
crede Popper, ma decidendo di abbandonare un paradigma per accettarne un
altro.
Certo si può pensare che
l’attività di far combaciare il più possibile teorie e fatti compiuta
dalla “scienza normale” equivalga alla ricerca di prove che consentano di
confermare o di invalidare le sue teorie. Ma al contrario, in realtà,
secondo l’epistemologo statunitense, l’obiettivo di questa ricerca è solo
quello di risolvere rompicapo che esistono solamente perché si accetta la
validità di un paradigma.
Se lo scienziato non è in
grado di risolvere un rompicapo non è la teoria di riferimento che viene
invalidata, come crede Popper, ma la capacità risolutrice del ricercatore,
la sua preparazione specifica.
Solamente quando gli
scienziati sono messi di fronte ad una serie di anomalie che conducono ad
una crisi muta il loro atteggiamento nei confronti dei paradigmi
esistenti. In quel momento emerge improvvisamente, come riflessione di un
singolo scienziato immerso nella crisi e molto spesso giovane, il nuovo
paradigma. È così che, secondo Kuhn, si compiono le rivoluzioni
scientifiche. Esse sono:
“…episodi di sviluppo non
cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o
in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.”[81]
L’aspetto fondamentale
delle rivoluzioni scientifiche consiste:
“…nella trasformazione
della struttura concettuale attraverso la quale gli scienziati guardano al
mondo.”[82]
Kuhn, sulla base di una
ricerca storica e sociologia approfondita, sente di dover confutare la
concezione della scienza fondata sull’epistemologia empirista dominante
secondo la quale essa sarebbe una costruzione cumulativa innalzata su dati
sensibili. Egli ritiene che solo la “scienza normale” sia cumulativa.
La nuova scoperta non
compare affinando indefinitamente gli strumenti offerti da un paradigma,
ma quando le previsioni sulla natura, interne ad un quadro concettuale, si
rivelino errate mettendo in discussione il “paradigma” condiviso. Secondo
Kuhn:
“paradigmi successivi ci
dicono cose differenti sugli oggetti che popolano l’universo e sul
comportamento di tali oggetti…giacché essi sono rivali, non solo alla
natura ma anche alla scienza precedente che li ha prodotti. Essi
determinano i metodi, la gamma di problemi, e i modelli di soluzione
accettati da una comunità scientifica matura di un determinato periodo. Ne
consegue che l’accoglimento di un nuovo paradigma spesso richiede una
nuova definizione di tutta la scienza corrispondente.”[83]
Questo comporta che
durante una rivoluzione al mutato quadro paradigmatico corrisponde una
mutazione del nostro modo di vedere il mondo. Ad una evoluzione
paradigmatica faccia seguito, sic et simpliciter, una nuova e diversa
realtà.
Anche quando osservano le
stesse cose con gli stessi strumenti di prima gli scienziati coinvolti in
una rivoluzione vedono cose nuove e diverse, quasi come se, afferma Kuhn,
fossero trasportati su un altro pianeta. Si può parlare di un
riorientamento gestaltico che, invalidando la possibilità di una scelta
consapevole, rende incommensurabili i due paradigmi alternativi.
Non può esistere, come
crede sia il positivismo logico che il razionalismo critico, un algoritmo
oggettivo che possa consentirci una decisione tra paradigmi rivali. Si
sceglie un paradigma piuttosto di un altro perché si ha “fede” che possa
risolvere i problemi non risolti.
Questo non implica una
deriva irrazionalistica, come molti critici di Kuhn hanno affermato, ma
consente di attribuire significanza categoriale ad una connessione di dati
e teorie solamente quando tale connessione è interna ad un quadro
concettuale definito.
Falsificatori e
verificatori potenziali, esperimenti cruciali e prove empiriche non sono
esterni, interparadigmatici, ma interni, infraparadigmatici, e per questo
motivo non possono servire per decidere quale matrice disciplinare
abbracciare.
