|
RIVOLUZIONE
TEORICA
E RIFORMISMO PRATICO IN POPPER
Fausto Boni
I. LA DOTTRINA
SOCIALE POPPERIANA
“Nella piattezza della
pianura anche i mucchi di terra sembrano colline; si misuri la piattezza
della nostra odierna borghesia con il calibro dei suoi ‘grandi intelletti’.”
Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica,
3 voll., Roma, Editori Riuniti, 1989, 1° vol., p. 566.
I.0.
INTRODUZIONE
Al termine dell’ultima guerra mondiale, sulle macerie
ancora fumanti dell’Europa, si giocava una partita decisiva per il futuro
della società occidentale. Sconfitto il nazifascismo ed il suo modo di
produzione schiavistico e risolta la crisi di sovrapproduzione che aveva
innescato il conflitto, occorreva stabilire su quali basi pratiche ed
ideali si poteva reimpostare la ricostruzione.
Il mondo era diviso in due. Da una parte il blocco
sovietico che, nonostante l’aggressione nazifascista, aveva dimostrato la
propria estrema dinamicità produttiva rinvigorita da un pressante richiamo
etico-umanitario insito nell’ideologia marxista capace di attrarre diversi
esponenti del mondo intellettuale oltre al proletariato del mondo intero.
Dall’altra il blocco occidentale, uscito rafforzato dal conflitto sotto
l’aspetto produttivo, ma in debito di idealità forti da proporre nella
misura in cui gli si rimproverava che proprio nel brodo di coltura
democratico aveva attecchito l’irrazionalismo nazifascista.
In questo humus immediatamente postbellico si situa la
riflessione sociale, strettamente collegata al problema epistemologico,
dell’epistemologo viennese Karl Popper. Egli, conscio “dell’appeal” negli
ambienti intellettuali di ciò che definiva come “trappola marxista”,
attraverso opere quali: “La società aperta e i suoi nemici” e “Miseria
dello storicismo”, tenta una rifondazione della pratica democratica nei
termini di “ingegneria sociale gradualista” contro l’affermazione della
sua transitorietà.
In un’opera successiva al 1989, successiva quindi allo
sfaldamento ad est del socialismo reale, Popper stesso, riflettendo sullo
sviluppo storico novecentesco, sovrapponeva alla vicenda storica la
propria personale, contestualizzando in questi termini la sua produzione
di saggistica sociale:
“…prima della guerra di
Hitler contro l’occidente quasi tutti gli intellettuali sostenevano che la
democrazia è solo una fase transitoria nella storia della umanità e
profetizzavano la sua prossima fine. Fu così allora che cominciai il mio
libro la “Società aperta e i suoi nemici” con un attacco proprio contro
questi intellettuali e contro la dannosa moda delle profezie storiche.”[1]
E’ in questo passaggio
chiave un’indicazione chiara della recondita tensione morale che spinse
l’autore viennese alla rifondazione teorica dell’ideale democratico ed
alla sua difesa astorica.
Ma è possibile fondare
una scelta razionale come quella dell’indirizzo di sviluppo di un
intervento sociale sulla base di una urgenza etica avulsa dai fatti
storici? Per Popper è possibile, anzi è imprescindibile. Il “dovere
morale” rappresenta il presupposto originario sul quale impostare
l’impegno civile pratico, vale a dire “l’ingegneria sociale”. Questo
intervento concreto, necessariamente a “spizzico” a parere di Popper, a
seconda poi della capacità o meno di rispondere ai problemi, andrà
successivamente confermato o reindirizzato, ma sempre adottando una
modalità di intervento graduale.
Popper sapeva bene, sulla
base della sua esperienza personale giovanile,[2]
che il presupposto etico-umanitario era un fortissimo catalizzatore del
marxismo. Per riabilitare l’impegno democratico egli cercò, prima di
tutto, di smascherare quella che chiamava la “trappola ideologica”,
costituita da “catene morali”, che i burocrati comunisti costruivano
attorno alla tensione etica ingenua degli aderenti al partito. E,
successivamente, cercò di demistificare il “socialismo scientifico”
marxiano accusandolo di tendere alla profezia della storia.
“La teoria marxista, o
ideologia marxista, ha molti aspetti, ma quello che di gran lunga è il più
importante è il seguente: che si tratta di una teoria della storia che
presuppone di essere in grado di predire con certezza scientifica (seppur
a grandi linee) il futuro della umanità. Detto più precisamente essa
afferma di poter predire la rivoluzione sociale così come la teoria di
Newton può prevedere un eclisse di sole.”[3]
Nei due volumi de: “La
società aperta e i suoi nemici”, è lampante il tentativo, da parte del
viennese, di confutare la teoria marxiana della scienza sociale attraverso
l’individuazione delle sue presunte radici metafisiche contenute nel
cortocircuito: storicismo – società tribale – comunismo; per poter
affermare, proprio attraverso la falsificazione della dottrina marxiana,
la tesi dell’opposto circolo virtuoso: razionalità – società moderna –
democrazia.
Riteniamo che, da
intellettuale organico al blocco occidentale, Popper, nutrisse l’esigenza
pratica di concettualizzare le interpretazioni di sé e del mondo che
ognuno dei due blocchi proponeva per poter iscrivere da un lato, la
rappresentazione marxista, in una prospettiva tribale e premoderna
definita “società chiusa” e, dall’altro, la rappresentazione democratica,
in una dimensione di razionalità e di modernità definita “società aperta”.
Lo scopo del presente
lavoro è quello di arrivare, sulla base dei testi, a giustificare
l’affermazione precedente. Tenteremo di giungervi sviluppando,
inizialmente, il pensiero sociale popperiano, rendendo conto soprattutto,
ma non solo, dei luoghi in cui l’autore cerca di confutare le tesi
marxiane (pars destruens); per affrontare, successivamente, i luoghi in
cui egli sviluppa la propria opposta teoria (pars costruens).
I.1.
PARS DESTRUENS
Nella parte introduttiva
de: “La società aperta e i suoi nemici”, opera di riferimento per quel che
riguarda la dottrina sociale popperiana, l’autore viennese non perdendo
mai di vista, da filosofo della scienza, le questioni inerenti
l’epistemologia, afferma che il metodo scientifico non consiste tanto nel
dimostrare l’indimostrabile, bensì nella “consapevolezza dei limiti
inerenti ad ogni metodo”. Egli, sulla base di questo assunto, denuncia
quelle filosofie sociali, definite “metafisiche della storia”, che tentano
di basare l’impegno pratico su uno zoccolo fattuale-processuale di
carattere storico compiendo un’operazione che è opposta, a suo dire, al
metodo scientifico reale. Esse, confondendo “predizione scientifica” e
“profezia storica”, “impediscono l’applicazione dei metodi graduali della
scienza ai problemi della riforma sociale” sollevando gli uomini dalle
proprie responsabilità.
Secondo Popper gli
scienziati sociali che si sono succeduti credendo che il metodo delle
scienze della natura consistesse nell’inferire asserzioni logiche da dati
eperienziali, adottavano tale metodo, sbagliando, anche per le scienze
della società. In realtà il metodo scientifico consiste nell’esatto
opposto, vale a dire nell’organizzazione della realtà fenomenica tramite
ipotesi e teorie originali.
Non esistono, per Popper,
leggi della storia, inferite da avvenimenti storici specifici, capaci di
“mettere in grado di profetizzare il corso degli eventi storici”;
metodologia delle scienze sociali che egli chiama: “storicismo”. Esistono
bensì teorie storiche, meglio: “interpretazioni storiche”, che organizzano
i fenomeni succedutisi in un determinato arco di tempo.
A seguito di questa
premessa, Popper, dopo aver sostenuto che: “molte delle opinioni formulate
[nell’opera] sono personali”, procede nella creazione di una
interpretazione storica ardita che informerà di sé tutta quanta la sua
dottrina sociale.
“L’affermazione che la
democrazia non è destinata a durare per sempre equivale, in realtà,
all’affermazione che la ragione umana non è destinata a durare per
sempre.”[4]
E’ evidente che,
collegando strettamente ragione umana e democrazia e professando ad ogni
istante, come vedremo, la propria fede nella razionalità, inevitabilmente,
per l’autore viennese, chiunque metta in discussione la struttura
istituzionale di riferimento diviene un irrazionalista totalitario.
La stessa teoria sociale
marxiana, pur non sollevando “gli uomini dalle loro responsabilità” come
fanno altre teorie storiciste, è comunque fondata, secondo Popper, su una
falsa concezione della metodologia scientifica che può portare, se
applicata, alla tirannia.
I.1.1. Lo storicismo
I.1.1.1. Origini
Popper ritiene che la
teoria storicista, secondo la quale la storia è controllata da leggi
storiche la cui scoperta ci può permettere di fare i profeti, è molto
antica. Essa si può caratterizzare, a seconda delle epoche storiche, degli
interessi concreti degli individui che l’hanno concepita di volta in
volta, e della natura delle leggi storiche stesse che vengono “scoperte”,
in: storicismo teistico, storicismo naturalistico, storicismo
spiritualistico e storicismo economicistico.
Per mezzo della teoria
definita da Popper storicismo teistico, che è la più antica forma di
storicismo e la cifra recondita di tutte le altre, un popolo, che si
considera “eletto” perché unico tra tutti i popoli giunge a conoscere la
“legge”, perviene alla comprensione del processo storico affidando a Dio a
alla sua Volontà le redini dello sviluppo processuale.
Le altre forme di
storicismo, non distaccandosi molto dalla primitiva forma di storicismo,
individuano rispettivamente in una legge di natura, in una legge
spirituale, e in una legge economica le “leggi di sviluppo storico”,
sostituendo formalmente a Dio, come primo motore, dei fenomeni immanenti
innalzandoli all’empireo delle cause originarie.
A parere di Popper, lo
scienziato sociale storicista imbevuto di queste teorie, non considera
l’individuo come agente nella storia, ma come agito. Attori come: “le
Grandi Nazioni e i loro Grandi Capi” oppure “le Grandi Classi o le Grandi
Idee”, sono molto più importanti, per gli storicisti, del singolo
individuo, ne prendono il posto. Questo annichilimento dell’individuo, a
giudizio dell’epistemologo viennese, è conseguenza della “dottrina del
popolo eletto” che “è essenza della vita sociale nella forma tribale.”
“Il tribalismo, cioè
l’eccessiva insistenza sulla decisiva importanza della tribù, senza la
quale l’individuo non è assolutamente nulla, è un elemento che si
riscontra in molte forme di teorie storicistiche. Altre forme che non sono
più tribalistiche, possono tuttavia conservare un elemento di
collettivismo, esse possono cioè insistere sull’importanza di qualche
gruppo o collettivo – per esempio una classe – senza la quale l’individuo
non è assolutamente nulla.”[5]
L’ipotesi che la storia
avesse una direzione o tendenza generale di carattere processuale il cui
sviluppo potesse essere compreso intuitivamente nacque, a parere di Popper,
nella Grecia antica. Esiodo prima, ed Eraclito successivamente in maniera
più organica, iniziarono a considerare il cosmo non come una struttura
statica, ma come un processo in perenne mutamento. Il traguardo di questo
processo rimaneva sconosciuto, inconoscibile ed immodificabile, tuttavia
l’insistenza sul mutamento dava un senso, un indirizzo, alla realtà, che
poteva essere compresa complessivamente proprio attraverso la sua
irriducibile incomprensibilità.
Platone compendiò,
modificandole, le diverse idee storicistiche precedenti.
I.1.1.2. Platone: Stato di casta e comunismo tribale
Lo “Stato perfetto”, per
Platone, avrebbe dovuto essere un regno “dei più saggi tra gli uomini”
derivante dalla “forma originaria o primitiva” della società. E’ difficile
capire come potesse degenerare tale ”naturale forma originaria” statica e
perciò, per Platone, perfetta.
“Tuttavia un cambiamento
[ebbe] luogo e con esso [entrò] in scena la contesa di Eraclito, la forza
propulsiva di ogni movimento. Secondo Platone, la contesa interna, la
lotta di classe, fomentata dall’interesse personale e soprattutto
dall’interesse materiale o economico [era] la forza fondamentale della
dinamica sociale. La formula marxiana: la storia di ogni società
finora esistita è storia di lotte di classi si adatta allo
storicismo di Platone quasi altrettanto bene che a quello di Marx.”[6]
Questo processo, per
Platone, aveva una storia, uno sviluppo, un’evoluzione, che prevedeva
quattro periodi; essi andavano dallo “Stato perfetto” alla “tirannia”
attraverso la “democrazia”: il “governo della libertà che significa
licenza”.
L’analisi di questo
sviluppo, che Platone considerava come una degenerazione, indusse il
filosofo greco ad “individuare la forza motrice di ogni cambiamento
storico” nella “legge sociologica” della “lotta di classe”. Essa,
suscitata dall’antagonismo degli interessi economici, “determinava” le
“rivoluzioni politiche” e la corruzione sociale conseguente.
Stanti così le cose
Platone si pose due domande. Come impedire il deterioramento inevitabile
inerente al cambiamento? Come riuscire a far si che gli interessi
economici confliggenti venissero sedati allo scopo di instaurare un
“equilibrio politico” identico a quello realizzato nell’ottimo stato
antico?
La risposta di Platone a
questi quesiti, secondo Popper, consisteva nella proposta di ripristino di
uno Stato di casta con “distinzioni di classe estremamente rigide”. In
questo Stato mentre i governanti, la casta militare, mantenevano la
propria unità astenendosi dagli interessi economici divaricanti “mediante
l’introduzione del comunismo”, i governati, “armento umano”, potevano
nutrire contrasti, anche di natura economica, senza però incidere
significativamente sulla stabilità sociale complessiva garantita dal
“comunismo di guerra” della casta dominante.
Questo tentativo utopico
di bloccare il crollo della società tribale mediante il ripristino di un
anacronistico stato di casta portò il filosofo greco ad una estrema
idealizzazione dell’esperienza sociale antica. Egli arrivò infatti per
estensione, anche a identificare la Forma essenziale o Idea di una
istituzione collettiva con la sua natura originaria. In questa accezione,
“naturale” divenne per Platone: “ciò che in una cosa è innato, o
originario o divino”, mentre “artificiale” divenne ciò che viene
modificato dall’uomo, o da esso aggiunto o imposto.
L’opposizione tra
“natura” e artificialità, o “arte”, o ”convenzione”, corrispondeva, per
Platone, a quella tra vero e falso. La natura, l’origine, era statica,
immutabile, perfetta, bastante a se stessa, circolare e quindi
perennemente vera. L’opera umana, perfettibile ed incerta, lineare,
modificando la natura inevitabilmente la corrompeva assemblando copie
spurie di essa. Copie tanto più fasulle quanto più distanti
dall’originale.
Se la natura, e quindi la
verità di una cosa, per Platone era la sua origine, o quantomeno era
determinata dalla sua origine, il metodo di qualsivoglia scienza che
volesse raggiungere la verità comportava necessariamente l’investigazione
della origine delle cose o delle loro “cause”. La storia, come scienza
analitica delle cause originarie, diveniva dunque il metodo delle
scienze sociali (metodologia storicistica).
Tramite questo metodo
Platone individuava l’origine della società in una “convenzione”, in un
“contratto sociale” che, oltre alla parte convenzionale, e quindi per il
filosofo greco, imperfetta, comprendeva una parte naturale, dunque vera,
originata dalla mancanza di autosufficienza individuale e consistente
nella natura sociale dell’uomo.
L’umanità, secondo questa
concezione, una volta constata l’impossibilità, per la limitatezza delle
capacità individuali, di una esistenza atomizzata concepì, in base ad un
accordo convenzionale, la costruzione di una istituzione autosufficiente
quale lo Stato, ponendolo un gradino sopra all’individuo singolo.
L’essenzialità e la verità di questa istituzione collettiva, a giudizio di
Platone, stava nel fatto che essa permetteva, attraverso l’interdipendenza
tra un individuo e l’altro, l’esistenza di individui non autosufficienti.
Per Popper la sociologia
platonica, elaborando queste idee, inaugurava la “teoria biologica od
organica dello stato” basata sulla concezione “super-individuale”
dell’istituzione statale.
“Lo stato ideale appare a
Platone come l’individuo perfetto…in conformità con questa visuale, il
singolo cittadino appare una copia imperfetta dello stato.”[7]
A seguito di ciò:
“Solo un fatto stabile,
il collettivo permanente, non gli individui che passano è dotato di
realtà. E’ naturale che l’individuo serva al tutto, il quale tutto
non è un mero aggregato di individui, ma una unità naturale di
ordine più elevato.”[8]
A giudizio di Popper
“l’insistenza sull’unicità e totalità” dell’istituzione sociale collettiva
rispetto all’individuo singolo da parte di Platone, può essere definita “olismo”.
Questa concezione, riflettendo più sul tutto che sulle sue parti, fa
riferimento principalmente ad una costruzione idealistica insufflandole
esistenza concreta, autonoma dalle sue reali componenti individuali che,
all’opposto, vengono considerate, all’interno della macchina sociale
universale, alla stregua di meri meccanismi.
Una teoria del genere fa
risaltare, a parere di Popper, “un fondamentale dualismo metafisico”. Esso
sul piano logico oppone l’universale al particolare. Sul piano ontologico
divide “l’unica originaria, invariabile e vera realtà e le molte, varie e
fallaci apparenze”. Sul piano etico rende antagonisti “il bene, ciò che
preserva, e il male ciò che corrompe”.
Il programma politico
platonico, succube di questo dualismo, lo concretizza come opposizione
tra: “l’uno collettivo, lo Stato, che può conseguire la perfezione, e i
molti individui che devono restare imperfetti e dipendenti”, e il cui
particolarismo deve essere eliminato per assicurare l’unità dello Stato.
“Questa filosofia
rigorosamente dualista ha tratto origine, a mio giudizio, [Popper dixit]
dall’urgente desiderio di chiarire il contrasto tra la visione di una
società ideale e l’odiata situazione effettuale delle cose in campo
sociale, il contrasto tra una società stabile e una società coinvolta in
un processo di rivoluzione.”[9]
E’ interessante notare a
questo punto, a nostro parere, che la categoria di “olismo” introdotta da
Popper in riferimento non solo, come vedremo in seguito, alla dottrina
sociale platonica, potrebbe essere adoperata anche per inquadrare
l’attuale società “globalizzata” ed il relativo sistema di fabbrica da cui
è innervata: un “tutto” fondato sulla diseguaglianza individuale.
Tenteremo di dimostrare
successivamente, in relazione a questo, come l’intero lavoro di Popper sia
teso a fornire una adeguata interpretazione storico-filosofica della
società democratica del secondo dopoguerra che la giustifichi e ne occulti
allo stesso tempo l’essenziale ineguaglianza. Del resto la presenza di una
dottrina come quella marxista, che in quegli stessi anni offriva una
filosofia della storia potentemente esplicativa in grado di fornire una
cornice normativa efficace al fine di promuovere l’impegno politico, non
permetteva alla dottrina democratica di non impegnarsi nel campo
dell’ideologia pratica.
Ma analizziamo meglio
cosa intenda Popper per storicismo e quali siano le basi logiche
fondamentali della dottrina storicista.
I.1.1.3. Il dualismo storicista
Per storicismo, come
abbiamo visto, Popper intende una concezione del metodo delle scienze
sociali tesa ad individuare leggi o tendenze sotterranee al processo
storico, in grado di poter assicurare, attraverso lo studio delle loro
regolarità, delle previsioni sufficientemente sicure sul futuro corso
della società. Lo storicismo, in sintesi, fraintendendo il metodo
scientifico, pretenderebbe, a parere di Popper, di poter inferire le
decisioni e le scelte umane di carattere pratico dai fatti storico-sociali,
istituendo di conseguenza una identità di fatto tra leggi naturali e norme
convenzionali che deresponsabilizza l’individuo nutrendolo di false
speranze ed impedendogli l’uso della ragione.
Il saggio popperiano
“Miseria dello storicismo”, riprendendo il titolo di un’opera di Marx
(Miseria della filosofia) che criticava l’idealismo di Proudhon, oltre a
sottolineare l’obiettivo vero della critica complessiva dell’opera sociale
di Popper: il presunto determinismo di fondo del pensiero marxiano,
intende mettere in luce le aporie della teoria storicista testimoniandone
l’antiscientificità e la recondita natura metafisica.
Popper, analizzando lo
storicismo, ne focalizza due tendenze fondamentali. Esse, già individuate
in nuce dall’epistemologo viennese nella dottrina platonica, possono
essere definite come la tendenza attivista o idealista, con
l’atteggiamento antinaturalista che ne consegue, e la tendenza
passivizzante o pratica, con l’atteggiamento pronaturalista relativo.
Questo dualismo, per
Popper, mette in luce la dicotomia di fondo dell’atteggiamento storicista
diviso tra: una tendenza idealistica tesa alla ricostruzione della
totalità sociale tramite una ingegneria olistica di natura utopica, ed una
tendenza deterministica tesa all’opposto ad individuare quelle leggi dello
sviluppo storico che consentano di profetizzare l’avvenire.
A questo dualismo che
sfocia nella metafisica, Popper oppone, come vedremo, il proprio
atteggiamento che egli definisce razionale. La dottrina popperiana nega
l’esistenza di leggi storiche proponendo, in campo sociale, una tecnologia
gradualista che affronti i problemi uno per uno senza indulgere in
impraticabili ed inutili, a suo giudizio, rivoluzioni sociali.
I.1.1.4. L’attivismo idealista, intuitivo ed antinaturalista dello
storicismo
A giudizio di Popper lo
storicismo sostiene che, a differenza delle leggi fisiche, invariabili
nello spazio e nel tempo, valide sempre ed ovunque a causa dell’uniformità
della natura, le leggi sociologiche varino a seconda dello scorrere del
tempo e a seconda degli ambienti culturali in cui vengono messe a punto.
Esse dipenderebbero, in ultima analisi, dalle particolari “situazioni
storiche” che si succedono nel corso del tempo.
Secondo questa teoria
sarebbe scorretto parlare di leggi dell’economia “tout court” in quanto,
in realtà, sarebbero esistite, ad esempio: soltanto le leggi economiche
del periodo feudale, oppure del periodo mercantilista ecc.; vale a dire
particolari generalizzazioni limitate nel tempo e anche nello spazio.
Quindi, secondo lo storicismo, mentre nelle scienze fisiche l’osservazione
empirica permette di inferire che in circostanze simili si verificano
eventi simili costruendo su queste basi delle generalizzazioni che
funzionino come leggi assolute, nelle scienze sociali ciò non sarebbe
possibile. Non solo, affermano gli storicisti secondo Popper, che tentare
di esportare il metodo di generalizzazione dalla fisica alle scienze
sociali, avrebbe in realtà un intento apologetico teso ad esaltare gli
equilibri sociali in essere come invariabili ed inevitabili.
Per lo storicismo le
uniformità sociali non sono leggi di natura ma leggi fatte dall’uomo che
possono cambiare da un periodo storico all’altro grazie, anche,
all’attività umana. Perciò, sostiene lo storicismo secondo Popper, la
possibilità di prevedere lo sviluppo sociale, per eventualmente
modificarlo, è necessariamente molto difficile, non solo per la
complessità delle strutture sociali, ma anche perché, tra previsioni ed
avvenimenti previsti, possono innescarsi dei cortocircuiti che
influenzano gli avvenimenti stessi alterandoli.
Le previsioni sociali
esatte sono impossibili, afferma lo storicismo, perché nelle scienze
sociali sono presenti tanti punti di vista quanti sono gli interessi nella
vita sociale. Questo conduce lo storicismo, a giudizio di Popper, ad una
“estrema forma di relativismo” che nega la possibilità di raggiungere la
verità nelle scienze sociali se non attraverso il successo politico.
Ma ci sarebbe un altro
motivo per cui, secondo gli storicisti, corroborando una volta di più il
loro fondamentale atteggiamento antinaturalistico, i metodi fisici non si
potrebbero applicare alle scienze sociali. Essi sosterrebbero infatti che
la sociologia, essendo una scienza biologica in quanto tratta soggetti
animati, non può procedere in modo atomistico suddividendo e analizzando,
ma dovrebbe procedere secondo una metodologia “olistica”, vale a dire
considerando la totalità dei soggetti. Perciò i gruppi sociali, gli
oggetti di studio della sociologia, non dovrebbero essere trattati, ed
eventualmente indirizzati, come se fossero semplici agglomerati di
persone, ma considerati come qualcosa di più della semplice somma
complessiva di coloro che li compongono.
Questi argomenti olistici
dello storicismo, a parere dell’epistemologo viennese, sottolineano la
similarità tra gruppi sociali e organismi istituendo una connessione tra
lo storicismo e la teoria organica delle strutture sociali che induce a
considerare i gruppi sociali come organismi viventi con una loro storia ed
una loro particolare complessità.
Valutare i gruppi sociali
come organismi implica l’adozione di un metodo storico per comprenderli
che tenga conto dello sviluppo temporale e dell’influenza che lo scorrere
del tempo ha sul loro comportamento. Così, mentre la fisica mirerebbe ad
una spiegazione causale tentando di interpretare gli avvenimenti in
termini quantitativi, la sociologia dovrebbe considerare le intenzioni e i
significati. Essa dovrebbe cercare di comprendere gli sviluppi storici in
termini qualitativi di tendenze o scopi contrastanti per mezzo di una
intima comprensione dei fenomeni sociali.
Afferma Popper che:
“questa sarebbe la ragione per cui, secondo gli storicisti, la fisica
funziona con generalizzazioni induttive mentre la sociologia può operare
soltanto con l’aiuto di una sensibilità comprensiva”. Gli storicisti, a
parere di Popper, sosterrebbero che:
“…per capire la vita
sociale dobbiamo andare oltre l’analisi delle cause e degli effetti: cioè
di motivi, interessi, reazioni causate da azioni. Dobbiamo comprendere
come tutti gli avvenimenti abbiano una parte assegnata loro nel tutto:
essi hanno un significato in quanto influenzano il tutto, ma il loro
significato è a sua volta determinato dal tutto.”[10]
A parere di Popper questo
metodo storicista della comprensione intuitiva, che pretende di essere più
proficuo e fertile della spiegazione causale, è “olistico” poiché ritiene
di trovare la funzione di un fenomeno nell’ambito di una struttura “che
comprenda non solo parti simultanee ma anche le fasi successive di uno
sviluppo temporale”.
Per Popper, in sintesi,
gli aspetti dell’antinaturalismo storicista sono sostanzialmente quattro:
I.1.1.4.1. Utopismo
I.1.1.4.2. Olismo
I.1.1.4.3. Diversità di
metodo tra fisica e sociologia
I.1.1.4.4. Relativismo
I.1.1.4.1. La prima conseguenza dell’attivismo storicista: l’ingegneria
utopica
Popper definisce
“ingegneria utopica” l’approccio alla politica tenuto dagli storicisti che
indulgono maggiormente all’attivismo di matrice antinaturalistica che
abbiamo considerato poc’anzi.
La categoria popperiana
di “ingegneria utopica” si può scindere nei due termini di riferimento:
ingegneria e utopia. Essi presentano le seguenti caratteristiche.
Il termine ingegneria
denota, per Popper, un atteggiamento positivo nei confronti della società
in quanto implica la possibilità “di un’azione razionale efficace tesa
alla modificazione di determinati rapporti”. In questo senso l’ingegneria
sociale si presenta come ovvia alternativa allo storicismo radicale che
introdurrebbe, come vedremo in seguito, la non alterabilità del processo
storico.
Il termine utopia denota
invece, a parere dell’epistemologo, un atteggiamento negativo
caratterizzato da un approccio globale verso la realtà sociale che viene
considerata nella sua totalità e non come un aggregato di individui
consapevoli. Secondo questa accezione “l’attività politica richiede prima
di tutto la determinazione del fine politico ultimo, cioè dello Stato
ideale”, o dell’istituzione collettiva perfetta, e solo successivamente
necessita di cominciare a considerare i mezzi e i metodi migliori per la
sua realizzazione.
Il metodo ingegneristico
a carattere utopico possibile corollario, a parere dell’autore viennese,
dell’atteggiamento intuitivo e non razionale di approccio ai problemi
sociali, ovunque è stato tentato ha portato “all’uso della violenza invece
della ragione”.
Essendo la vita sociale
complicatissima per le innumerevoli relazioni e “retroazioni” che comporta
risulterebbe impossibile, secondo Popper, formulare previsioni attendibili
“su un progetto di ingegneria sociale su scala globale”.
“…il tentativo utopico di
realizzare uno stato ideale usando un modello globale di società, è tale
da richiedere un forte potere centralizzato di pochi e, quindi, da portare
verosimilmente all’instaurazione di una dittatura.”[11]
Popper, nella critica
all’idealismo implicito dell’ingegneria utopica, recupera le tesi
antiutopiche marxiane. Egli rileva che ciò che lo accomuna a Marx è la
ricerca di maggior realismo e la convinzione che: “i piani utopici non
saranno mai realizzati nel modo in cui furono concepiti”.
Tuttavia Marx,
argomentando contro l’utopismo, a parere del viennese, “condanna ogni
ingegneria sociale”. Egli infatti adotterebbe un atteggiamento
radicalmente storicistico che, assumendo l’impossibilità pratica di
modificare le leggi della storia, considererebbe irrealistico poter
pianificare razionalmente le istituzioni sociali.
Questo radicalismo
marxiano che, sul piano dell’ingegneria sociale, si mantiene
antiinterventista e quindi passivo, si trasforma in attività e utopismo,
coinvolgendo la totalità sociale, nella misura in cui propugna quella che
Popper chiama la “rivoluzione apocalittica”.
Marx dunque, a giudizio
del viennese, non si sarebbe mai affrancato dall’approccio “olistico”
caratteristico della dottrina storicistica da Platone in poi. Questa
dottrina professa, al fine del tentativo ingegneristico, il coinvolgimento
della società nella sua interezza. Egli ad esempio, a parere di Popper,
predisse storicisticamente uno sviluppo sociale in cui lo Stato doveva
scomparire. Allo stesso tempo tuttavia, tentò tecnologicamente di favorire
attivamente questo sviluppo attraverso la creazione di una “utopia
ideale”.
L’alleanza contro natura
di storicismo e ingegneria utopica, secondo l’epistemologo viennese, è
favorita proprio dall’atteggiamento “olistico” di entrambe. Infatti, allo
stesso modo in cui lo storicismo si occupa dello sviluppo della società
considerata come un tutto unico, la meccanica utopica si occupa della
trasformazione della società complessivamente intesa. “Né l’uno né
l’altra”, afferma Popper, “tengono conto del fatto che un tutto unico in
questo senso non potrà mai essere l’oggetto di una inchiesta scientifica”.
Questo radicalismo
estremo, come lo definisce Popper, implicito nella dottrina attivista
dello storicismo, sarebbe connesso con una certa forma di “estetismo”
consistente nel desiderio di costruire un mondo che non sia solamente
migliore del precedente, ma che sia il migliore dei mondi possibili.
La politica per gli
storicisti assurge così al ruolo di “arte suprema”. Ed il politico dipinge
le città come un pittore fa con i suoi quadri.
La conseguenza di una
simile concezione, a parere di Popper, comporta necessariamente una
svalutazione delle singole vite umane che verrebbero ridotte a meri
strumenti per l’autoespressione del “politico-artista”. Costui, come un
pittore che si appresti a creare una nuova opera, per realizzare
l’obiettivo di costruire dal nulla una “società bella come un’opera
d’arte”, ripulisce la “tela sociale” e azzera le istituzioni esistenti
uccidendone i componenti.
Il radicalismo, secondo
Popper, è totalmente irrazionale. A giudizio dell’autore viennese l’unica
maniera che ha l’umanità per migliorarsi è tramite “tentativi ed errori”.
L’ispirazione,
l’intuizione estetica, non può essere l’unica fonte del nostro agire; essa
può risultare decisiva solo se corroborata dall’esperienza di “sbagli e
miglioramenti” graduali. Secondo Popper:
“…non è ragionevole
presumere che una completa ricostruzione del nostro mondo sociale debba
portare senz’altro a un sistema capace di funzionare. Al contrario,
dobbiamo aspettarci che, data la nostra mancanza di esperienza, saranno
commessi molti errori che possono essere eliminati solo mediante un lungo
e laborioso processo di piccoli aggiustamenti…”[12].
Il radicalismo, e
l’estetismo ad esso connesso, non può che portare alla “liquidazione della
ragione”. Ragione che viene sostituita con una speranza, che Popper con un
ossimoro definisce “disperata”, di “miracoli politici”. Egli chiama
“romanticismo” questo atteggiamento e lo descrive come assolutamente
irrazionale in quanto “intossicato dai sogni di un mondo perfetto”. Il
tentativo di “realizzare il cielo in terra”, a giudizio di Popper, non può
riuscire, ma si trasforma inevitabilmente nel suo esatto contrario,
l’inferno.[13]
Un altro punto in comune
tra storicista e utopista è la credenza, che Popper liquida come
prescientifica, che gli scopi o i fini di qualsiasi attività umana possano
essere scoperti scientificamente all’interno dell’indagine scientifica e
siano quindi esterni ed indipendenti dall’ambito delle scelte morali
individuali. Sotto questo aspetto, confinando deterministicamente le
scelte, sia individuali che collettive, al mondo delle forze storiche
soggiacenti, si nega la libertà individuale inerente alla decisione morale
e si adotta una teoria etica storicista basata o sul positivismo morale
più bieco (la forza è diritto), o sul futurismo morale (il diritto è la
forza futura).
I.1.1.4.2. L’olismo: un altro aspetto dell’antinaturalismo storicista
Per Popper gli olisti
adoperano il sostantivo “intero” in maniera ambigua. Esso infatti, a suo
giudizio, viene da loro adoperato indistintamente sia per denotare “la
totalità degli attributi o aspetti di qualcosa e, specialmente, i rapporti
esistenti tra le parti”, sia per denotare “una scelta di suoi attributi o
aspetti, cioè quelli che gli danno l’apparenza di una struttura
organizzata anziché di una mera accozzaglia”.
Solo gli “interi” in
questo secondo senso sono stati scientificamente studiati dalla scuola
psicologica della Gestalt. Secondo questa scuola la melodia, ad esempio,
che è uno degli aspetti di una serie di suoni, è qualcosa di più di una
raccolta dei singoli suoni.
A parere di Popper
occorre distinguere tra i due significati del sostantivo “intero”. Il
fatto che “interi” nel secondo senso vengano scientificamente studiati non
implica che possano venire studiati, allo stesso modo, anche gli “interi”
della prima categoria. Infatti “se desideriamo studiare qualcosa”, afferma
Popper, “siamo costretti a sceglierne alcuni aspetti”.
“Non ci è possibile
osservare o descrivere un pezzo intero del mondo, o un pezzo intero della
natura, anzi, nemmeno il minimo pezzo intero, poiché la descrizione è
sempre necessariamente selettiva. Si può perfino dire che gli interi nel
[primo] senso non potranno mai essere oggetto di una qualsiasi attività,
scientifica o no.”[14]
Gli “olisti” confondendo
i due sensi dell’intero, a giudizio di Popper, confidano erroneamente sul
fatto che la percezione gestaltista possa servire a conoscere l’intero sia
nel senso limitato che nel senso illimitato che abbiamo descritto.
Essi non si accorgono che
la conoscenza può essere solo consapevolezza di aspetti astratti e non
comprensione della concreta struttura del reale.
Insistendo nel dire che
lo studio di aspetti particolari va completato con un metodo “integrante”
o “sintetico” che abbia come fine la ricostruzione dell’intero processo
gli “olisti”, secondo Popper, non si rendono conto di cadere nel
misticismo. Infatti non è possibile citare alcun caso in cui si sia giunti
a una descrizione scientifica di una situazione sociale concreta e intera,
poiché sempre si possono individuare aspetti trascurati da una simile
descrizione.
L’influenza del pensiero
olistico, prosegue Popper, è oltretutto specialmente negativa quando si
mescola alla teoria storicista degli esperimenti sociali. In questo caso
si può osservare come utopismo e storicismo concordino nel ritenere
possibile un esperimento sociale, quando e se sia effettivamente
attuabile, solamente se realizzato in maniera olistica, vale a dire se
rimodella completamente l’intera società.
Popper, naturalmente,
rifiuta questo atteggiamento ribadendo che: i) “trascura quegli
esperimenti a spizzico che sono fondamentali per ogni conoscenza sociale”,
e ii) “gli esperimenti olistici hanno poca probabilità di accrescere in
misura rilevante le nostre cognizioni sperimentali”. Afferma Popper
citando Hayek che:
“il pianificatore
olistico dimentica che è facile centralizzare il potere, ma impossibile
centralizzare tutte quelle cognizioni che sono distribuite fra molte menti
individuali, e la cui centralizzazione sarebbe necessaria per esercitare
saggiamente il potere centralizzato.”[15]
Non potendo conoscere
complessivamente cosa passa per la testa di tanti individui il
pianificatore olistico è costretto a semplificare il panorama cognitivo
individuale tentando di renderlo stereotipico tramite l’educazione e la
propaganda. Ma questo tentativo di omologazione è evidentemente
incompatibile, secondo Popper, con il libero pensiero critico. Questo
conformismo imposto dall’alto non potrà che distruggere progressivamente
la conoscenza in maniera direttamente proporzionale all’aumento della
pressione omologante.
Popper ritiene che il
metodo a spizzico, al contrario, non offra controindicazioni del tipo
precedente in quanto, piuttosto che cercare il bene fondamentale della
società come fa il metodo olistico, tenta di combattere il male più
urgente della società; vale a dire cerca di lottare contro forme concrete
di ingiustizia e non di realizzare “un lontano grafico ideale della
società”.
I.1.1.4.3. La diversità di metodo tra fisica e sociologia
Popper intende confutare
anche la tesi storicista secondo la quale il metodo sperimentale non
potrebbe essere applicato alle scienze sociali poiché, a differenza della
situazione prevalente nelle scienze naturali, in sociologia non sarebbe
possibile riprodurre a volontà condizioni sperimentali esattamente simili.
A giudizio dell’autore
viennese questa tesi esprime una totale incomprensione dei metodi
sperimentali della fisica. Infatti, le cosiddette “condizioni simili”
negli esperimenti fisici, variano di esperimento in esperimento e possono
essere definite soltanto facendo ricorso ad altri esperimenti. E’
impossibile decidere a priori se una differenza o una somiglianza siano
decisive o meno ai fini della riproduzione dell’esperimento stesso.
Ritenere, come fa
l’argomento storicista, che gli esperimenti sociali siano sostanzialmente
differenti dagli esperimenti fisici solo perché sarebbero intralciati
dalla variabilità delle condizioni sociali dovuta allo sviluppo storico è,
a parere di Popper, errato. Lo studio della società non è radicalmente
differente rispetto allo studio della natura, è solo maggiormente
sfavorito dalle condizioni obiettive di arretratezza tecnologica.
I.1.1.4.4. Relativismo storico delle generalizzazioni sociali
A parere di Popper anche
la tesi storicista che nelle scienze sociali “la validità di tutte le
generalizzazioni, o almeno delle più importanti, è limitata al periodo
storico concreto in cui furono fatte le osservazioni relative”, è da
criticare. Ma non in modo grossolano affermando, all’opposto, che le
regolarità osservate in un determinato periodo storico siano
universalmente valide per tutte le società passate e future, bensì
limitando l’importanza che lo storicista attribuisce alle differenze tra i
vari periodi storici e negando l’affermazione storicista che nelle scienze
naturali, a differenza che nelle scienze sociali, si possano attestare
leggi universalmente valide.
Non si potrà mai sapere,
secondo Popper, se le leggi naturali fossero valide in passato o se lo
saranno in futuro. Tuttavia, pur essendo inaccertabile la loro validità
universale, le leggi naturali non vengono formulate affermando nel
contempo la relatività del loro periodo di validità come fa lo storicista
con le generalizzazioni sociali. Se ci comportassimo in tal modo, afferma
Popper, non comprenderemmo adeguatamente il comportamento della scienza,
di tutta la scienza, sia naturale che sociale.