In conclusione Kuhn
propone un’immagine della scienza in assoluta contraddizione con quella
proposta da Popper. Questi ipotizza per l’impresa scientifica una
cumulativa attività ideale compiuta da scienziati-artisti e basata su
ardite intuizioni di ipotesi originali confutate deduttivamente per mezzo
di asserti-base intersoggettivamente definiti. Kuhn invece vede la scienza
come il prodotto di una evoluzione storica che alterna prevalenti periodi
di “scienza normale”, determinata da interessi sociali esterni e praticata
da scienziati-tecnici, a saltuari riorientamenti paradigmatici in ultima
analisi incommensurabili.
II.7.
CONCLUSIONI
In sede di bilancio
riteniamo che la contestualizzazione storico-filosofica della riflessione
epistemologica di Popper, che abbiamo tentato di compiere nell’ultima
parte di questo lavoro, possa cogliere adeguatamente l’essenza del suo
pensiero. Un pensiero che, come abbiamo visto, ha costituito elemento di
cerniera tra una concezione neopositivista della scienza, con tutto il
carico di normatività e di formalismo inerente, ed una concezione “nuova”
della scienza tesa ad impostare una metodologia che ad elementi di
formalismo aggiungesse una forte connotazione descrittiva di carattere
storico-pratico.
Popper si rende conto che
dopo la confutazione della teoria di Newton ad opera di Einstein niente
potrà più essere come prima. La ricerca di una verità assoluta valida per
sempre basata sull’esperienza soggettiva non può più costituire un
parametro di per sé validante l’impresa scientifica. Ma come rinunciare
alla sicurezza dell’induttivismo empirista senza proporre in sostituzione
nulla che possa complessivamente unificare lo sforzo scientifico? Il
rischio, per Popper, era duplice: o annegare nel relativismo secoli di
sviluppo scientifico, o far cadere la scienza in braccio ad una
metodologia materialista di stampo marxista, ultimo rifugio del realismo
scientifico.
Il filosofo viennese per
risolvere la situazione tenta di salvare la “capra” in grado di
sconfiggere il relativismo, sostituendo all’algoritmo logico induttivista
la deduzione falsificazionista, assieme ai “cavoli” in grado di
sconfiggere il materialismo storico, sancendo la necessità
nell’accettazione degli asserti base falsificanti di una decisione
intersoggettiva degli scienziati.
In tal modo egli si situa
in posizione intermedia tra una ragione autoalimentante il contenuto
oggettivo di sé stessa ed una pratica scientifica che confronta le verità
storicamente relative cui giunge in base ad un criterio di scelta
convenzionalista. Una posizione intermedia tra il positivismo logico, alla
ricerca di un criterio puramente razionale di determinazione assoluta
dell’impresa scientifica, e la “nuova”[84]
filosofia della scienza, che rifiuta qualsiasi criterio ideale puramente
oggettivo, per accogliere una spiegazione storica della cumulatività
scientifica basata sul dogmatismo delle comunità storicamente determinate
degli scienziati e sulle esigenze esterne indirizzanti la ricerca.
Come ha messo molto bene
in evidenza Kuhn le discrepanze tra teorie ed osservazioni richiedono un
giudizio da parte degli scienziati che non può essere rimpiazzato da un
algoritmo oggettivo. Una tesi fa parte del corpo della scienza quando
viene accettata dalla comunità degli scienziati che si occupano della
disciplina inerente a quella tesi.
Popper, che con il
marxismo si è comportato proprio nella maniera descritta da Kuhn, pur
intravedendo la necessità di una decisione intersoggettiva nella scelta
degli asserti-base falsificanti è immerso in un clima empirista che gli
impedisce di trarre fino in fondo le conseguenze della propria
riflessione. Egli infatti, col “modus tollens”, tenta di fornire un
algoritmo che, dati opportuni asserti-base, dimostri la falsità di una
teoria. Kuhn dice di Popper che:
“…malgrado espliciti
dinieghi, ha cercato costantemente procedure di valutazione che potessero
essere applicate alle teorie con la sicurezza apodittica delle tecniche
con cui si individuano gli errori in aritmetica, logica o teoria della
misurazione.”[85]
Alla luce di queste
considerazioni si può trarre la conclusione che il marxismo, lungi
dall’avere i contorni di una pseudoscienza popperiana, assomigli molto,
con una essenziale differenza, alla pratica scientifica standard indagata
da Kuhn.