Lo scopo della scienza è
quello di “cercare leggi che abbiano un campo di validità illimitato”.
Afferma Popper che:
“se ammettessimo delle
leggi che fossero esse stesse soggette a cambiamenti, un cambiamento non
potrebbe mai essere spiegato per mezzo della legge…e sarebbe la fine del
progresso scientifico; poiché, verificandosi delle osservazioni inattese,
non avremmo nessuna necessità di correggere le nostre teorie; l’ipotesi ad
hoc di un cambiamento nelle leggi spiegherebbe tutto.”[16]
I.1.1.5. La passività pratica, determinista e pronaturalista dello
storicismo
Lo storicismo, secondo
Popper, pur avendo una forte propensione antinaturalista che invita a
tenere ben separate, come abbiamo visto, la metodologia scientifica e
quella delle scienze sociali tuttavia, allo stesso tempo, presenta anche
una forte tensione pronaturalista tesa all’individuazione di un elemento
comune tra i due metodi. Questo “trait d’union” non può che essere trovato
nella considerazione per cui la sociologia, come la fisica, ha carattere
sia teoretico che empirico.
La sociologia ha
carattere teoretico in quanto tenta di spiegare e predire gli eventi
grazie a teorie o leggi universali da essa stessa scoperte, ed ha
carattere empirico poiché basa l’accettazione o il rifiuto di qualsiasi
teoria su dati osservazionali.
A giudizio di Popper, su
queste basi, gli storicisti moderni, impressionati dall’applicazione del
metodo scientifico induttivo nella teoria di Newton che permette di
prevedere la posizione dei pianeti con largo anticipo, ritengono di poter
riuscire a profetizzare, allo stesso modo, il lontano futuro collettivo
dell’umanità.
Il ragionamento che,
secondo l’epistemologo viennese, gli storicisti fanno, temperato dalla
consapevolezza che alle scienze sociali non è dato raggiungere la
precisione delle previsioni astronomiche, è il seguente: “se è possibile
per l’astronomia predire le eclissi, perché la sociologia non dovrebbe
poter predire le rivoluzioni?”
Per gli storicisti i
disallineamenti tra le due forme di previsione sono da individuare,
rispetto ai metodi quantitativi delle scienze naturali, soprattutto nella
complessità degli avvenimenti sociali e nel carattere qualitativo dei
termini sociologici. Tali termini impediscono previsioni assolutamente
certe e precise ma, allo stesso tempo, possono favorire: “previsioni ad
ampio raggio la cui genericità è compensata dalla ampia portata e dal
significato”.
La base empirica di
queste “previsioni ad ampio raggio” è offerta dalla cronaca delle vicende
politiche e sociali. Per la scienza sociale la storia di questi
avvenimenti costituisce l’unica fonte possibile di dati osservazionali.
Su queste fondamenta,
secondo Popper, lo storicista ritiene che la sociologia sia una disciplina
teoretica ed empirica che ha lo scopo di avanzare “previsioni ad ampio
raggio” di carattere storico verificabili o confutabili in base allo
sviluppo storico stesso. In sintesi, secondo Popper, “lo storicismo
sostiene che la sociologia è storia teoretica”.
Come la meccanica celeste
è basata sulla dinamica, vale a dire sulla teoria dei movimenti
determinati da forze, così per gli storicisti: “la sociologia dovrebbe
basarsi sulla dinamica sociale, vale a dire sulla teoria del movimento
sociale determinato da forze sociali (o storiche)”.
Il compito delle scienze
sociali, per lo storicismo, è quello di analizzare le forze storiche siano
esse materiali (interessi economici), o spirituali (idee religiose o
etiche), per arrivare a penetrarne l’essenza in modo tale da distillarne
leggi universali di mutamento sociale.
Ma possono esistere leggi
universalmente valide per lo storicista?
Se per lo storicismo,
come abbiamo visto precedentemente, il metodo della generalizzazione può
applicarsi alle scienze naturali, non può essere valido, allo stesso modo,
per le scienze sociali. Infatti, per le scienze sociali storiciste, le
uniformità della vita sociale possono valere unicamente per determinati
periodi culturali e storici in quanto altrimenti esse, riguardando tutto
il complesso della storia umana e non solo alcune parti circoscritte,
farebbero cadere la pregiudiziale antinaturalista espressa
precedentemente.
A parere di Popper:
“… le sole leggi della
società universalmente valide debbono essere, per lo storicismo, leggi di
sviluppo storico che determinano la transizione da un periodo all’altro…la
sociologia diviene così, per lo storicista, un tentativo di risolvere il
vecchio problema della previsione del nostro futuro; non tanto il futuro
dell’individuo, quanto quello dei gruppi e della razza umana. E’ la
scienza delle cose in divenire, cioè degli incombenti sviluppi.”[17]
Per l’epistemologo
viennese lo storicismo non ha ben compreso che nella scienza, si possono
distinguere due specie differenti di previsioni. Da una parte la scienza,
ad esempio, può prevedere il sopraggiungere di un tifone dando
praticamente la possibilità alla gente di ripararsi per tempo. Dall’altra
essa può far costruire un riparo in cemento armato che resista al tifone.
Popper denomina il primo genere di previsioni “profezie”, in quanto fanno
riferimento ad avvenimenti che non si possono impedire, e il secondo
genere “previsioni tecnologiche”, in quanto costituendo la base della
meccanica esse determinano i provvedimenti da adottare nel caso in cui si
vogliano conseguire determinati risultati.
Ora, secondo Popper,
mentre le scienze sperimentali, le scienze naturali in genere, avanzano
anche “previsioni tecnologiche”, quelle che adottano osservazioni non
sperimentali, la sociologia storicista con la metodologia storica
relativa, propongono unicamente profezie.
Così la maggioranza degli
storicisti, per Popper, sostiene che: “la pianificazione politica, come
ogni attività sociale, deve subire la forza preponderante delle forze
storiche”, e questo come conseguenza implica una inutilità di fondo di
qualsiasi intervento politico consapevole mirato alla modificazione di
determinati rapporti sociali.
Le rivoluzioni sociali,
per lo storicista, non possono essere pianificate razionalmente, ma
possono solo essere suscitate da forze sociali soggiacenti, ad esempio da
conflitti d’interesse. Per lo storicista, secondo Popper, è pura
superstizione pensare “che un numero sufficiente di persone di buona
volontà possa essere indotto da argomenti razionali ad una azione
pianificata”. Lo sviluppo storico testimonia la propria assoluta
irriducibilità a costruzioni teoriche. La realtà risulterà sempre dal
conflitto di forze contrastanti e mai da una pura costruzione razionale.
Tutte le scienze sociali
economia compresa, afferma lo storicista, possono soltanto aiutarci a
rivelare le forze sostanziali che sospingono lo sviluppo storico. Ciò ci
consente una “profezia ad ampio raggio” ma ci impedisce una concreta
possibilità di intervento razionale. Questo punto di vista, a parere di
Popper, non implica necessariamente fatalismo. Al contrario, la maggior
parte degli storicisti ha una preponderante tendenza all’attivismo che
però, per essere ragionevole, dicono debba armonizzarsi con i mutamenti
prossimi ed assecondarli.
Le fondamenta di
qualsivoglia azione sociale, per lo storicismo, si possono trovare solo
nella “profezia storica” e nell’interpretazione della storia come unica
chiave per chiarire il futuro. Con questo tipo di teoria solo gli
storicisti che prevedono che il corso della storia proceda in senso
progressivo sono ottimisti per lo sviluppo sociale futuro. In effetti
costoro, credendo che: “sia negato alla ragione realizzare un mondo
ragionevole”, hanno fede solamente in un miracolo sociale e politico.
Lo stesso Marx, afferma
Popper, insegna che la transizione dal regno della necessità al regno
della libertà non può essere razionalmente pianificata ma avverrà
miracolosamente grazie all’opera delle “leggi inesorabili dello sviluppo
storico” alle quali pertanto è consigliabile sottometersi.
Queste considerazioni
implicano, per Popper, una teoria sociologica che affermi che lo sviluppo
della società proceda necessariamente e deterministicamente seguendo stadi
rigidamente prestabiliti unicamente da assecondare. Questo atteggiamento
insegna la futilità di qualsiasi tentativo teso a modificare mutamenti
incombenti. Esso afferma, per Popper, una particolare varietà di
fatalismo inerente alle tendenze evolutive che, pur non dimenticando
l’esortazione attivista relativa alla necessità di mutare il mondo e non
solo ad interpretarlo, stride sensibilmente con l’atteggiamento attivista
del tecnologo sociale. Infatti, su queste basi, lo storicista può solo
interpretare lo sviluppo sociale e giovare eventualmente ad esso, ma non
può mutarlo.
Tuttavia sbaglierebbe chi
interpretasse questo atteggiamento come sostanzialmente incoerente. Lo
storicista, a giudizio di Popper, affermerebbe che il proprio metodo,
rispetto al naturalismo, incoraggia l’attività poiché pone l’accento sul
mutamento, sul processo, sul movimento. Ma non approva ciecamente ogni
genere di attività, bensì solo quella possibile e non irrealistica. Non
solo, affermando che occorre sottoporsi alle leggi di sviluppo come se
fossero identiche alla legge di gravità, lo storicismo invita ad “adattare
il proprio sistema di valori in modo da conformarlo ai mutamenti
imminenti”. In tal modo “ciò che è moralmente buono è ciò che è moralmente
progressivo, cioè in anticipo sul suo tempo”. Questa teoria morale, che
Popper definisce come “futurismo morale”, offre un’indicazione sul fatto
che lo storicismo, analizzato dall’autore viennese come dottrina del
metodo, sviluppa in realtà un sistema filosofico mirante ad interpretare
il mondo. Del resto, conclude Popper:
“…non c’è dubbio che le
metodologie siano, dal punto di vista della storia quantunque non della
logica, soltanto sottoprodotti dei sistemi filosofici.”[18]
Per Popper, in sintesi,
gli aspetti del naturalismo storicista sono sostanzialmente due:
I.1.1.5.1. Determinismo
I.1.1.5.2.
L’incomprensione della differenza tra leggi storiche ed interpretazioni
storiche
I.1.1.5.1. Il determinismo, ovvero: la legge dell’evoluzione storica
A giudizio di Popper le
argomentazioni storiciste antinaturalistiche, e quindi attiviste, che
abbiamo analizzato precedentemente hanno diverse caratteristiche in comune
con le argomentazioni pronaturalistiche, e quindi passivizzanti, che
andremo ad analizzare in questa sede.
Una delle caratteristiche
principali in comune è l’olismo, mentre un’altra è l’errata concezione dei
metodi delle scienze naturali. In questo secondo caso tuttavia, a
differenza delle tesi precedenti che proclamavano una diversità
sostanziale tra i metodi delle scienze sociali e i metodi delle scienze
naturali, vi è il tentativo, che Popper non esita a bollare come
“scientismo”, di copiare acriticamente quelli che vengono ritenuti i
metodi delle scienze naturali. Fondamentale è la tendenza dello storicismo
a credere che, compito delle scienze sociali, sia scoprire “la legge
dell’evoluzione della società” per poter predire il futuro.
Questa concezione, che
implica una società sviluppantesi in periodi storici, afferma da un lato
l’opposizione tra un mondo sociale in perenne mutazione e un mondo
naturale statico, che genera l’attivismo idealistico antinaturalistico già
analizzato, e dall’altro una falsa credenza pronaturalistica e
scientistica, praticamente deterministica.
Per Popper non può
esistere una legge dell’evoluzione. L’evoluzione, sia della vita sulla
terra che della società umana, è un processo storico unico che si è svolto
secondo ogni genere di leggi causali e che perciò “non può essere
descritto con una legge”, bensì “con un’ipotesi storica singolare”.
Afferma Popper che:
“l’osservazione di un
processo unico non può aiutarci a prevedere gli sviluppi futuri. Osservare
con la massima attenzione lo sviluppo di un solo bruco non ci aiuterebbe a
predire la sua trasformazione in farfalla.”[19]
A parere
dell’epistemologo viennese “l’idea che la società, come un corpo fisico,
possa muoversi come un tutto seguendo un dato percorso, e in una data
direzione, non è altro che una confusione fatta dagli olisti”. Non esiste
alcun movimento della società che possa paragonarsi al movimento dei corpi
fisici, e quindi non esistono “leggi del movimento della società” che
possano essere scoperte allo stesso modo in cui Newton scoprì le leggi di
movimento dei corpi fisici. E anche se esistono delle tendenze nei
cambiamenti sociali, queste non possono essere interpretate come leggi.
Infatti, secondo Popper, “una legge universale non afferma l’esistenza di
qualcosa” ma all’opposto “l’impossibilità di qualche cosa”.
Leggi e tendenze sono due
cose a tal punto diverse che, se è possibile basare previsioni
scientifiche su leggi, al contrario è assolutamente impossibile basare
previsioni su tendenze come può dire ogni esperto di statistica.
Gli storicisti confondono
leggi e tendenze. Essi credono in “tendenze assolute” e si convincono, ad
esempio, di una tendenza ad uno stato più felice che fanno derivare da
leggi universali come quelle del materialismo dialettico.
L’errore centrale dello
storicismo, secondo l’epistemologo viennese, consiste nel considerare le
proprie “leggi dello sviluppo” come “tendenze assolute” che non dipendono
da “condizioni iniziali”, cioè da “proposizioni specifiche relative al
caso di cui si tratta”. Queste “tendenze assolute”, senza alcuna
possibilità di resistenza, obbligano in una determinata direzione nel
futuro. Su di esse lo storicismo basa le proprie “profezie non
condizionali” in antitesi alle “previsioni scientifiche condizionali”
limitate e relative a una data e conchiusa spiegazione causale.
Per Marx ad esempio,
afferma Popper, esiste una “tendenza assoluta all’accumularsi di mezzi di
produzione”. Ma nel caso in cui la popolazione fosse in rapido declino,
per motivi magari extraeconomici, difficilmente, scrive Popper, tale
tendenza persisterebbe inalterata. Da ciò consegue che le condizioni
possibili possono essere innumerevoli e, se si dovessero cercare le
condizioni vere di una tendenza, occorrerebbe immaginarsi tutte quelle in
cui la tendenza stessa non si possa verificare. Ma lo storicista non lo
fa, afferma Popper, poiché “ha fede nella sua tendenza prediletta e,
condizioni nelle quali essa cesserebbe di esistere, gli sembrano del tutto
irreali”.
Popper taccia lo
storicismo di “povertà di immaginazione”. Esso non è in grado di riuscire
ad “immaginare un cambiamento nelle condizioni del cambiamento”.
I.1.1.5.2. L’unità di metodo tra teoria storica e
interpretazione storica
Ipotizzando una dottrina
secondo la quale tutte le scienze teoretiche e generalizzanti fanno uso
delle stesso metodo, siano esse scienze naturali o sociali, Popper afferma
che, in entrambi i campi, i metodi fondamentali consistono sempre nel
“fornire spiegazioni deduttive causali” e nel “provarle mediante
previsioni”. Questo metodo, non conseguendo mai la certezza assoluta per
nessuna delle tesi scientifiche proposte, è stato chiamato “ipotetico
deduttivo”. Esso si avvale di esperimenti empirici. Lo scopo degli
esperimenti, a parere di Popper, è quello di “selezionare” le ipotesi in
concorrenza eliminando quelle che non sono riuscite a superare la prova
sperimentale. Tutti gli esperimenti devono cercare i punti deboli di una
teoria per poterla estirpare nel caso in cui si rivelasse falsa.
Come abbiamo appena
sottolineato Popper si dichiara persuaso del fatto che tale metodo non
valga solamente per le scienze della natura ma, a maggior ragione, anche
per le scienze sociali poiché gli oggetti della scienza sociale, più di
quelli della scienza naturale, sono astratti.
Le costruzioni teoretiche
astratte della scienza sociale servono per interpretare le esperienze che
conduciamo. Esse definiscono modelli di natura istituzionale. Tale
modellizzazione, a giudizio dell’autore viennese, spiega da una parte, e
distrugge dall’altra, le tesi dell’essenzialismo metodologico propugnate
dallo storicismo. Le spiega perché, essendo astratta, viene percepita come
qualcosa che sta dietro gli eventi, come una essenza appunto. Le distrugge
perché, compito di una “teoria sociale”, è di costituire i modelli
sociologici in termini descrittivi o nominalisti, cioè nei termini degli
atteggiamenti e delle speranze degli individui (individualismo
metodologico).
Nella prospettiva
essenzialista dello storicismo gli enti sociali, le istituzioni, vengono
considerati come se fossero enti naturali concreti, gruppi di uomini
piuttosto che modelli astratti costruiti per interpretare certi rapporti
astratti, scelti, fra individui.
Per Popper la scienza
sociale è in realtà molto meno complessa di quella fisica, contrariamente
a quanto afferma lo storicismo; nelle “situazioni sociali” vi è un
elemento di razionalità relativo all’agire umano che nelle interazioni
fisiche manca.
Le stesse scienze
storiche, a giudizio del viennese, pur distinguendosi dalle scienze
teoretiche per l’interesse rivolto ad avvenimenti reali singolari o
specifici piuttosto che a “leggi o generalizzazioni”, mantengono tuttavia
la stessa unità di metodo con qualche limitazione.
“Ogni spiegazione causale
di un evento singolare è sempre storica in quanto la causa è sempre
descritta da condizioni iniziali singolari…È soltanto nella storia che ci
interessiamo veramente alla spiegazione causale di un evento singolare.
Nelle scienze teoretiche, tali spiegazioni causali, in generale, non sono
che un mezzo verso un fine diverso: la sperimentazione di leggi
universali…Questioni di origine sono questioni o domande del come e del
perché. Dal punto di vista teoretico, esse hanno un’importanza
relativamente scarsa, e generalmente hanno soltanto uno specifico
interesse storico.”[20]
La storia, a parere di
Popper, svolge sostanzialmente due compiti: da un lato tenta di spiegare
causalmente avvenimenti tipici modellizzando categorie o classi di
avvenimenti per applicare il metodo deduttivo, e dall’altro descrive “in
tutto quello che hanno di proprio e di unico” avvenimenti interessanti.
Questi due compiti della
storia, vale a dire: “trovare il bandolo causale della matassa”, e
descrivere come “i fili della matassa siano intrecciati a caso”, sono
entrambi necessari e complementari.
Ma se questi sono i soli
e gli effettivi compiti della storia, si domanda Popper, è dunque
totalmente priva di fondamento l’idea storicista di poter discernere
tendenze storiche “irresistibili” che trascinano con sé gli individui
inconsapevoli?
A fronte di un sia pur
minimo elemento di validità quale la reazione ad un “egemonismo”
semplicista interpretante la storia politica come storia di grandi
generali, lo storicismo, afferma Popper, pur tuttavia ribadisce l’idea, da
rigettare, che esista uno “spirito” di un’epoca o di una nazione. La
sociologia dovrebbe proporre qualcosa di più ragionevole che, tuttavia,
tenga conto dell’esigenza espressa dallo storicismo. Essa, a parere di
Popper, oltre a “modelli istituzionalisti e individualistici di enti
collettivi come nazioni, o governi, o mercati”, dovrebbe prendere in
considerazione, tramite un “logica situazionale”, movimenti sociali e
situazioni politiche quali il progresso scientifico e industriale. Ma
probabilmente, neanche questo basterebbe ad esaurire completamente le
necessità che lo storicismo afferma di poter soddisfare.
L’unica soluzione
potrebbe essere allora quella, a parere di Popper, di introdurre nella
storia “un punto di vista selettivo, preconcetto, cioè scrivere quella
storia che ci interessa”.
“Scrivere la storia che
ci interessa”, per Popper, significa occuparsi unicamente, trattandoli con
“obiettività scientifica”, di fatti e aspetti che riguardino il nostro
punto di vista senza preoccuparsi di tutti gli altri fatti.