Se il rompicapo che
orienta le riflessioni marxiane è sostanzialmente quello inerente al
paradosso dello sfruttamento in un sistema in cui i beni sono scambiati al
proprio valore, manca tuttavia qualcosa al marxismo per definirsi “scienza
normale”. Manca innanzitutto una domanda esterna che indirizzi
concretamente una possibile ricerca, principalmente una classe lavoratrice
coesa, e secondariamente, come conseguenza, una comunità scientifica che
si occupi della risoluzione di rompicapo.
Difficilmente il marxismo
potrà dotarsi di un apparato istituzionale di ricerca normale all’interno
di una società capitalistica, ma nonostante questo esso supera il test
kuhniano di scientificità in quanto:
“…aspira a risolvere il
problema dell’invisibilità dello sfruttamento e tramite questo cerca di
spiegare secondo un valore epistemico di semplicità monistica il fenomeno
della ciclicità della crisi nel capitalismo – fenomeno questo lasciato
alla casualità estrinseca dalle altre teorie economiche. Ciò nonostante
fallisce, e non può non fallire, nell’essere scienza normale a causa del
suo deficit di sviluppo comunitario generato da una domanda esterna
rimossa.”[86]
NOTE
[1]
Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale,
Roma, Armando, 1986, pp. 35-36.
[2]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi,
1974, pp. 107-108.
[3]
M.Pera, Popper e la scienza su palafitte, Bari, Laterza, 1982,
p. 8.
[5]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 10.
[7]
Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture
e confutazioni, p. 83.
[8]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, Roma, Armando, 1983, p. 41.
[9]
Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica. Il
realismo e lo scopo della scienza, 1° vol., Milano, Il Saggiatore,
1984, pag. 84.
[10]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, pp. 185-186-187.
[11]
Karl Popper, Scienza e filosofia, Torino, Einaudi, 1991, p. 20,
n. 1.
[13]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 87.
[14]
Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, Congetture e
confutazioni, pp. 96-98.
[15]
Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale,
pp. 136-137.
[16]
Karl Popper, Scienza e filosofia, p. 46.
[17]
Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale,
p. 139.
[18]
Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture
e confutazioni, p. 61.
[20]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 22.
[21]
M.Pera, Popper e la scienza su palafitte, p. 31.
[23]
Karl Popper, “La scienza: congetture e confutazioni”, in Congetture
e confutazioni, p. 68.
[26]
Karl Popper, “Lo status della scienza e della metafisica”, in
Congetture e confutazioni, p. 322.
[27]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 10.
[28]
Karl Popper, Scienza e filosofia, p. 140.
[29]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 347.
[30]
Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale,
p. 55.
[31]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 46.
[33]
Karl Popper, “Per una teoria razionale della tradizione”, in
Congetture e confutazioni, p. 220.
[34]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 145, n. 31.
[37]
Karl Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale,
p. 186.
[38]
Karl Popper, Conoscenza oggettiva, p. 162.
[39]
Op. cit.
pp. 167-168.
[41]
S. Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, Roma, Editori
Riuniti, 1991, p. 152.
[42]
Karl Popper, “Tre differenti concezioni della conoscenza umana”, in
Congetture e confutazioni, p. 202.
[43]
Karl Popper, Poscritto alla logica della scoperta scientifica,
1° vol., pp. 96-97-98-104.
[44]
Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, p. 98.
[45]
H.I.Brown, La nuova filosofia della scienza, Bari, Laterza,
1984, p. 84.
[46]
S. Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, p. 160.
[47]
H. I. Brown, La nuova filosofia della scienza, p. 85.
[48]
M. Pera, Popper e la scienza su palafitte, p. 191.
[49]
P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1990,
p. 15.
[53]
Karl Popper, “Verità, razionalità e accrescersi della conoscenza
scientifica”, in Congetture e confutazioni, p. 413.