Sorge un problema però. I
punti di vista storici “non possono essere sperimentati” e quindi, non
potendo essere confutati, non possono assurgere al ruolo di ipotesi
sperimentali. Questo ne implica l’abbandono prematuro? No, risponde Popper,
se un tale punto di vista preconcetto non è “un’ipotesi sperimentabile” è
tuttavia una “interpretazione storica”.
Lo storicismo in maniera
prescientifica confonde, a parere di Popper, interpretazioni e teorie.
È possibile interpretare
la storia in ultima analisi come, ad esempio, lotta di classe, o come
lotta fra la società “aperta” e quella “chiusa”, ma è scorretto, come fa
lo storicismo a parere del viennese, presentare queste interpretazioni
come dottrine o teorie.
Dopo aver preso in
considerazione complessivamente quella teoria che Popper chiama: “dottrina
storicista”, occupandoci sia delle sue origini nel pensiero greco sia di
tutte le implicazioni teoriche relative, affrontiamo ora quelli che
l’autore viennese considera come i tardi epigoni della metafisica
storicista.
I.1.2. Hegel,
ovvero: il recupero della “società chiusa”
Il primo ed il più
conseguente seguace in epoca moderna dello storicismo antico di Eraclito,
Platone e Aristotele, fu Hegel. Egli, a giudizio di Popper, segnò l’inizio
di una nuova era dominata “dalla magia di parole altisonanti e dalla
potenza del gergo”.
Come filosofo ufficiale
del prussianesimo Hegel si incaricò di “restaurare” le idee del
feudalesimo che politicamente, dopo la sconfitta napoleonica, veniva
ripristinato dal regime prussiano degli Junker.
Le grandi idee di
libertà, uguaglianza e fraternità, recuperate dalla rivoluzione francese
nella rivolta degli antichi greci contro il tribalismo della “società
chiusa” atavica, venivano nuovamente messe in discussione, per Popper,
dalla riscoperta, effettuata da Hegel, delle idee platoniche olistiche ed
irrazionalistiche che avevano combattuto quella antica rivolta.
“L’importanza storica di
Hegel può essere vista nel fatto che egli rappresenta l’anello mancante,
per così dire, fra Platone e la forma moderna di totalitarismo.”[21]
I.1.2.1. La “società chiusa”: essenza ed origini
Popper definisce “società
chiusa” qualsiasi società magica, o tribale, o collettivista, la cui
caratteristica principale sia una sostanziale “rigidità” fondantesi su un
“atteggiamento magico o irrazionale nei confronti delle costumanze della
vita sociale”. Egli contrappone alla “società chiusa” l’idea di una
“società aperta nella quale i singoli siano chiamati a prendere decisioni
personali”.
La “società chiusa”, per
Popper, può essere utilmente paragonata ad un organismo. Essa è “un’unità
semi-organica” i cui componenti singoli sono legati da “vincoli
semi-biologici” come la parentela.
Le istituzioni della
“società chiusa” sono “sacrosante”, “tabù”. Esse godono di carattere
religioso che impedisce qualsiasi discussione razionale ed implica
unicamente l’accettazione acritica.
La dissoluzione del
“tribalismo organico” delle antiche “società chiuse”, a giudizio di Popper,
ebbe inizio in Grecia quando si verificò una sensibile crescita
demografica che alimentò tensioni all’interno della casta dirigente.
In un primo momento si
tentò di risolvere il problema mantenendo ferme le compatibilità sociali
in essere attraverso il colonialismo e la creazione di città dipendenti
dalla madrepatria. Ma successivamente il rimedio rivelò di essere peggiore
del male.
La delocalizzazione
alimentò il commercio tra le colonie che causò, a sua volta, la creazione
di “una nuova classe dedita agli scambi e ai viaggi per mare”. Il
commercio, per Popper, favorendo i contatti culturali e la dissoluzione
dei vecchi modi di vita, era il maggior pericolo per la “società chiusa”.
A seguito di questa
dinamica si assistette ad una serie di “rivoluzioni e reazioni politiche”
che alimentarono quello che l’epistemologo viennese definisce: “l’effetto
stressante della civiltà”, conseguenza “del collasso della società
chiusa”.[22]
In una “società chiusa”
le caste e il governo di classe, afferma Popper, sono “naturali”, cioè
assolutamente non discutibili. Ma con la sua dissoluzione emerge
un’inevitabile tensione tra le classi frutto della consapevolezza
collettiva della convenzionalità delle istituzioni sociali cui si lega, a
doppio filo, “l’effetto stressante” precedentemente ricordato. Platone,
l’alfiere del tribalismo, capì che, se si voleva continuare a far
sopravvivere le vecchie speranze oligarchiche, occorreva una “completa
ricostruzione del programma”:
“bisogna[va] insegnare
all’uomo che la giustizia è l’ineguaglianza e che la tribù, il collettivo,
stanno più in alto dell’individuo.”[23]
I.1.2.2. Il “collettivismo radicale” di Hegel
A giudizio di Popper,
Hegel, riutilizzando il “collettivismo radicale” di Platone, propugna la
superiorità dello Stato, quindi di un’istituzione collettiva,
sull’individuo. Esso deve allo Stato: “sia la sua esistenza fisica che la
sua esistenza spirituale”.
Tuttavia, a differenza di
Platone, Hegel è convinto, con Aristotele, che le “Idee o essenze non
esistano prima delle cose in divenire, bensì siano nelle cose in
divenire”, o meglio, che esse siano le cose in divenire stesse.
Nella rappresentazione
del mondo hegeliana “ogni cosa è in divenire, è in mutamento costante”. Ma
tale mutamento non significa decadimento, corrompimento. Lo storicismo di
Hegel, vale a dire la concezione che implica questa legge storica di
mutamento, a differenza di quello platonico non è pessimista ma ottimista.
L’obiettivo dell’autosviluppo
delle essenze, o “Spiriti” hegeliani, è “l’Idea assoluta”, o “Spirito
assoluto”, come “causa finale”, o termine dello sviluppo processuale
delle essenze. La “legge generale di sviluppo” del mondo, il divenire
hegeliano, è così, secondo Popper, una “legge di progresso dialettico”.
Hegel, come Platone, a
parere di Popper, considera lo Stato alla stregua di un organismo vivente.
Egli dota lo Stato di una coscienza e la definisce “Spirito”.
La conoscenza dello
Stato, per Hegel, è la conoscenza della sua essenza o “Spirito”. Questa
conoscenza si raggiunge attraverso lo studio della storia (metodo
storicistico).
Scopo dei vari Stati è
quello di “emergere all’esistenza” affermando la propria individualità
particolare nell’unico modo possibile e realistico: “combattendo le altre
nazioni” al fine di poter arrivare a dominare il mondo. Come Eraclito,
afferma l’epistemologo viennese, Hegel ritiene che la guerra sia
l’artefice delle nazioni e di tutte le cose.
Come gli Stati, la
natura, secondo l’interpretazione popperiana di Hegel, si sviluppa, si
realizza, attraverso il contrasto e l’opposizione violenta degli elementi
che la compongono. Questi giungono, nel processo, ad una nuova unità o
identità preludio di una successiva contrapposizione.
Per Popper le due idee
eraclitee di conflitto tra gli opposti e di loro successiva identità
costituiscono i concetti fondamentali, assolutamente non originali dunque,
della dialettica hegeliana.
I.1.2.3. La dialettica hegeliana
Hegel, per Popper,
utilizzò, chiamandolo “dialettica”, il pensiero antimetafisico di Kant e
lo convertì nello “strumento principe” della metafisica.
Come compì questa
operazione?
A parere di Popper, Hegel
iniziò la propria riflessione accettando l’affermazione kantiana della non
scientificità della speculazione pura nel momento in cui abbandona il
campo dell’esperienza. L’esperienza difatti, anche per Hegel, rimaneva
l’unica possibilità di dirimere le antinomie nate dalla ragione. Tuttavia
egli riteneva, secondo Popper, che non fosse il caso di preoccuparsi
eccessivamente delle contraddizioni. Anzi, Hegel pensava che la ragione si
sviluppasse unicamente tramite la produzione di contraddizioni e
antinomie. La ragione, per Hegel, non era qualcosa di statico cui si
potesse attingere come fosse l’acqua in un pozzo o un frutto su un albero.
Essa era parte del genere umano, non era esterna ad esso, e si sviluppava
assieme all’umanità. Ciò che chiamiamo ragione, per Hegel, non era che il
“prodotto del nostro retaggio sociale”. Si poteva parlare di un prodotto
di ragione, procedente secondo un ritmo triadico denominato “dialettica”,
che si costituiva man mano che il “gruppo sociale” nel quale viviamo, “la
nazione”, si sviluppava storicamente.
La triadicità della
dialettica hegeliana, secondo Popper, contemplava in progressione: una
tesi, il momento in cui viene avanzata un’ipotesi, una antitesi, il
momento in cui la tesi viene contraddetta, e una sintesi, il momento in
cui avviene una conciliazione ad un più alto livello (sublimazione o
superamento) tra tesi e antitesi. La sintesi hegeliana, a giudizio di
Popper, negava, elevava, e preservava, i due momenti triadici precedenti
costituendo, a sua volta, un nuovo inizio per un successivo processo
triadico. Secondo Popper questa era, per Hegel, la scansione ritmicamente
controllata e costante del progresso umano.
Popper è convinto che se
tale ritmo dialettico rappresentasse unicamente la maniera in cui “una
discussione critica e quindi anche il pensiero scientifico può talvolta
progredire”, allora si potrebbe tutto sommato accettare il ragionamento di
Hegel. Il progresso scientifico in tal modo infatti, consisterebbe, a
parere di Popper, nell’eliminazione delle contraddizioni ovunque esse si
annidassero. Ma le conclusioni che Hegel traeva dal proprio ragionamento,
secondo l’autore viennese, erano opposte. Egli infatti giungeva a ritenere
che le contraddizioni non fossero solo “permissibili” ed “inevitabili”, ma
anzi, addirittura “desiderabili”.
Uno dei due dogmi
fondamentali dell’hegelismo, per Popper, consisteva proprio
nell’accettazione “tout court” delle contraddizioni; Hegel non solo non le
voleva eliminare, o confutare, bensì le voleva alimentare.
La conseguenza di tutto
ciò, secondo Popper, conduce inevitabilmente alla cessazione di ogni
progresso. Esso, contrariamente a quel che pensava Hegel, viene alimentato
infatti proprio dalla confutazione ed eliminazione degli errori.
A parere di Popper il
metodo con cui il pensiero umano ricerca soluzioni è il “metodo per prova
ed errore”. Esso è identico al metodo adottato dagli organismi viventi nel
processo di adattamento all’ambiente (evoluzionismo).
La sopravvivenza della
teoria più adatta, secondo Popper, comporta l’eliminazione di quella meno
adatta, la quale viene confutata dal proprio stesso potere euristico,
inferiore rispetto alla teoria che la scalza.
“Il metodo per prova ed
errore è essenzialmente un metodo di eliminazione” tramite “critica e
controlli”. Esso esprime nuove “congetture” che confutano le “congetture”
precedenti mediante “controlli” empirici severissimi. Solo in questo
senso, secondo Popper, si può parlare di sviluppo del pensiero umano
secondo linee “dialettiche”.
Il moderno significato
del termine “dialettica”, che ricalca l’accezione triadica hegeliana a
parere dell’epistemologo viennese, induce distorsione ed errore. La
descrizione esatta dello sviluppo di una teoria per “prova ed errore”:
“…[prende] in
considerazione soltanto un’idea e la sua critica, cioè, nella terminologia
dei dialettici, la lotta fra una tesi e la sua antitesi…non
[occorre]…alcun cenno a un ulteriore sviluppo: non [occorre insinuare] che
il contrasto tra una tesi e un’antitesi [conduca] a una sintesi. [Si
suggerisce] piuttosto, che il contrasto fra un’idea e la sua critica, o
fra una tesi e l’antitesi, [perviene] all’eliminazione della tesi [o
magari dell’antitesi] ove questa non fosse soddisfacente.”[24]
Il dialettico, per Popper,
non si accontenta di questo; egli tende a mettere in risalto che sia la
tesi che l'antitesi, nonostante la confutazione, mantengono elementi
importanti che vanno recuperati nella sintesi, vale a dire in una teoria
“in cui sono conservati i tratti migliori sia della tesi che
dell’antitesi”.
Questa interpretazione
dello sviluppo del pensiero, a giudizio di Popper, non considerando nella
sintesi, oltre alle idee già presenti, le “idee nuove” che inevitabilmente
essa includerà, risulta fuorviante. L’eliminazione della novità, o della
originalità, connaturata allo sviluppo del pensiero infatti, porta con sé
la necessaria eliminazione della sua progressività.
Ma questo non basta.
L’errore più importante che compiono i dialettici, secondo Popper, è
relativo all’imprecisione con cui trattano le contraddizioni. Essi, pur
rilevando correttamente l’importanza delle contraddizioni e della critica
nella storia dello sviluppo del pensiero, affermano che non vi è alcun
bisogno di “evitare queste fertili contraddizioni”, affossando così il
“principio di contraddizione”, o “principio di esclusione delle
contraddizioni”, della logica tradizionale. Il risultato di tale
pervertimento consegnerebbe alla “dialettica” oltre alla patente,
plausibile, di “dottrina storica”, quella meno accettabile dal punto di
vista popperiano, di teoria logica o teoria generale del mondo.
Certo, afferma l’autore
viennese, le contraddizioni sono “fertili portatrici di progresso”, ma
solo “nella misura in cui non ci si rassegni ad esse, cambiando ogni
teoria che ne comporti” e progredendo di conseguenza.
L’abbandono alle
contraddizioni comporterebbe l’estinzione inevitabile della “critica” e,
con essa, di ogni progresso intellettuale.
Il ragionamento
scientifico, a parere di Popper, non si basa sulla “dialettica”, ma sul
principio logico fondamentale che “se una teoria contiene una
contraddizione, implica tutto, e quindi in realtà nulla”. È solo la storia
e “lo sviluppo delle teorie scientifiche che”, secondo Popper, “si può
descrivere…nei termini del metodo dialettico”. Esso, limitato solo a
questo, dovrebbe abbandonare finalmente, a giudizio di Popper, ogni
pretesa di spiegazione logica del reale.
I.1.2.4. La filosofia dell’identità o panlogismo
Popper, dopo aver
analizzato quello che considera come il primo pilastro dell’hegelismo, la
“dialettica”, si appresta ora a considerare il secondo pilastro: la
“filosofia dell’identità”.
La domanda fondamentale
è: “come può il nostro intelletto comprendere il mondo?”
La risposta di Hegel è:
noi comprendiamo il mondo “perché è conforme all’intelletto”.
Per Popper questa
risposta rappresenta una soluzione apparente che implica un’accettazione
acritica della realtà.
“La filosofia
dell’identità serve a giustificare l’ordine costituito. Il suo risultato
fondamentale è un positivismo etico e giuridico, la dottrina che ciò che è
è bene, dal momento che non ci sono altri standard all’infuori di quelli
esistenti; è la dottrina che la forza è diritto.”[25]
Hegel, a parere di Popper,
a seguito di questa filosofia, identifica la razionalità con la realtà e
viceversa, facendo coincidere lo “sviluppo della realtà” con quello della
ragione. “Il mondo”, scrive Popper descrivendo la logica hegeliana,
“dev’essere regolato dalle leggi della logica dialettica” (panlogismo).
Secondo questa concezione, presupponendo che ragione e realtà siano la
stessa cosa e ritenendo che la ragione proceda con una logica dialettica,
Hegel, per Popper, ritiene di conseguenza che anche la realtà si sviluppi
dialetticamente. In questa maniera la contraddizione tra “Soggettivo” e
“Oggettivo”, come Hegel chiama rispettivamente la “credenza” e la
“verità”, viene trasformata in una nuova “identità” che, come identità
degli opposti, spiega anche la conoscenza scientifica.
Hegel inoltre, secondo
Popper, sostenendo che ogni cosa è in divenire, comprese le essenze, ne
considera sostanzialmente lo sviluppo, il cui stadio ultimo diviene a sua
volta realizzazione e culmine processuale. Per questo motivo ogni processo
di sviluppo è razionale e giusto. Infatti, secondo la “filosofia
dell’identità” hegeliana a parere di Popper, ogni sviluppo reale, essendo
un “processo reale”, non può che essere un “processo razionale”. La
storia, essendo dunque lo sviluppo di qualcosa di reale, è razionale; essa
viene considerata da Hegel come una sorta di operazione logica che rende
manifesto lo “Spirito Assoluto” o “Spirito del mondo”.
I.1.2.5. Il totalitarismo
Nell’ultima parte della
trattazione della dottrina di Hegel, Popper tenta di mettere in luce “la
dipendenza del nuovo tribalismo o totalitarismo” dal pensiero hegeliano.
Per totalitarismo Popper
intende specificamente il fascismo; anche se, tuttavia, non rinuncia a
collegare fascismo e marxismo per il comune retaggio totalitario
inaugurando un’interpretazione largamente abusata nella filosofia
successiva.
“Se mio proposito [di
Popper] fosse quello di scrivere una storia della nascita del
totalitarismo, dovrei prima di tutto occuparmi del marxismo; infatti il
fascismo emerse in parte dal collasso spirituale e politico del marxismo.”[26]
Il totalitarismo moderno,
per Popper, può essere inquadrato nella “perenne rivolta contro la libertà
e la ragione” che già caratterizzava il platonismo. Esso se ne distingue,
tuttavia, per quanto riguarda la diffusione che, un tempo, era elitaria e
quindi limitata, ma ora raggiunge dimensioni di massa.
Il totalitarismo, inteso
come fascismo, ha avuto via libera quando in diversi paesi è crollata la
“versione democratica del marxismo”, così Popper definisce la
socialdemocrazia, per la sua incapacità di risolvere i problemi della
disoccupazione e della depressione economica venutasi a creare alla fine
della Grande Guerra.
In quel momento i valori
democratici della libertà e dell’uguaglianza vennero sopraffatti e la
“perenne rivolta contro la libertà, poté assicurarsi un sostegno più o
meno popolare”. Nella sua forma fascista questa rivolta, secondo Popper,
aveva dappertutto gli stessi connotati ideali: il pensiero di Hegel
accompagnato in parte dalla dottrina materialistica tipica del
diciannovesimo secolo che, nella fattispecie, sostituiva allo “Spirito”
hegeliano la concezione razzista del “Sangue” o della “Razza”.
Lo stesso Marx, a parere
di Popper, compiendo la stessa operazione che aveva compiuto il fascismo
con l’ideologia hegeliana, aveva sostituito allo “Spirito” gli interessi
materiali ed economici connotando la propria opera, come vedremo, in senso
ugualmente totalitario.
Le idee che il
totalitarismo moderno, secondo l’epistemologo viennese, aveva mutuato da
Hegel, il quale a sua volta le aveva recuperate nei “vari antichi tesori
di guerra della perenne rivolta contro la ragione”, sono le seguenti:
1.
Nazionalismo: nell’idea storicistica che lo Stato sia un’incarnazione
dello Spirito (del Sangue) della nazione (razza) che crea lo Stato; la
nazione eletta (la razza eletta) è destinata al dominio del mondo.
2.
La guerra:
come mezzo per lo Stato di affermare la propria esistenza sopraffacendo
gli altri Stati.
3.
L’autonomia
della politica[27]:
come esenzione dello Stato da qualsiasi genere di obbligazione morale.
Esso ha come solo giudice della sua efficacia e razionalità il successo
storico, inteso nella forma del dominio su altri Stati. Lo Stato ha
l’utilità collettiva, da raggiungere con la menzogna propagandistica e la
distorsione della realtà, come solo principio di condotta moralmente
accettabile.
4.
L’idea
“etica” della guerra (totale e collettivistica) che permea di sé lo stato.
5.
Il ruolo
creativo del Grand’Uomo, del personaggio cosmico-storico. L’uomo di
profonda conoscenza e di grande passione che guida e conduce la massa
inconsapevole: il principio della leadership.
6.
L’ideale
della vita eroica contrapposto alla vita mediocre del piccolo borghese.
Questi principi
dimostrano in sintesi, secondo Popper, la sostanziale identità dello
storicismo hegeliano con il totalitarismo fascista. Ma la “strategia della
rivolta contro la libertà” è sempre stata più subdola, a giudizio di
Popper, del volgare razzismo espresso dalla dottrina fascista. Essa ha
sempre approfittato, come scrisse Pareto, dei sentimenti altrui per
piegarli a proprio vantaggio piuttosto che sforzarsi nell’opera inutile di
volerli distruggere.
Ora vedremo come grazie a
Marx, a parere dell’autore viennese, l’hegelismo penetrò nel campo
umanitario architettando “la più elaborata e pericolosa forma di
storicismo”.
I.1.3. La profezia
storica marxiana
I.1.3.1. L’eredità hegeliana
Benché, a parere di
Popper, l’origine intellettuale, l’hegelismo, sia la stessa sia per il
fascismo sia per la dottrina marxiana, quest’ultima è dotata, a differenza
del fascismo, del valore aggiunto dell’umanitarismo.
Oltre a questo valore
indubitabile bisogna riconoscere che Marx, per Popper, fece un tentativo,
alla fine fallito, “di applicare metodi razionali ai problemi sociali”.
Egli tentò, e nonostante, a giudizio dell’autore viennese, abbia
sbagliato, occorre rendergli il necessario merito. Questo tentativo
dimostra ancora una volta, secondo Popper, che la scienza procede
“attraverso tentativi ed errori”.
Ma allora, si domanda
Popper, per quale motivo attaccare Marx?
Perché Marx, è la
risposta, indusse a credere diverse persone nella “profezia storica” come
metodo scientifico di approccio ai problemi sociali. Egli stesso, secondo
Popper, fu un profeta che alla fine fallì le proprie profezie
influenzando, col proprio metodo storicista, parecchi esponenti del campo
umanitario che, altrimenti, avrebbero potuto fare avanzare la causa della
“società aperta”. Egli diffuse nel campo umanitario le armi principali
della reazione hegeliana:
1.
Lo
storicismo: una scienza della società che ha come metodo lo studio della
storia
2.
Il
relativismo storico: la relatività delle norme a seconda dei periodi
storici
3.
Il
teleologismo: uno sviluppo storico che conduce, per la sua natura
progressiva, verso una maggiore libertà e ragione senza una pianificazione
razionale consapevole
4.
Il
positivismo morale: che, nel caso di Marx, si muta in futurismo morale
5.
Lo “Spirito
Nazionale”: che, nel caso di Marx, si muta nella “Coscienza di Classe”,
motore dello sviluppo storico progressivo
6.
La
dialettica: forma estrema di essenzialismo metodologico
7.
La
distinzione tra libertà formale, o democrazia, e libertà sostanziale, o
democrazia economica
8.
Il
collettivismo: nell’affermazione di Marx che la “coscienza” dell’individuo
è determinata dalle condizioni sociali
I.1.3.2. Marx: profeta fallito
Il marxismo, per Popper,
“è una teoria puramente storica”, una teoria il cui scopo è profetizzare
il “corso degli sviluppi economici e politici e specialmente delle
rivoluzioni”.
Marx in base a questa
dottrina, secondo Popper, aveva “vietato ogni tecnologia sociale che
denunciava come utopistica”. Egli riteneva che il socialismo dovesse
passare dallo stadio utopistico allo stadio scientifico fondandosi, invece
che su generiche aspirazioni moraleggianti, sul “metodo scientifico di
analisi del rapporto causa-effetto e sulla predizione scientifica”.
Marx, a parere di Popper,
facendo coincidere la predizione scientifica nel campo sociale con la
“profezia storica”, dedusse che il socialismo avrebbe acquisito carattere
scientifico quando, da uno studio delle cause storiche e degli effetti
storici, avrebbe tratto la “profezia del proprio avvento”.
A seguito di ciò quello
che sarebbe necessario chiedersi per Popper è: secondo criteri di natura
pratica il marxismo è in grado di favorire, come metodo, l’avanzamento
della scienza? Popper pensa di no.
Lo storicismo di cui il
marxismo è intriso ne impedisce qualsivoglia slancio scientifico e lo
relega nell’ambito della discussione metafisica più pura e rarefatta.
Marx, a giudizio di
Popper, sostenendo che la scienza dovesse fornire risultati pratici,
riteneva che una teoria non dovesse solo interpretare la realtà ma anche
contribuire a cambiarla. Questo atteggiamento, che Popper definisce come
“pragmatico”, condusse Marx a stimare che, compito della scienza, non
fosse quello di “conseguire la conoscenza dei fatti passati, ma di predire
il futuro”. Egli adottò in tal modo, a parere di Popper, la convinzione
errata che il metodo scientifico si basasse su un rigido determinismo
volto a predire gli effetti futuri per mezzo dell’interpretazione delle
cause passate. A giudizio di Popper:
“le marxiane leggi
inesorabili di natura e di sviluppo storico mostrano chiaramente
l’influenza del clima del Laplace e di quello dei materialisti francesi.
Ma la credenza che i termini scientifico e determinismo
siano, se non sinonimi, almeno inseparabilmente connessi, si può dire che
è una delle superstizioni di un’epoca che non è ancora completamente
tramontata.”[28]
Il determinismo introduce
invariabilmente il principio dell’uniformità della natura e la legge della
causalità universale. Questo genera un presupposto metafisico di cui oggi,
a giudizio di Popper, non vi è più bisogno nella teorizzazione
scientifica. Tuttavia, la fede marxiana nella predizione scientifica, per
Popper, non era fondata solo sul determinismo, ma anche sulla confusione
tra “predizione scientifica” e “profezia storica generale”. Su questa base
Marx, a giudizio dell’autore viennese, ritenendo che fosse possibile una
scienza sociale e che sua materia dovesse essere la “profezia storica”, si
convinse che il corso della storia fosse “predeterminato”; altrimenti, non
vi sarebbe stato spazio per alcuna profezia e quindi per alcuna scienza
sociale.
Il determinismo implicito
in questa predeterminazione di carattere storicista fece sì che Marx
negasse il proprio iniziale pragmatismo attivista cadendo nel realismo
fideistico e passivo caratteristico de: “Il Capitale”. Egli in questa sua
opera infatti, secondo Popper, non solo prese coscienza, mediante la
profezia storica, dell’incombente “millennio socialista”, ma credette pure
che non vi sarebbe stata alcuna possibilità di alterare razionalmente,
anche volendolo, il piano preparato dalla storia per l’umanità.
Queste concezioni, a
parere di Popper,
“…portarono Marx a
denunciare come utopisti tutti coloro che guardavano alle
istituzioni sociali con gli occhi dell’ingegnere sociale, ritenendole
riducibili alla ragione e alla volontà umana e considerandole quindi un
possibile campo di pianificazione razionale.”[29]
Il socialismo
scientifico, per Marx, non era una “tecnologia sociale” tesa ad
individuare le modalità per la costruzione di istituzioni socialiste, ma
un metodo storicista capace solo di prevedere gli ostacoli naturali, senza
potervi porre alcun rimedio, che il corso della storia insinuava negli
ingranaggi della macchina sociale. Del resto non sarebbe stato necessario
indirizzare razionalmente questa macchina a propulsione storica. Essa
infatti, progredendo inevitabilmente verso la società socialista, avrebbe
realizzato inconsapevolmente l’obiettivo di una razionalizzazione sociale
assoluta senza alcun bisogno di interventi umani.
I.1.3.3. Marx: dualista pratico
Un palcoscenico teatrale
potrebbe rappresentare adeguatamente, a parere di Popper, la storia ed il
suo sviluppo così come venne concepita da Marx.
La scena della storia,
secondo questa concezione, si concretizza via via in sistemi sociali
susseguenti caratterizzati dal modo di produzione. Queste strutture
inchiodano l’umanità in maschere precostituite e la obbligano nel “regno
della necessità”. Un giorno però, profetizza Marx secondo Popper,
l’umanità distruggerà questo impianto e realizzerà il “regno della
libertà”.
Marx credeva che i
fenomeni sociali dovessero essere compresi nel loro sviluppo storico. Ogni
periodo storico non avrebbe potuto essere compreso tuttavia, se non
facendo riferimento ai periodi storici precedenti. Il determinismo
metodologico implicito in questa concezione, secondo Popper, comporta che
la scienza sociale e la predizione storica scientifica sarebbero possibili
“solo nella misura in cui la società fosse determinata dal suo passato”.
La scienza quindi potrebbe inerire solo al “regno della necessità” e non
al “regno della libertà”. Se fosse possibile per gli uomini “diventare
perfettamente liberi” la “profezia storica”, ed assieme ad essa “la
scienza sociale”, non avrebbero più ragione di esistere. Se fosse
possibile una “libera attività spirituale” essa, nella concezione
marxiana, sarebbe “al di là della portata della scienza” il cui compito a
quel punto sarebbe limitato alla “ricerca di cause, di determinanti”.
La scienza potrebbe avere
a che fare solo con quella che Popper chiama, interpretando Marx, “vita
mentale”, e solo nella misura in cui le categorizzazioni inerenti fossero
prodotte dal “regno della necessità”, “dalle condizioni materiali,
specialmente dalle condizioni economiche della vita, dal metabolismo”. A
parere di Popper Marx riteneva che:
“pensieri e idee
[potessero] essere trattati scientificamente solo considerando, da una
parte, le condizioni materiali nelle quali hanno avuto origine, cioè le
condizioni economiche della vita degli uomini che li produssero, e,
dall’altra, le condizioni materiali nelle quali essi sono stati
assimilati, cioè le condizioni economiche degli uomini che li adottarono.
Quindi dal punto di vista scientifico o causale, pensieri e idee
[dovrebbero] essere trattati come sovrastrutture ideologiche sulla
base di condizioni economiche.”[30]
Marx, secondo Popper,
amava la libertà e, come Hegel, credeva che si potesse essere liberi
“soltanto come esseri spirituali”. Contrariamente ad Hegel tuttavia, egli
riconobbe in pratica, ed è qui che Marx si guadagnerebbe la patente di
“dualista pratico” per Popper, che l’umanità consisteva sia dello spirito
che della carne e realisticamente pensava che la carne fosse l’elemento
fondamentale. Egli però, pur riconoscendo le necessità decisive del mondo
materiale, non amò mai quello che chiamava il “regno della necessità”: la
società schiava dei suoi bisogni materiali.
A giudizio di Popper Marx
“amava il mondo spirituale, il regno della libertà” e “il lato spirituale
della natura umana al pari di qualsiasi dualista cristiano”.
Assieme ad Hegel,
identificando il “regno della libertà” con quello della “vita mentale”
dell’uomo, Marx era convinto che la libertà fosse il fine dello sviluppo
storico ma, diversamente da Hegel, egli verificava l’incapacità dell’uomo
di emanciparsi completamente “dalle necessità del proprio metabolismo e
quindi dal lavoro produttivo”; egli constatava l’impossibilità di arrivare
alla piena libertà. Per questo Marx riteneva che il significato della
storia, anche di quella delle idee, andasse reperito “nello sviluppo dei
rapporti fra l’uomo e il suo ambiente naturale, il mondo materiale”, cioè
nella “vita economica” dell’uomo e non nella sua “vita spirituale”. Questo
è il motivo per cui Popper definisce lo storicismo marxiano come
“economismo” in opposizione all’idealismo hegeliano. Un “economismo” però
da non confondere con un crasso materialismo poiché la concezione che, a
parere di Popper, Marx aveva del “regno della libertà” si potrebbe
definire come idealistica.
In questa dicotomia tra
realtà oggettiva o materiale e realtà soggettiva o ideale, si situa il
dualismo della concezione pratica della vita di Marx così come lo descrive
Popper.
L’idea centrale di questo
“dualismo pratico”, e la più importante delle dottrine marxiane, a parere
dell’autore viennese, è quella che sostiene che occorrerebbe migliorare le
condizioni di lavoro riducendo la fatica in misura tale che “tutti [si
possa] essere liberi per una certa parte della nostra vita.
I.1.3.4. Il materialismo storico, una valutazione
Abbiamo visto
precedentemente come, secondo Popper, nel quadro di un determinismo
storico assoluto, Marx concepisca la scienza sociale solo nel suo sviluppo
storico. Essa dovrebbe indagare le “leggi materiali secondo le quali si
sviluppa storicamente lo scambio di materia dell’uomo con la natura”.
Il compito essenziale
della scienza per Marx, a parere di Popper, dovrebbe essere quindi quello
di comprendere lo sviluppo storico e le condizioni di produzione e
riproduzione del rapporto di scambio tra l’uomo e la natura.
In questo rigido impianto
che Marx, secondo il viennese, definiva come “materialismo storico”, le
“relazioni sociali”, vale a dire i rapporti umani complessivi, avrebbero
importanza storica, e quindi scientifica, solo proporzionalmente “al loro
grado di connessione col processo produttivo sul quale influiscono o dal
quale sono influenzate”.
Come giudica Popper
questa concezione?
In un primo momento,
semplicemente, la rifiuta. La definisce “un altro esempio dell’ingenuo
atteggiamento storico-genetico” che, nell’ambito delle istituzioni
costruite dall’uomo, invece di domandarsi: “per che cosa sono fatte” si
chiede “chi le ha fatte”. In un secondo momento analizza più
approfonditamente la concezione marxiana distinguendone due aspetti
differenti.
Il primo di questi
aspetti è, per Popper, lo storicismo. Esso, pretendendo di far coincidere
scienza sociale e “metodo storico o evoluzionistico” nella sua
manifestazione di “profezia storica”, va rifiutato.
Il secondo aspetto è
“l’economismo o materialismo”. Se esso viene preso troppo sul serio, come
faceva Marx a parere di Popper, si cadrebbe in errore. Infatti, secondo
Popper, se si ritenesse veramente che “l’organizzazione economica della
società”, il nostro essere materiale, determini “le istituzioni sociali” e
il loro sviluppo storico assieme al nostro essere spirituale, ci si
sbaglierebbe grossolanamente. Questo errore, derivante a Marx dall’eredità
del pensiero hegeliano, sarebbe basato sulla distinzione tra “essenziale”
e “accidentale”, “realtà” ed “apparenza”, che egli declinava nei termini
di “mondo materiale” e “mondo ideale”.
Ma se si pensa, come fa
Popper, che vi è un rapporto tra condizioni economiche ed idee di natura
biunivoca e non monoliticamente a senso unico, allora l’economismo, o il
materialismo marxiano, acquista una valenza importante per la storia delle
idee e del pensiero scientifico. Popper ritiene infatti, ribaltando quella
che lui reputa essere la forzatura materialista del pensiero di Marx che,
per certi aspetti, “le idee [possano] rivoluzionare le condizioni
economiche di un paese”. Egli pensa, contrariamente a Marx, che un
mutamento sociale sia possibile solo con l’uso di mezzi politici, cioè
tramite il confronto-scontro ideale di una rivoluzione politica. Marx
invece, a parere di Popper, riteneva impossibile un mutamento sociale con
l’uso di mezzi politici. Un mutamento sociale avrebbe potuto realizzarsi
unicamente tramite una “rivoluzione sociale” che producesse un’evoluzione
“dell’essenza soggiacente” della realtà economica. Per Popper:
“in conformità con questa
teoria, Marx [affermava] che ogni rivoluzione sociale si [sviluppasse] nel
modo seguente. Le condizioni materiali di produzione crescono e maturano
finché cominciano ad entrare in conflitto con i rapporti sociali e legali
e finiscono col farli scoppiare come vestiti diventati troppo stretti…Alla
luce di questa affermazione è impossibile a mio giudizio [di Popper],
identificare la rivoluzione russa con la rivoluzione sociale profetizzata
da Marx: non ha, di fatto alcuna somiglianza con essa.”[31]
La confutazione
complessiva della dottrina marxiana va dunque trovata, per Popper, nel
dato di fatto empirico della rivoluzione sovietica. Questo fatto,
definitivamente falsificatorio per l’autore viennese della teoria
marxiana, spinge Popper a ribadire ancora una volta che l’interpretazione
materialistica della storia non va presa “troppo sul serio”. Essa andrebbe
piuttosto valutata semplicemente come un invito a considerare “le cose in
rapporto col loro background economico”.
Una pesante pietra
tombale viene così posta da Popper sulla fecondità complessiva del
materialismo storico.
I.1.3.5. Struttura e sovrastruttura
Le conseguenze di quella
che, come abbiamo visto, Popper considera una sopravvalutazione, da parte
di Marx, del momento economico-materiale dell’essenza soggiacente, della
struttura oggettiva della realtà, rispetto al momento ideale, alla
sovrastruttura soggettiva della realtà offrono, come risultato pratico, un
ulteriore dualismo anche nel campo della teoria marxiana dello Stato, che
Popper definisce come la teoria “dell’impotenza di ogni politica”.
Ne: “Il Capitale” Marx
sviluppa, secondo Popper, la contraddizione tra sistema legale e sistema
sociale, tra sovrastruttura e struttura. Mentre il sistema legale
garantisce a tutti libertà e uguaglianza di fronte alla legge,
indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza di ognuno, il
sistema economico fa sì che i lavoratori non siano in grado di godere
questa libertà. Essi non riusciranno ad ottenere, per la loro intera forza
lavoro, che i mezzi minimi di sussistenza. Ciò dimostra, secondo Marx, che
lo sfruttamento, contrariamente a quanto credeva Proudhon, non può essere
eliminato con semplici mezzi legali poiché non è un banale furto. Ed un
miglioramento politico per i lavoratori non significa nulla se non è
preceduto da una rivoluzione economica.
Un conto è la libertà
formale, per Marx limitata al sistema legale, ed un conto è la libertà
materiale che investe la sfera economica sostanziale. La libertà formale,
o legale, pur non essendo per Marx completamente inessenziale, riveste
tuttavia un’importanza inferiore rispetto alla libertà materiale ed
economica. Questa per Marx, a parere di Popper, “può essere conseguita
soltanto tramite una generale emancipazione dal lavoro faticoso” che non
può giungere unicamente dall’agire politico.
“…il potere reale [per
Marx] sta nell’evoluzione del meccanismo; il secondo posto in ordine di
importanza spetta ai rapporti di classe economici, mentre l’influenza meno
importante è quella della politica…”[32].
Se questo è vero, e
Popper ritiene lo sia, allora la dottrina marxiana, affermando che la
“realtà economica” non può essere alterata o modificata attraverso riforme
legali, propone “un programma politico estremamente povero”. Popper al
contrario, pensa che la “libertà formale”, cioè la democrazia, sia il solo
strumento per mezzo del quale i governati non solo possono tentare di
proteggersi dall’abuso dei governanti, ma possono controllare, tramite il
potere politico, il potere economico.
Il fondamentale ruolo
della “libertà formale”, dichiara Popper, viene sottovalutato dai
marxisti. Essi, dogmaticamente, ritengono il potere economico più
importante del potere fisico e del potere dello Stato e non considerano
invece che solo l’attivo intervento dello Stato, attraverso la protezione
della proprietà ad opera delle leggi, fa sì che la ricchezza sia una fonte
di potere.
Marx, associando al
metodo di analisi sociologica della realtà in cui viveva il suo storicismo
economico, vale a dire la teoria secondo la quale lo sviluppo del sistema
economico umano determina il relativo sviluppo sociale e politico,
costruì, secondo Popper, “un edificio imponente” basato sulla teoria
“dell’impotenza di ogni politica” e “sull’importanza decisiva delle forze
storiche”. Scrive Popper che:
“l’esperienza del suo [di
Marx] tempo, la sua indignazione umanitaria e il bisogno di offrire agli
oppressi la consolazione di una profezia, la speranza, o anche la
certezza, della loro vittoria, tutto ciò è fuso in un grandioso sistema
filosofico paragonabile o anche superiore ai sistemi olistici di Platone e
Hegel.”[33]
Non è di un sistema
olistico come quello di Marx o di uno nuovo che lo sostituisca ciò di cui
abbiamo bisogno, conclude Popper, ma di “ingegneria sociale gradualistica”.