[54]
Prefazione del curatore italiano a: I.Lakatos, Metodologia dei
programmi di ricerca scientifici, Milano, Il Saggiatore, p. XX.
[58]
Lakatos ricostruisce in questi termini il processo dell’epistemologia
falsificazionista facendola scorrere parallelamente ad una biografia
ideale del filosofo che per primo sviluppò il fallibilismo: Popper.
Una biografia, a nostro parere, non dovrebbe limitarsi solamente alla
riflessione razionale dell’opera di una autore eliminandone la vicenda
storica. Tuttavia, la chiave usata da Lakatos per la ricostruzione
razionale del pensiero popperiano, vale a dire la teoria dei tre mondi
dell’epistemologo viennese, non manca di originalità: “Popper ha
cominciato negli anni ’20 come falsificazionista dogmatico; ma si è
presto reso conto che si trattava di una posizione insostenibile e non
ha pubblicato nulla prima di aver creato il falsificazionismo
metodologico” egli “pur avendo offerto una formulazione e una
critica coerenti del falsificazionismo dogmatico, non ha mai fatto una
chiara distinzione tra il falsificazionismo ingenuo e il
falsificazionismo sofisticato. In un saggio ho distinto tre Popper:
Popper0, Popper1 e Popper2. Popper0 è il falsificazionista
dogmatico che non ha mai pubblicato una parola…Popper1 è il
falsificazionista ingenuo, Popper2 il falsificazionista sofisticato.
Il Popper reale è passato dal falsificazionismo dogmatico a una
versione ingenua del falsificazionismo metodologico negli anni ’20, è
giunto alle ‘regole di accettazione’ del falsificazionismo
sofisticato negli anni ’50…Così il Popper reale consiste di
Popper1 con qualche elemento di Popper2.” Op. cit. pp.
119-120-121.
[68]
Feyerabend osserva come gli standard di Lakatos siano praticabili
solamente se “combinati con un limite di tempo (quel che appare
uno slittamento-di-problema regressivo può essere l’inizio di un
periodo molto più lungo di progresso),” questo comporta una
conseguenza destrutturante per l’impalcatura metodologica lakatosiana:
“se è lecito attendere perché non attendere ancora un po’?”
“Consolazioni per lo specialista”, in Critica e crescita della
conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, Milano,
Feltrinelli, 1984, p. 296.
[69]
H. Kragh, Introduzione alla storiografia della scienza,
Bologna, Zanichelli, 1994, pp. 43-44.
[70]
“La filosofia della scienza senza la storia della scienza è vuota; la
storia della scienza senza la filosofia della scienza è cieca.”
I.Lakatos, Metodologia dei programmi di ricerca scientifici, p.
131.
[71]
T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino,
Einaudi, 1969, p. 27-28.
[72]
T. Kuhn, La tensione essenziale, Torino, Einaudi, 1985, p. XX.
[73]
T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 58.
[75]
T. Kuhn, “Riflessioni sui miei critici”, in Critica e crescita
della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, p. 326.
[77]
T. Kuhn, La tensione essenziale, p. 298.
[78]
L. Nutarelli, L’epistemologia di T. S. Kuhn e la scienza economica,
Roma, Univ. La Sapienza, tesi di laurea, 1994, p. 22.
[79]
T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 75.
[83]
Op. cit.
pp. 131-132.
[84]
Certo parlare di nuova concezione facendo riferimento alla
rappresentazione normativo-descrittiva dell’impresa scientifica cui fa
cenno Kuhn non è propriamente corretto. Come vedremo già Marx, Engels,
e Lenin, avevano precedentemente sviluppato qualcosa di simile, ma
tant’è questo è un retaggio non sempre ben accetto dalla riflessione
ufficiale.
[85]
T. Kuhn, “Logica della scoperta o psicologia della ricerca”, in
Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A.
Musgrave, p. 82.
[86]
L. Nutarelli “La critica dell’economia politica non è normale”, in
Invarianti, anno IX, n° 30, pp. 28-32.
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