I.1.3.6. “Il Capitale”
Dopo aver analizzato il
metodo di lavoro marxiano ed averne sottolineato il debito con le passate
teorie platonica ed hegeliana, Popper affronta ora il nucleo centrale
della teoria di Marx considerando principalmente la sua opera più
importante: “Il Capitale”.
Avendo assodato nelle
pagine precedenti che Marx, grazie al particolare metodo che Popper chiama
“storicismo economico”, condanna a morte per interna consunzione ogni
sistema sociale storicamente determinatosi sulla faccia del globo compreso
il capitalismo, egli, secondo Popper, ne: “Il Capitale”, si propone
proprio l’analisi delle forze economiche confliggenti e delle tendenze
storiche suicide specifiche di questo ultimo periodo della storia umana.
Lo scopo essenziale a cui
tende l’opera di Marx è infatti, come affermava lui stesso nella
prefazione, quello: “di svelare la legge economica del movimento della
società moderna” al fine, afferma Popper, “di profetizzarne il destino”.
Assieme a questo scopo conviveva anche il tentativo di dimostrare
l’inattendibilità dell’economia politica e delle sue leggi eterne e
immutabili.
Popper articola l’opera
di Marx in “tre passi”.
Nel “primo passo” Marx
analizza il metodo di produzione capitalistico e scopre la sua tendenza ad
incrementare la produttività del lavoro. Collegata a questa tendenza Marx
rileva notevoli miglioramenti tecnici e la crescente accumulazione dei
mezzi di produzione “in un numero sempre minore di mani”. Da ciò la
formula dell’aumento della ricchezza della classe dirigente, la borghesia,
associata ad un contemporaneo e paradossale, a parere di Popper, aumento
della miseria della classe governata, i lavoratori.
Nel “secondo passo” egli
dà inizialmente per acquisito il risultato del “primo passo” traendone due
conclusioni: la prima è che ad eccezione di una limitata classe borghese
dirigente e ad una estesa classe lavoratrice oppressa scompaiono tutte le
altre classi, la seconda è che, come conseguenza, si sviluppa una
crescente tensione tra le due classi rimanenti che porta necessariamente
ad una rivoluzione sociale.
Nel “terzo passo”, dopo
aver dato per scontata la conclusione del secondo passo con la vittoria
dei lavoratori sulla borghesia, Marx giunge alla conseguenza finale del
suo impianto di pensiero ovvero: la società senza classi e quindi senza
sfruttamento, il socialismo.
I.1.3.6.1. Socialismo o barbarie?
Analizzando
preventivamente quest’ultima tappa dell’argomentazione marxiana, Popper
concede ipoteticamente, all’autore di Treviri, la vittoria finale della
classe proletaria. Il proletariato infatti, non dipenderebbe per la
propria sussistenza materiale dai borghesi sfruttatori ma viceversa; i
lavoratori potrebbero distruggere il loro nemico di classe senza
pregiudicare, allo stesso tempo, la loro esistenza. Tuttavia, afferma
Popper, non è detto che la vittoria dei lavoratori porti necessariamente
ad una società senza classi, anzi, lo sviluppo successivo alla rivoluzione
maggiormente ipotizzabile è una nuova società divisa in classi. Coloro che
saranno al potere durante la rivoluzione inevitabilmente al termine
costituiranno una nuova classe che governerà la nuova società. Questa
nuova aristocrazia, o burocrazia, per rimanere al potere cercherà di
mascherare la propria leadership mantenendo l’ideologia rivoluzionaria ed
adattandola ai propri scopi. Popper accusa di “sconclusionatezza” la tappa
ultima che, nell’argomento di Marx, avrebbe dovuto portare al socialismo.
La profezia marxiana “dell’avvento di una società senza classi”, a parere
di Popper, “non discende dalle premesse”.
Il socialismo o il
comunismo, per Popper, non sono le sole alternative possibili al
capitalismo, come erroneamente credono i marxisti. In realtà il “lassez
faire” è sparito dalla faccia della terra senza lasciare spazio al sistema
sociale profetizzato da Marx.
Il “capitalismo
sfrenato”, vale a dire il sistema che, secondo Popper, studiò Marx, ha
lasciato il posto da tempo a varie forme di “interventismo politico”
sull’economia da parte degli Stati nazionali. In realtà, afferma Popper,
la profezia, formulata da Marx, “dell’avvento del socialismo” dopo
l’inevitabile “suicidio del capitalismo” non si è realizzata.
I.1.3.6.2. Riforme o rivoluzione?
Dopo aver analizzato
l’articolazione conclusiva del ragionamento marxiano, confutandone le
presunte conseguenze profetiche relative in particolare all’inevitabile
trasformazione socialista del sistema sociale, Popper affronta il “passo”
precedente dell’argomento di Marx.
In questa articolazione
Marx afferma come premessa, per ora presa per buona anche da Popper, che
il capitalismo associ, ad un aumento della ricchezza della classe borghese
numericamente in declino, un aumento della miseria della classe
lavoratrice, all’opposto numericamente in espansione.
Le conclusioni che Marx
deriva da questo presupposto sono di due tipi.
La prima, per Popper una
profezia sullo sviluppo della composizione di classe del capitalismo,
afferma che tutte le classi ad eccezione della borghesia e del
proletariato tenderanno a sparire e che la conflittualità crescente tra le
due classi renderà più unito e coeso il proletariato.
La seconda, secondo
Popper una profezia sull’ineliminabilità di questo conflitto, afferma che,
a seguito della tensione crescente tra le due classi, si arriverà a una
rivoluzione proletaria.
Per quanto riguarda la
prima conclusione Popper nega innanzitutto che le classi rurali, a suo
parere trascurate da Marx attento solo alle classi industriali, possano
arrivare a scomparire e, successivamente, nega anche l’ipotesi marxiana di
una solidarietà di classe in aumento tra i proletari in considerazione
della crescente miseria. Egli afferma che lavoratori battuti più volte
dalla borghesia nelle loro rivendicazioni è probabile che non sviluppino
necessariamente una notevole fierezza di classe bensì, all’opposto,
concepiscano una forte subalternità destinata a sfociare nel disfattismo,
legata alla consapevolezza di non riuscire a migliorare le proprie
condizioni di vita. Tutto questo, scrive Popper, fa sì che questa prima
conclusione di Marx non regga; non perché non possa avverarsi, come del
resto qualsiasi profezia, ma proprio perché, date alcune premesse,
qualsiasi profezia si può avverare.
Per quanto riguarda la
seconda conclusione di Marx, quella relativa alla rivoluzione proletaria
come “concetto storico” inerente la transizione tra il periodo storico del
capitalismo e quello del socialismo, Popper, rilevando la natura ambigua
del concetto rivoluzionario, ne mette in luce la pericolosità e la
nocività. A suo giudizio infatti, Marx oscilla, nelle sue opere, tra una
posizione radicale, che considera la rivoluzione sociale come un atto
violento di conquista del potere da parte del proletariato, ed una
posizione moderata, che intende per rivoluzione sociale lo sviluppo
graduale e tendenzialmente pacifico della lotta di classe tra capitalisti
e lavoratori al fine della trasformazione della società capitalistica in
società socialista.
Entrambe le posizioni
sono ugualmente pericolose per Popper. La prima posizione perché prevede
“tout court” l’uso della violenza a scopi politici. La seconda perché
prevede comunque l’uso della violenza, anche se come reazione.
Popper accetterebbe un
atteggiamento violento solamente con due finalità ben precise e
delimitate. O per scalzare una tirannide allo scopo di instaurare una
democrazia che renda possibili le riforme senza violenza. Oppure per
difendere la democrazia da qualsiasi attacco non democratico.
Riconsiderando le
premesse iniziali da Popper momentaneamente ed ipoteticamente accettate,
se si ammette la possibilità di riforma graduale la teoria della miseria
crescente del proletariato non funziona. Ma se questa legge non funziona,
afferma Popper, non si può presumere che la classe media venga ridotta al
livello dei lavoratori salariati. Occorre fare i conti col fatto che non
rimangono solo due classi nell’agone sociale, ma diverse. E queste classi,
in pratica, possono dare luogo a ricombinazioni sociali e politiche
assolutamente non previste e non profetizzabili.
Dunque, a giudizio di
Popper, anche l’argomento profetico contenuto nella seconda articolazione
del pensiero di Marx è insostenibile perché ha prodotto “un ambiguo
atteggiamento nei confronti del problema della violenza” da parte delle
organizzazioni politiche che, successivamente alla morte di Marx, hanno
fatto riferimento al suo pensiero.
I.1.3.6.3. La società contemporanea e la sua legge economica
Il primo ed ultimo passo
del presunto argomento profetico marxiano, che Popper analizza, si
riferisce alle contraddizioni interne del capitalismo che minacciano di
provocarne la caduta.
Codesta, a parere di
Popper, è l’articolazione meno astratta della dottrina marxiana. Essa è
infatti fondata su “un’analisi descrittiva” del sistema economico
contemporaneo a Marx il cosiddetto: “capitalismo sfrenato”, dalla quale
Marx deduce, secondo Popper, la legge economica del movimento della
società capitalistica verso il socialismo.
L’idea centrale di questo
movimento è che la competizione capitalistica costringa il capitalista ad
accumulare capitale contro i suoi stessi interessi economici, legge
tendenziale della caduta del saggio di profitto, ma nell’interesse dello
sviluppo storico verso il socialismo.
L’accumulazione di
capitale, secondo Marx, porta infatti a: i) un aumento della produttività
con conseguente aumento e concentrazione della ricchezza, ii) un aumento
della povertà e della miseria dovuto al crollo salariale imposto
dall’esercito industriale di riserva dei disoccupati. Questo meccanismo
perverso, a parere del filosofo di Treviri, non può essere modificato dai
capitalisti poiché la caduta dei profitti impedisce loro di attuare
politiche anticicliche tese al ribaltamento della situazione.
L’impossibilità di una
politica in controtendenza procura due effetti: a) il suicidio del
capitalismo grazie alle proprie contraddizioni interne e, b) il progresso
tecnico e storico verso il socialismo.
L’intero argomento
profetico marxiano, a parere di Popper, dipende dalle due ultime
conclusioni del primo passo della dottrina, cioè la legge della miseria
crescente dei lavoratori e la legge della crescente ricchezza della
borghesia. Secondo la prima teoria “il capitalismo non può cercare di
diminuire la miseria dei lavoratori” poiché “il meccanismo della
accumulazione capitalistica costringe il capitalista sotto una forte
pressione economica” che egli “non può sostenere se non riversandola sui
lavoratori”. Conseguenza naturale di ciò è l’irriformabilità del
capitalismo che non può venire a patti coi lavoratori.
La seconda conclusione
introduce viceversa la legge della crescente ricchezza della classe
borghese, nutrita proprio dall’impossibilità di accesso, per i lavoratori,
a questo incremento.
Presupposti di questa
legge sono le tendenze:
·
all’accumulazione
·
alla
concentrazione di sempre maggiori ricchezze nelle mani della classe
capitalistica
·
alla
crescente produttività
·
alla
concentrazione del capitale.
Se i primi tre
presupposti sono incontestabilmente veri anche per Popper, per quanto
riguarda la tendenza alla centralizzazione del capitale in un numero
sempre inferiore di mani, a giudizio del viennese, si possono nutrire dei
dubbi. Se in un sistema di “capitalismo sfrenato”, come quello analizzato
da Marx, ci sono pochi antidoti a questa tendenza, ora, per Popper, non è
più così. L’ingerenza della politica fa sì che, attraverso la tassazione e
le imposte di successione, la tendenza alla centralizzazione viene
contrastata efficacemente, per cui la profezia della centralizzazione, a
parere di Popper, non regge.
Passando ad analizzare
“la legge profetica della crescente miseria”, Popper mette in luce lo
sforzo compiuto da Marx per fondare solidamente questa profezia attraverso
diverse direzioni di pensiero.
L’autore viennese intende
affrontare queste teorizzazioni organizzandole in quattro sezioni:
I.1.3.6.4. La teoria del
valore
I.1.3.6.5. L’effetto del
surplus di popolazione sui salari
I.1.3.6.6. Il ciclo
economico
I.1.3.6.7. Gli effetti
della caduta del saggio di profitto
I.1.3.6.4. La teoria del valore
A giudizio di Popper
questa è una delle parti meno interessanti della dottrina marxiana. Popper
infatti, riduce la teoria del valore di Marx alla teoria del valore lavoro
di Smith e Ricardo.
La critica di Popper alla
teoria del valore di Marx si può sintetizzare in tre punti: 1) essa non è
sufficiente a spiegare lo sfruttamento; 2) i presupposti addizionali che
Marx vi inserisce bastano a spiegare lo sfruttamento rendendola inutile;
3) essa è una teoria essenzialista e metafisica.
Nella teoria del valore
lavoro di Marx, a giudizio di Popper, “l’essenza platonica si è totalmente
dissociata dall’esperienza”. Infatti, pur cercando di essere realistico
osservando le ore di lavoro, Marx, dando il nome di “valore” della merce a
queste ore, provoca gravi fraintendimenti nel momento in cui la
produttività del lavoro aumenta. In effetti, quando questo accade,
decresce il valore di tutte le merci. Decrescono quindi anche le ore di
lavoro. I lavoratori, a questo punto, invece di felicitarsi per il
miglioramento del livello di vita, si dovrebbero lamentare perché il
“valore” marxiano del loro reddito diminuisce. Come si vede, afferma
Popper, l’effettiva esperienza sociale dei lavoratori è ben lontana dalla
terminologia marxiana del “valore”.
I.1.3.6.5. La sovrappopolazione relativa
A parere di Popper benché
Marx sbagli a sostenere la legge della crescente miseria, non sbaglia
quando afferma che, in un mondo di ricchezza crescente i salari di fame,
causati dalla sovrappopolazione relativa, possono essere la realtà
costante dei lavoratori. Tuttavia egli ha irrimediabilmente torto, secondo
Popper, quando profetizza che queste condizioni, da lui osservate nella
quotidianità del suo tempo, se non avessero subito una decisa mutazione
dovuta ad una rivoluzione si sarebbero perpetuate, peggiorando
ulteriormente, anche successivamente. I fatti, afferma Popper, hanno
smentito queste profezie. Vi sono stati degli interventi da parte degli
Stati nazionali che hanno limitato quel “capitalismo sfrenato” studiato da
Marx, permettendo, ad esempio, la costituzione di organizzazioni, quali
quelle sindacali, che attraverso contrattazioni e scioperi hanno
migliorato la condizione dei lavoratori anche in assenza di una
rivoluzione. Afferma Popper in conclusione che:
“…nella misura in cui
pretende di essere una profezia storica e nella misura in cui è usata per
proclamare l’inevitabilità di certi sviluppi storici, la deduzione
(della legge storica della crescente miseria) non è valida.”[34]
I.1.3.6.6. Il ciclo economico
Per Popper il ciclo
economico è un fatto e Marx ne ha giustamente sottolineato l’importanza
come problema sociale. Su questo fatto però egli ha fondato una profezia
che Popper intende criticare. Marx afferma infatti che le “depressioni”
diventeranno sempre più ampie e gravose per i lavoratori a causa della
tendenziale caduta del saggio di profitto. Se questo poteva essere vero ai
tempi del “capitalismo sfrenato” oggi, afferma l’epistemologo viennese,
non è più così. Marx non poteva immaginare che venisse introdotta una
tecnica di intervento statale tesa alla limitazione del “capitalismo
sfrenato” denominata “politica anticiclica”. Questa politica, ad esempio
attraverso l’assicurazione contro la disoccupazione, ha fatto sì che,
indipendentemente dalla fase in essere del ciclo economico, il livello di
vita dei lavoratori occupati, dai tempi di Marx, sia migliorato ovunque.
Ciò costituisce, a parere di Popper, una ulteriore confutazione della
profezia marxiana.
I.1.3.6.7. La caduta tendenziale del saggio di profitto
Marx, con la formulazione
della legge della tendenziale caduta del saggio di profitto, tenta di
dimostrare la validità della tesi, indimostrata secondo Popper fino ad
ora, per cui l’accumulazione costringe il capitalista sotto una forte
pressione economica che egli è costretto a scaricare, se vuole
sopravvivere, sui lavoratori. Questa tesi implica l’irriformabilità del
capitalismo e costituisce chiaramente la pietra angolare dell’intero
sistema marxiano.
Popper propone un altro
quadro generale. Marx sostiene che “il capitale totale cresce molto più
rapidamente dei profitti; sicché il tasso di profitto cade”. Popper
afferma che, se le cose stanno effettivamente così, non si vede per quale
motivo il capitalista sia costretto, sotto un’insostenibile pressione
economica, a sfruttare maggiormente i lavoratori. È vero che il tasso di
profitto cade, ma finché il reddito del capitalista non diminuisce anzi
aumenta, non è impossibile raggiungere un compromesso con i lavoratori. Al
contrario la possibilità, in questa congiuntura, può diventare realtà. I
fatti dimostrano, per Popper, che la possibilità di un accordo tra
capitalisti e lavoratori è plausibile anche in presenza di una caduta del
tasso di profitto capitalistico. Nella misura in cui ciò è ipotizzabile
l’argomento profetico marxiano, anche per questa parte della teoria, non è
valido. In sintesi e per concludere Popper afferma che:
“il quadro terribile che
Marx ci ha lasciato dell’economia del suo tempo è purtroppo veritiero. Ma
la sua legge che la miseria deve crescere insieme con l’accumulazione non
regge. I mezzi di produzione si sono accumulati e la produttività del
lavoro è cresciuta dal suo tempo in misura tale che egli non avrebbe
neppure ritenuto possibile…Il capitalismo sfrenato è finito. Dal tempo di
Marx l’interventismo democratico ha fatto immensi progressi e la
migliorata produttività del lavoro – conseguenza dell’accumulazione del
capitale – ha reso possibile l’eliminazione virtuale della miseria.”[35]
I.1.3.7. Lo storicismo profetico
Il tentativo di Marx di
trarre conclusioni profetiche dall’osservazione delle tendenze economiche,
a giudizio di Popper, è fallito non per l’insufficienza della base
empirica, in realtà eccellente, ma per la povertà del metodo storicista
che ha ordinato tali dati. Infatti, per Popper, anche se si constatasse
oggi, grazie ad un’analisi sociologica ed economica approfondita, il
manifestarsi di una certa tendenza o direzione storica, non sarebbe
possibile, come fa lo storicismo profetico marxiano, inferire quale
aspetto essa dovrà assumere domani.
Marx predisse, grazie
alle sue analisi, il socialismo. In realtà quello che si è concretamente
verificato, secondo Popper, è stato “l’interventismo”.
Marx era convinto, a
parere dell’epistemologo viennese, che la trasformazione socialista
avrebbe ridotto l’influenza dello Stato sulla vita politica ed economica.
In realtà, mediante “l’interventismo”, questa influenza è aumentata
ovunque.
D’altra parte la tendenza
all’aumento della produttività, profetizzata da Marx, continua; ed anche
il ciclo economico, sul quale Marx ha sviluppato diverse considerazioni
rivelatesi esatte, si perpetua. Non solo, all’interno della teoria del
ciclo economico l’impossibilità del libero mercato di prevenire quelle che
Popper chiama: “depressioni”, cioè la sovrapproduzione o il sottoconsumo,
porterà, a parere dell’autore viennese, ad ulteriori contromisure
interventistiche che ridurranno ulteriormente, come aveva previsto Marx,
il sistema di libero mercato. Oltre a ciò si è indubbiamente verificata
anche la complementare profezia marxiana che indicava nelle associazioni
dei lavoratori un fattore importante per questa evoluzione.
Ma allora, ci si domanda,
è giustificato parlare di povertà dello storicismo marxiano?
Sì, risponde
l’epistemologo viennese, perché “non fu in nessun caso il metodo
storicistico di Marx a portarlo al successo ma sempre soltanto i suoi
metodi di analisi istituzionale”.
Nessuna di quelle che
Marx definiva come: “leggi inesorabili di sviluppo” si è mai verificata
nella realtà. Hanno trovato conferma, secondo Popper, solo le sue analisi
delle istituzioni e delle loro funzioni. Marx, per Popper:
“…condivideva la fede
dell’industriale progressista, del borghese del suo tempo: la fede
nel progresso.”[36]
Il carattere scientifico
di una teoria, a parere di Popper, non è confermato dal fatto che alcune
predizioni abbiano trovato riscontro nella realtà. Le previsioni corrette
possono essere conseguenza del carattere religioso di una teoria e prove,
allo stesso tempo, “della forza della fede che è stata capace di infondere
negli uomini”.
Proprio nel marxismo,
afferma Popper, l’elemento religioso è decisivo. Marx diede ai lavoratori
una missione: liberare l’intero genere umano. I lavoratori, nel momento
della loro degradazione più bestiale e miserevole, accettarono questa
missione come una fede.
L’elemento profetico
della dottrina marxiana, secondo Popper, si è rivelato predominante
nell’immaginario dei seguaci di Marx; li ha indotti a mettere da parte il
giudizio critico e a distruggere in loro la convinzione che “con l’uso
della ragione si possa cambiare il mondo”.
I.2.
PARS COSTRUENS
I.2.1. L’ingegneria
sociale
Per Popper l’ingegneria
sociale, a differenza dello storicismo, “non si pone alcun interrogativo
sulle tendenze storiche o sul destino dell’uomo”.
“Egli [l’ingegnere
sociale] crede che l’uomo sia il padrone del proprio destino e che in
conformità con i nostri fini, noi possiamo influenzare o cambiare la
storia dell’uomo precisamente come abbiamo cambiato la faccia della terra.
Egli non crede che questi fini ci siano imposti dal nostro background
storico o dalle tendenze della storia, ma che piuttosto essi siano scelti
o anche creati da noi stessi, precisamente come noi creiamo nuovi pensieri
o nuove opere d’arte o nuove cose o nuovo macchinario.”[37]
Lo storicista, a parere
di Popper, è convinto che l’azione politica sia possibile unicamente se,
prima di metterla in atto, venga determinato il futuro corso della storia
che, in tal modo, la indirizzerebbe.
L’ingegnere sociale al
contrario, crede che la base scientifica della politica non sia la
profezia storica, bensì consista “nell’informazione fattuale necessaria
per la costruzione o alterazione delle istituzioni sociali in conformità
con le nostre aspirazioni e finalità”.
Mentre lo storicista è
interessato ad una “scienza” che sveli le immutabili tendenze storiche,
l’ingegnere sociale guarda più pragmaticamente, secondo Popper, ad una
“tecnologia sociale” che permetta di indirizzare positivamente l’agire
politico.
L’ingegnere sociale
considera le istituzioni “razionalmente come mezzi che servono a
determinati fini”. Il suo giudizio, per Popper, concerne esclusivamente
l’adeguatezza e l’efficienza delle istituzioni.
Lo storicista invece
vuole scoprire l’origine e il destino delle istituzioni al fine di
valutarne l’essenza, vale a dire “il vero ruolo da esse svolto nello
sviluppo della storia”.
I due atteggiamenti,
quello del tecnologo sociale e quello dello storicista, seppur riuniti
nella filosofia di alcuni autori come ad esempio Platone, tendono a
caratterizzare monoliticamente, secondo l’epistemologo viennese, il
pensiero della maggior parte dei filosofi e degli scienziati sociali.
Questi due atteggiamenti fanno riferimento fondamentalmente a due diverse
interpretazioni della realtà e della scienza. Popper caratterizza lo
storicismo come una dottrina che si avvale, nella sua indagine del reale,
dell’essenzialismo metodologico e, l’ingegneria sociale, come una teoria
che adotta il nominalismo metodologico.
Secondo l’autore viennese
mentre l’essenzialismo metodologico, introdotto nel pensiero occidentale
da Platone, sostiene che il compito della scienza sia quello di “scoprire
e descrivere la vera natura delle cose, cioè la loro intima essenza”, il
nominalismo metodologico ritiene che il compito della scienza sia invece
quello di “descrivere come una cosa si comporta in varie circostanze e,
soprattutto, se ci sono regolarità nel suo comportamento”.
La domanda che l’essenzialista
metodologico rivolge alla realtà per comprenderne le manifestazioni è:
“che cos’è?”; “che cos’è l’energia?”, oppure “che cos’è l’atomo?”. Il
nominalista metodologico invece, secondo Popper, si domanda: “come?”;
“come può essere utilizzata l’energia del sole?”, oppure “come si comporta
un atomo in determinate condizioni?”
Le scienze naturali, a
giudizio dell’epistemologo viennese, professano generalmente il
nominalismo metodologico mentre le scienze sociali, a causa della loro
arretratezza, fanno affidamento sull’essenzialismo metodologico.
Marx, che per Popper
aveva l’intenzione di scoprire cosa fosse essenzialmente la società e come
essa fosse condizionata da ferree leggi di sviluppo storico, individuava
il potere reale proprio nell’evoluzione del meccanismo, mentre attribuiva
un significato secondario all’azione politica pratica. Popper al
contrario, considera decisivo il potere politico poiché, a suo giudizio,
esso può controllare il potere economico. Infatti secondo l’epistemologo
viennese, è solo per mezzo di quella che i marxisti definiscono
sprezzantemente “mera libertà formale”, vale a dire la democrazia, che ci
si può difendere dall’abuso del potere economico.
Tuttavia, l’interventismo
implicito in tale concezione comporta, e Popper ne era conscio, un estremo
pericolo; l’interventismo tende a rafforzare il potere dello Stato. Popper,
contrario ad attribuire eccessivi poteri ad una istituzione collettiva,
ammonisce a non allentare la vigilanza ed a rafforzare le istituzioni
democratiche allo scopo di non perdere la libertà. Questo sottolinea la
necessità di metodi gradualistici di ingegneria sociale in
contrapposizione ai metodi utopistici od olistici che, a giudizio del
viennese, rafforzerebbero illimitatamente il potere dello Stato a
detrimento della libertà individuale.
Il problema del controllo
dei governanti e della limitazione dei loro poteri non è, come potrebbero
pensare gli ingegneri sociali utopici un problema di natura personale,
limitato agli individui che esercitano materialmente il potere politico,
ma è un problema di natura istituzionale. Secondo Popper è il problema di
dar vita ad istituzioni capaci di impedire ai cattivi governanti di fare
troppi danni.
Dal punto di vista della
ingegneria sociale gradualistica solo il metodo che Popper definisce
“metodo istituzionale”, poiché conduce alla costruzione di una “struttura
legale” di istituzioni protettive, permette di procedere tramite
aggiustamenti progressivi frutto dei risultati conseguiti via via. Al
contrario, il metodo consistente nell’intervento personale, in quanto
frutto di scelte individuali arbitrarie, introduce una sempre maggiore
imprevedibilità nella vita sociale diffondendo la sensazione di una
fondamentale irrazionalità della vita sociale stessa.
Marx in definitiva,
secondo Popper, non poteva comprendere l’importanza del metodo
istituzionale perché riteneva più importante, sulla scia
dell’essenzialismo platonico, porsi la domanda: “quali devono essere i
governanti?”, piuttosto che domandarsi “come possiamo controllare i
governanti?”.
I.2.2. Dal monismo
ingenuo al dualismo critico
Popper individua gli
inizi della scienza sociale nel pensiero di Protagora che, per primo, ha
constatato la necessità di distinguere fra: “l’ambiente naturale”
dell’uomo e il suo “ambiente sociale”.
Questa distinzione non è
mai stata immediatamente percepita dall’uomo. Esso tende a confondere i
due ambienti “naturalizzando” l’ambiente sociale. Le primitive società
tribali o, secondo Popper, “chiuse”, consideravano leggi e costumanze
inevitabili come il sorgere del sole. Solo dopo che queste magiche
“società chiuse”, caratterizzate da immutabili tabù, si sono disgregate
nella maniera che, come abbiamo visto nella prima parte di questo lavoro
Popper ha indagato, è stato possibile iniziare a comprendere la
distinzione tra “natura” e “società”.
Una volta raggiunta
questa distinzione si pose il problema di definire cosa fossero, da una
parte, le leggi naturali e cosa fossero, dall’altra, le leggi normative.
Per Popper, una legge di
natura è inalterabile; basta un fatto che la contraddica ed essa sarebbe
completamente falsificata. Una legge di natura è al di là del controllo
umano, non può essere né violata né imposta.
Una legge normativa al
contrario, secondo Popper, “sia che si tratti di un’ingiunzione legale o
di un comando morale, può essere fatta rispettare dagli uomini”. Essa è
alterabile e per questo può essere giudicata buona o cattiva e può essere
accettata o meno. Una norma, afferma Popper, “solo in senso metaforico può
essere detta vera o falsa, perché non descrive un fatto” come una legge
naturale, ma “fissa criteri per il nostro comportamento”.
Mentre la “società
chiusa” primitiva vedeva avviluppate assieme leggi naturali e leggi
sociali in un monismo indistinto ed “ingenuo”, come lo definisce l’autore
viennese, la “società aperta” successiva, ancora oggi in evoluzione, è in
grado di considerare chiaramente e distintamente natura e società. Popper
definisce “dualismo critico” la capacità moderna di discernimento tra
norme e leggi.
La tesi di Popper secondo
la quale “le decisioni morali dipendono da noi, non implica che esse siano
completamente arbitrarie”.
L’autonomia dell’etica,
rivendicata per la prima volta da Protagora e Socrate, non implica che non
si possa essere aiutati nelle decisioni dalla fede e ispirati dalla
tradizione e dai grandi esempi. Intende mettere in luce solamente che: “la
natura non conosce norme e che l’introduzione delle norme è dovuta
all’uomo”. Ciò, a giudizio di Popper, è indispensabile per comprendere
adeguatamente il nostro ambiente sociale anche se, naturalmente, non
significa che tutte le “leggi sociali” siano imposte dall’uomo.
Popper individua alcune
leggi che egli chiama “leggi sociologiche”, che sono connesse con il
funzionamento delle istituzioni sociali e sono assimilabili a leggi
naturali. Egli ritiene che le teorie economiche moderne ad esempio,
sviluppino alcune leggi, come la teoria del commercio o la teoria del
ciclo economico, indipendenti dall’azione umana. Queste “leggi
sociologiche”, attraverso le istituzioni ad esse connesse, hanno il
potere, come le macchine, di moltiplicare la forza umana sia per il bene
che per il male.
“Nelle istituzioni le
leggi normative e le leggi sociologiche sono strettamente interconnesse,
ed è quindi impossibile capire il funzionamento delle istituzioni se non
si è in grado di fare una distinzione tra le una e le altre.”[38]
I.2.3. Dalla
sovranità al protezionismo
La concezione olistica
dello stato di Platone e dei suoi epigoni successivi, assume come
fondamento la domanda: “chi deve governare?”. A seconda del periodo
storico, nel corso del tempo, sono state date innumerevoli risposte a
questa domanda, ma tutte quante presupponevano l’incontrollabilità del
potere politico per essenza sovrano.
A questa teoria della
“sovranità incontrollata” Popper rimprovera di non tenere nel dovuto conto
la possibilità che i sovrani, i dirigenti politici, siano incapaci o in
malafede. Egli ritiene che la vecchia domanda, ormai inefficace, andrebbe
sostituita con una nuova che suoni così: “come possiamo organizzare le
istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o
incompetenti facciano troppo danno?”
La questione centrale,
afferma Popper, non è sapere chi debba detenere il potere sovrano o agire
per far si che questo potere cambi di mano rimanendo illimitato, bensì
“realizzare il controllo istituzionale dei governanti bilanciando i loro
poteri mediante la contrapposizione di altri poteri”. Questa teoria dei
“freni e dei contrappesi”, come la definisce Popper, è una dottrina che si
fonda sulla decisione di evitare qualsiasi forma di tirannide. Tale
concezione implica, per l’epistemologo, due tipi di governo rigidamente
contrapposti. Il primo è un governo che può essere sostituito senza che
venga sparso sangue, ad esempio attraverso elezioni generali. Popper
propone di chiamarlo democrazia. Il secondo è un governo che può essere
sostituito solo tramite una rivoluzione che tuttavia non contempla
necessariamente il successo. Popper propone di chiamarlo tirannide.
Una politica che miri
alla costituzione di un esecutivo del primo tipo non necessariamente
risulta perfetta o priva di difetti, tuttavia si fonda sul principio che i
vari metodi di controllo democratico come le elezioni e il governo
rappresentativo, sempre passibili di miglioramento, rappresentino efficaci
“salvaguardie istituzionali contro la tirannide”.
Un governo del secondo
tipo invece, preferendo spostare l’attenzione dalle istituzioni a
“questioni di personale”, non si pone nemmeno la questione del controllo
istituzionale dei governanti. Il solo problema di un governo tirannico,
che viene scaricato sulle istituzioni statali impedendone il normale
funzionamento, è quello della selezione e dell’addestramento dei
dirigenti. In uno stato siffatto, a parere del viennese, l’unico mezzo per
ottenere qualche riforma passa attraverso il rovesciamento violento del
governo e l’introduzione di una struttura democratica. Solo la democrazia,
fornendo un quadro istituzionale stabile, rende praticabile la riforma
delle proprie istituzioni per mezzo della ragione e senza ricorso alla
violenza. Essa tuttavia, non può rendere disponibile la ragione. Le
carenze politiche di uno stato democratico, afferma Popper, non possono
essere imputate alle istituzioni bensì a noi stessi.
I.2.4. Ingegneria
utopica e ingegneria gradualistica
A parere di Popper,
sotteso alla “teoria della sovranità illimitata”, che si occupa del
problema politico in maniera essenzialistica, si può indovinare un
approccio ingegneristico, anche se di tipo utopico, disponibile, in
alternativa allo storicismo, a modificare razionalmente la realtà sociale;
esso è sostanzialmente teso a determinare preventivamente le finalità
dell’azione e solo successivamente ad adeguarvi i mezzi.
Popper, nel solco della
sua proposta protezionista, pur condividendo l’atteggiamento attivistico
connaturato all’ingegneria sociale, rifiuta la dimensione utopica
preferendole una più modesta, afferma lui, dimensione gradualistica. Egli
infatti, ritiene che l’ingegnere gradualista, invece di tentare di
realizzare il bene ultimo, pragmaticamente tenti di risolvere i mali più
gravi e più urgenti della società.
La differenza che corre
tra i due atteggiamenti è sostanzialmente la stessa differenza che corre
tra un metodo, quello utopico, che ha portato ovunque è stato impiegato
all’uso della violenza, ed un metodo, quello gradualista, che finora,
usando la ragione, è risultato l’unico in grado di migliorare seriamente
le cose.
La vita sociale, a
giudizio dell’epistemologo, è talmente complicata da impedire a chiunque
un progetto sociale su scala globale; al contrario, progetti di ingegneria
gradualistica applicati ad istituzioni singole quali ad esempio,
l’assicurazione contro le malattie o la disoccupazione, risultano
relativamente semplici e meno controversi. Attraverso l’uso di metodi
gradualistici è possibile raggiungere compromessi ragionevoli su progetti
di riforma democratica allontanando lo spettro tirannico legato al
tentativo utopico di realizzare uno stato ideale. Continua Popper:
“quella che io critico
sotto il nome di ingegneria utopica è la pretesa di una ricostruzione
globale della società, cioè di cambiamenti di immensa portata, le cui
conseguenze pratiche è impossibile prevedere, data la limitatezza delle
nostre esperienze. Essa pretende di pianificare razionalmente per la
società nella sua interezza, benché non disponga neanche in minima parte
della conoscenza fattuale che sarebbe necessaria per legittimare una
pretesa così ambiziosa.”[39]
Il genere di esperimento
sociale, a parere di Popper, dal quale è possibile apprendere maggiormente
non è quello globale, ma quello che si limita a modificare una sola
istituzione sociale per un periodo di tempo determinato. Solo in questo
modo si può capire come alcune istituzioni debbano essere adattate ad
altre in un contesto comune e come altresì debbano essere modificate per
essere rese maggiormente efficaci. Applicare consciamente il metodo
gradualista in politica significherebbe, per Popper, introdurre finalmente
nelle scienze sociali l’effettivo metodo scientifico, consistente non
tanto nella pianificazione utopica o nella profezia storica, bensì nella
“disponibilità ad imparare dagli errori”.
I.2.5.
Irrazionalismo e razionalismo critico: la filosofia della storia di Popper
Marx, a parere di Popper,
era una razionalista che credeva nella ragione come minimo comune
denominatore del genere umano. Tuttavia, l’influenza
platonico-aristotelica che lo raggiunse tramite la dottrina hegeliana
spingendolo ad indagare l’essenza dei fenomeni sociali, accelerò il
declino della sua fede nella ragione. Secondo Popper infatti, la dottrina
marxiana che le opinioni sarebbero determinate da interessi di classe come
la teoria hegeliana che ipotizza la dipendenza diretta delle idee da
tradizioni e interessi nazionali, destabilizzano la fiducia nella ragione.
A giudizio
dell’epistemologo viennese, proprio a seguito del successo di questi
grandi sistemi olistici, il conflitto tra razionalismo e irrazionalismo è
diventato il più importante problema intellettuale, e forse anche morale,
del nostro tempo.
Popper, parlando di
razionalismo, afferma che il concetto indica una propensione alla
risoluzione dei problemi mediante un appello alla ragione e non a emozioni
o a passioni. Il razionalismo per lui è in sostanza l’atteggiamento di chi
è disposto ad ammettere: “io posso avere torto e tu puoi avere ragione, ma
per mezzo di uno sforzo comune possiamo avvicinarci alla verità”.
Popper condivide
l’analisi di Hegel e degli hegeliani quando affermano che la ragione è un
prodotto sociale, ma se ne discosta notevolmente quando, estremizzando
tale concetto, essi sostengono che: poiché dobbiamo la nostra ragione alla
società, allora la società è tutto e l’individuo non conta nulla. Egli non
presupponendo, come a suo giudizio fanno gli hegeliani, l’esistenza di
collettivi, quando fa riferimento alla natura sociale della ragione,
ipotizzando una teoria inter-personale dello sviluppo della ragione e mai
una teoria collettivistica, intende riferirsi sempre ad individui
concreti. Dunque il razionalismo inteso da Popper non ha nulla a che
vedere con quelli che lui chiama: “moderni sogni platonici di straordinari
nuovi mondi nei quali la crescita della ragione sarebbe controllata o
pianificata da qualche ragione superiore”. Egli ritiene che la ragione,
come la scienza, cresca attraverso critiche continue e diffuse, e che
l’unica maniera per pianificarne la crescita sia nello sviluppo di
istituzioni che salvaguardino la critica stessa e quindi la libertà di
pensiero.
Secondo Popper
l’irrazionalista al contrario, benché riconosca che la ragione e il
dibattito scientifico possano essere utili per un primo approccio alla
superficie del reale tuttavia non servano a nulla per capire la “natura
umana” che è sostanzialmente irrazionale. Del resto ciò che fa di un uomo
un grande scienziato non è, a parere dell’irrazionalista, la ragione,
bensì “l’intuizione, la mistica capacità di penetrazione nella natura
delle cose”.
Nel conflitto tra
razionalismo ed irrazionalismo Popper si dichiara totalmente dalla parte
del razionalismo; tuttavia, egli intende istituire una distinzione in seno
all’atteggiamento razionale tra quello che chiama “razionalismo acritico o
radicale” e quello che invece chiama “razionalismo critico”.
Il razionalismo acritico
afferma l’inaccettabilità di “qualsiasi asserzione che non possa essere
sostenuta o dalla discussione o dalla esperienza”. Per Popper, tale
razionalismo è incoerente in quanto il suo stesso principio fondativo, non
potendo essere sostenuto né dalla discussione né dall’esperienza, è
logicamente insostenibile. Un atteggiamento razionalistico invece, a
parere dell’autore viennese:
“…dev’essere già
preventivamente adottato se si vuole che l’argomentazione e l’esperienza
risultino efficaci, e quindi non può esso stesso essere fondato
sull’argomentazione o sull’esperienza…nessuna argomentazione razionale
avrà un effetto razionale su un uomo che non voglia adottare un
atteggiamento razionale. Perciò un razionalismo radicale è insostenibile.”[40]
Popper arriva alla
conclusione che l’atteggiamento razionalistico può venire adottato
solamente in maniera irrazionale tramite una decisione, piuttosto che una
fede, o una credenza. Egli, attribuendo così una superiorità logica
all’irrazionalismo, chiama l’adozione di un’atteggiamento razionale come:
“una fede irrazionale nella ragione”. Tuttavia, anche se l’irrazionalismo
è superiore logicamente al “razionalismo radicale”, non è detto, a parere
di Popper, che solo per questo lo si debba abbracciare. Popper anzi,
sostiene l’adozione del “razionalismo critico” che, contrariamente al
“razionalismo acritico”, riconosce molto modestamente che l’atteggiamento
razionalistico scaturisce da un atto di fede nei confronti della ragione.
È chiaro a questo punto
che, per Popper, la scelta tra l’adozione di un atteggiamento
irrazionalistico ed un atteggiamento “razionalista critico” implica una
decisione morale che rigetti l’irrazionalismo in quanto sostenitore della
divisione degli uomini in padroni e schiavi, ed accetti la fede
razionalista nell’unità del genere umano. Assistiamo così alla fondazione
etica del “razionalismo critico” basata sul fatto che: “le argomentazioni
non possono di per sé determinare siffatta fondamentale decisione morale”.
Tale “razionalismo etico” implica, per Popper, tutta una serie di
conseguenze sociali. Prima di tutto l’accettazione del principio di
tolleranza verso tutti coloro i quali non si dimostrino intolleranti.
Secondariamente la necessità di istituzioni, fondate per mezzo di una
ingegneria sociale pratica gradualistica, che proteggano la libertà di
critica e di conseguenza la libertà umana. Ed infine il riconoscimento
della traducibilità universale delle lingue madri umane, nella misura in
cui esse sono razionali, come testimonianza dell’unità della ragione
umana. Queste considerazioni dimostrano, per l’epistemologo viennese, il
nesso inscindibile tra razionalismo e umanitarismo in contrapposizione al
nesso, altrettanto indissolubile, tra irrazionalismo e anti-umanitarismo.
Afferma Popper che:
“…la scelta di fronte
alla quale siamo posti è quella tra la fede nella ragione e negli
individui umani e la fede nelle facoltà mistiche per mezzo delle quali
l’uomo si sente unito a un collettivo;…questa scelta è nello stesso tempo
una scelta tra un atteggiamento che ammette l’unità del genere umano e un
atteggiamento che divide gli uomini in amici e nemici, in padroni e
schiavi.”[41]
I.2.6. Metodologia
scientifica e senso della storia
Il problema della
decisione personale, e della scelta morale che questo comporta, messo in
luce sia nel paragrafo precedente che, sostanzialmente, in tutta l’opera
sociale di Popper, si ripresenta quasi inalterato, se non per una
differenziazione di grado, anche nella metodologia scientifica. Infatti,
per l’epistemologo viennese, una scienza non è semplicemente un “insieme
di fatti”, bensì una “scelta” di fatti direttamente dipendenti da un punto
di vista. Nella scienza, a differenza della politica dove il punto di
vista implica una decisione etica, il punto di vista è determinato da una
teoria scientifica secondo la quale noi scegliamo, tra gli infiniti fatti,
quelli in connessione con la teoria stessa. Ma attenzione, afferma Popper,
contrariamente a quanto si pensa, noi non scegliamo i fatti che confermano
una teoria, noi scegliamo invece quei fatti che possono confutare quella
teoria.
Una descrizione
scientifica, per Popper, dipende sicuramente dai fatti descritti e
passivamente recepiti ma dipende anche, ed in maggior misura, dal nostro
punto di vista e dai nostri interessi, da una propensione attiva nella
ricezione e nella organizzazione dei fatti.
Così, se la scienza
presuppone un punto di vista, anche la storia non può fare a meno di
evitarlo. Tuttavia, tra la storia e le scienze naturali vi è una
differenza importante. Mentre nel caso delle cosiddette “scienze
generalizzanti” come la fisica, afferma Popper, l’interesse si accentra su
ipotesi o leggi universali, le “scienze storiche” viceversa, si
interessano ad eventi specifici. Gli studiosi di storia, a parere di
Popper, si occupano di singoli eventi particolari e non di leggi storiche
universali. Coloro i quali nutrissero un qualche interesse per le leggi
dovrebbero rivolgersi ad una scienza generalizzante come la sociologia.
Il punto di vista teorico
che illumina la sequenza dei fatti quindi esiste, e non potrebbe essere
altrimenti, anche nelle scienze storiche ma, a differenza delle teorie
scientifiche, esso è costretto ad occuparsi di fatti limitati e
irriproducibili, derivanti da fonti con punti di vista propri non
necessariamente conformi all’interesse iniziale dello studioso che li
considera. Per ciò Popper si riferisce alle teorie storiche, in
opposizione alle teorie scientifiche, come a “interpretazioni generali”
che non possono avere la pretesa di essere esaustive e conclusive, il
passato come è effettivamente avvenuto, ma che rappresentano la
cristallizzazione dei punti di vista delle varie generazioni.
Lo storicista, ritenendo
che sia la storia ad ordinare se stessa per effetto delle leggi ad essa
immanenti, non ammette che sia invece lo storico a selezionare e ordinare
i singoli fatti storici. Per Popper:
“lo storicismo è
impegnato a scoprire il cammino sul quale il genere umano è destinato a
marciare; è impegnato a scoprire la chiave della storia, o il senso della
storia.”[42]
Popper non solo nega che
la storia possa avere un qualsivoglia senso, ma nega persino l’esistenza
stessa della storia intesa complessivamente. Per l’epistemologo viennese
infatti, la storia del genere umano non esiste; esiste semmai una storia
del crimine internazionale: la storia del potere politico che ci insegnano
a scuola “elevata alla dignità di storia del mondo”. Il contenuto
effettivo dell’esperienza umana nei secoli non è la storia, spacciata per
storia universale, dell’assassinio di massa, ma riguarda la vita di ogni
singolo individuo.
I fatti, Popper ribadisce
ancora questo nodo centrale della sua argomentazione, sia quelli della
natura, sia quelli della storia, non possono decidere per noi, non possono
determinare i fini che ci proporremo di perseguire.
La storia in sé non ha
alcun senso né alcuno scopo. Siamo noi che imponiamo i nostri scopi alla
storia attribuendole un senso. E la direzione che dobbiamo attribuire alla
storia, secondo Popper, è quella verso la “società aperta”, verso il
dominio della ragione, della libertà e dell’uguaglianza.
I.3.
CONCLUSIONI
La filosofia della storia
di Popper, che abbiamo tentato di illustrare in questa prima parte del
nostro lavoro, sviluppa sostanzialmente una opposizione, riproducentesi
lungo tutto l’arco della storia umana, tra due modelli antagonisti di
convivenza sociale.
Da una parte un esemplare
di società magica, tribale, o collettivista, che il filosofo viennese
definisce “società chiusa”, la cui caratteristica principale sarebbe la
rigidità nelle costumanze della vita associativa. Essa riflette l’idea
popperiana del modello sociale totalitario.
Dall’altra un tipo di
società, definito da Popper “società aperta”, nella quale i singoli
sarebbero chiamati a prendere decisioni personali. Essa riflette l’idea
popperiana del modello sociale democratico moderatamente interventista in
campo economico.
Mentre il nucleo teorico
della “società aperta” sarebbe costituito dalla dottrina umanitaria
fondata sulla libertà di scelta individuale, lo storicismo, secondo Popper
alla base della “società chiusa”, proporrebbe al contrario un’ideologia
che consentirebbe una deresponsabilizzazione individuale tramite
l’istituzione di identità tra leggi naturali e norme convenzionali.
Lo storicismo infatti
riterrebbe la storia controllata da leggi di sviluppo che non solo
potrebbero essere conosciute, ma potrebbero anche servire per prevedere il
futuro.
Tale storicismo
presenterebbe una dicotomia irriducibile tra un attivismo idealistico,
portato a rimodellare la società nella sua totalità, e un determinismo
pratico basato sulle leggi ineluttabili di sviluppo storico. Questo
determinismo sarebbe causato dalla mancata comprensione storicista della
differenza tra leggi storiche, per Popper inesistenti, ed interpretazioni
storiche non vincolanti.
Dopo aver analizzato la
nascita dello storicismo nella filosofia platonica tesa al recupero degli
elementi tribali della antica società greca, e dopo aver ricostruito la
lotta tra i due modelli sociali all’epoca di Pericle, Popper si volge a
considerare la modernità. Egli individua in Hegel il demiurgo filosofico
che recupera lo storicismo dalla polvere della storia per riproporre un
modello aggiornato di “società chiusa”. Dalla dottrina hegeliana della
supremazia dello Stato sull’individuo deriverebbe infatti, a parere di
Popper, il totalitarismo moderno, nuova versione della perenne rivolta
contro la ragione e della lotta tra “società chiusa” e “società aperta”.
Esso, nella sua variante nazi-fascista, sostituirebbe allo “Spirito”
hegeliano la dottrina razzista del “Sangue” mentre, nella sua variabile
marxista, introdurrebbe il concetto irrazionale di “classe economica”.
Popper, attribuendo
comuni radici hegeliane sia al nazi-fascismo che al marxismo e
considerando maggiormente perniciosa la dottrina marxiana a causa della
sua profonda penetrazione nel campo umanitario, inaugura la tendenza
revisionista contemporanea tesa ad istituire, tramite il medio del
concetto di totalitarismo, parallelismi, a nostro parere incongrui, tra le
due ideologie. Su queste basi l’epistemologo viennese, denunciando il
fallimento della profezia storica marxiana a seguito della errata
previsione inerente la rivoluzione proletaria mondiale, procede ad una
puntigliosa critica dell’opera più importante di Marx: “Il Capitale”. Lo
scopo di questa critica è quello di tentare di affossare definitivamente
l’ultimo sistema filosofico in grado, a parere di Popper, di poter far
pendere la bilancia storica dalla parte della “società chiusa”.
Se non fosse per lo
storicismo di cui sarebbe impregnato, che rende preda il filosofo di
Treviri della smania profetica e della presunta inevitabilità delle leggi
dello sviluppo storico, per Popper “Il Capitale” si potrebbe considerare
un trattato di etica sociale nel quale Marx testimonierebbe il suo amore
per la libertà e la sua fede nella “società aperta”.
Popper oppone allo
storicismo determinista di Marx una ingegneria sociale gradualista che
ricava da un dualismo critico. Questo dualismo si sarebbe sviluppato
anticamente come reazione al monismo ingenuo delle “società chiuse” teso a
far coincidere ambiente naturale e ambiente sociale. La “società aperta”,
luogo di sviluppo del dualismo critico, distinguerebbe, secondo questa
concezione, tra fatti e norme, tra natura e società, proponendo una
dinamica che, deducendo i fatti dalle decisioni individuali, risulta
opposta a quella dello storicismo marxista.
La natura per Popper non
conosce norme. L’introduzione delle leggi, in natura, dipende dall’uomo il
quale, tramite la sua ragione, organizza la realtà sia naturale che
sociale.
Marx, a giudizio di
Popper, credeva nella ragione, ma non riteneva che essa sola potesse
portare ad un miglioramento sostanziale della società.
Allo storicismo marxiano,
irrazionalista e meccanicista, che inevitabilmente condurrebbe ad un
totalitarismo politico affossatore della capacità razionale dell’individuo
di determinare il proprio futuro, Popper contrappone il proprio
razionalismo critico adottato come atto di fede. Questo razionalismo,
aperto alla discussione interpersonale senza pregiudizi, cosciente della
propria natura eticamente fondata, non occulterebbe l’effetto stressante
della civiltà incentrato sulla responsabilità individuale, ma anzi
alimenterebbe la capacità del singolo di contribuire a migliorare
costantemente e gradualmente la convivenza civile. Esso, unito alla
democrazia parlamentare, come punto più alto mai raggiunto dall’umanità
nella tecnica di gestione della cosa pubblica, costituirebbe l’unica
garanzia che, grazie ad una accorta politica di divisione dei poteri e di
equilibrio tra le varie istituzioni, potrebbe assicurare da eventuali
derive intolleranti e totalitarie promuovendo un benessere sempre
perfettibile ma in progressione continua verso la definitiva affermazione
della “società aperta”.
NOTE
[1]
Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi, Milano,
Rusconi, 1996, pp. 273-274.
[2]
Popper in diverse opere ammise di essere stato in gioventù, per un
breve periodo, marxista. Egli ha affermato di essere tuttavia uscito
dal partito comunista in seguito ad un avvenimento che lasciò una
traccia indelebile nella sua memoria: “…nel giugno del 1919 la polizia
sparò su di una dimostrazione di giovani compagni disarmati -una
dimostrazione organizzata dal partito-, e ci furono alcuni morti (otto
se ben ricordo). Ero indignato contro l’operato della polizia, ma
anche contro me stesso. E ciò perché io non solo avevo preso parte
alla dimostrazione – io avevo anche approvato che venisse organizzata
dal partito. Forse avevo addirittura incoraggiato altri a
parteciparvi….Mi sentii responsabile per loro e la conclusione a cui
giunsi fu la seguente: io avevo certamente il diritto di porre a
rischio la mia propria vita per i miei ideali. Tuttavia, sicuramente,
io non avevo alcun diritto di incoraggiare gli altri a rischiare la
loro vita per i miei ideali e ancor meno per una teoria come il
marxismo, della cui verità si poteva forse dubitare.” Op.
cit. p. 282.
[4]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1° vol., Roma,
Armando, 1977, p. 19.
[10]
Karl Popper, Miseria dello storicismo, Milano, Feltrinelli,
1981, p. 34.
[11]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1° vol., p. 224.
[13]
Negli stessi anni in cui Popper metteva a punto la propria filosofia
della storia, un altro autore, Karl Lowith, nella sua opera
“Significato e fine della storia” si esprime a proposito della
dottrina marxiana più o meno negli stessi termini: “…la trasformazione
del regno della necessità in un regno della libertà corrisponde alla
trasformazione della civitas terrena in civitas dei. L’intero processo
storico, quale è delineato nel -Manifesto del partito comunista-,
riflette lo schema generale dell’interpretazione ebraico-cristiana
della storia come divenire provvidenziale della salvezza verso un fine
ultimo dotato di senso. Il materialismo storico è una storia della
salvezza espressa nel linguaggio dell’economia politica.”
Significato e fine della storia, Milano, Il Saggiatore, 1989, p.
65.
[14]
Karl Popper, Miseria dello storicismo, pp. 77-78.
[19]
Op. cit. pp. 101-102.
[21]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2° vol., p. 46.
[22]
La ricostruzione poetica dell’antichità greca da parte di Popper ci
restituisce un’immagine composta prevalentemente da audaci mercanti
che, incuranti dei pericoli inerenti alla navigazione su legni precari
in mari procellosi, mossi solo dall’istinto del guadagno, tenevano i
contatti tra le varie comunità greche sparse per tutto il
mediterraneo. Costoro, acquisendo potere economico grazie a questi
scambi, ma non riuscendo ad ottenere un relativo peso politico
all’interno della loro “società chiusa”, alimentarono quelle tensioni
sociali che portarono all’affermazione della responsabilità
individuale contro la condizione di minorità imposta dalle caste
sacerdotali dominanti. Niente di più irreale. Popper, identificando
nel commercio il catalizzatore del “collasso iniziale della società
tribale”, compie, a nostro giudizio, un anacronismo grave, non
sappiamo quanto consapevole. La favola bella di un commercio greco
basato su un sistema di mercato capace di favorire la nascita di una
nuova classe mercantile promotrice del mutamento sociale,
probabilmente mutuata dalla teoria smithiana della propensione allo
scambio dell’individuo (homo oeconomicus), è stata smentita
efficacemente, a nostro parere, dalla opera di Karl Polanyi,
antropologo e storico dell’economia, che in un testo del 1957:
“Traffici e mercati negli antichi imperi”, scriveva. “Ai tempi di
Aristotele…tradizionalmente il commercio non aveva carattere
mercantile. Nato come attività semi-militare, esso non perse mai del
tutto il suo carattere di transazione tra governi; senza il quale,
nelle condizioni del mondo antico, non avrebbe potuto svolgersi quasi
nessun traffico…I prezzi tradizionali o fissati con trattati ufficiali
erano largamente prevalenti…I prezzi fissati da trattati formavano
oggetto di laboriose contrattazioni diplomatiche …Il prezzo fisso,
oltre ad essere giusto, aveva anche il vantaggio di separare lo
scambio naturale da quello innaturale. Poiché lo scopo dello scambio
naturale era solo quello di ristabilire l’autosufficienza, il prezzo
fisso garantiva il conseguimento di questo scopo escludendo la
possibilità del guadagno. Le equivalenze – come chiameremo d’ora in
avanti le ragioni di scambio fisse – servivano a garantire il
carattere naturale dello scambio. Il prezzo contrattato poteva invece
dare a una delle parti un profitto a spese dell’altra minando così la
coesione della comunità invece di rafforzarla.” Traffici e mercati
negli antichi imperi, Torino, Einaudi, 1978, pp. 102-103, e pp.
105-106.
[23]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2° vol., p. 272.
[24]
Karl Popper, “Che cos’è la dialettica”, in Congetture e
confutazioni, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 534-535.
[25]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2° vol., p. 58.
[27]
Hegel e prima di lui Platone, vengono bacchettati da Popper per avere
subordinato la sfera della morale alla sfera della politica. A parere
dell’autore viennese esse dovrebbero essere invece inversamente
gerarchizzate. Una morale astratta e astorica, in realtà quella
dominante, acriticamente accettata, dovrebbe, a suo giudizio,
governare la politica. Questa violenta requisitoria, condotta da
Popper, contro ogni ipotesi di autonomia della politica dalla morale
ricorda, per certi versi a nostro parere, un’altra violentissima
disputa sviluppatasi sullo stesso argomento. Ci riferiamo alla
“scomunica”, da parte della cultura cupa e conformista della
controriforma, dell’opera di Machiavelli. Egli, per aver svelato,
attraverso un opera come “Il Principe”, “di che lacrime grondi e di
che sangue”, come dirà il Foscolo successivamente, la realtà della
politica di quei tempi, verrà definito, nel periodo oscurantista
successivo nel quale regnò l’assolutismo politico e religioso più
chiuso e protervo, un “seduttore e corruttore del genere umano” nonché
“seminatore di scandalosi precetti politici” in un modo analogo a
quello in cui Popper dipinge Hegel e Platone. Il potere dispotico
della controriforma, naturalmente timoroso di ogni produzione
letteraria che mettesse in discussione pubblicamente la moralità e di
conseguenza la legittimità del potere politico, affidò nel 1589
all’opera: “Della ragion di stato” di Giovanni Botero il tentativo di
riconciliare, allo scopo di dissimulare, sfera politica e sfera
etico-religiosa divise da Machiavelli. Contro questo progetto Traiano
Boccalini, nell’opera “I ragguagli del Parnaso”, immaginando la difesa
di Machiavelli di fronte alla magistratura controriformistica,
mantiene vive le ragioni del fiorentino: “io in tanto non intendo
difendere gli scritti miei, che pubblicamente gli accuso e condanno
per empi, per pieni di crudeli ed esecrandi documenti da governare gli
Stati. Di modo che, se quella che ho pubblicato alla stampa è dottrina
inventata di mio capo e sono precetti nuovi, dimando che pur da contro
di me irremissibilmente si eseguisca la sentenza che a giudici è
piaciuto darmi contro: ma se gli scritti miei altro non contengono che
quei precetti politici e quelle regole di Stato che ho cavate dalle
azioni di alcuni prencipi…de quali è pena la vita dir male, qual
giustizia, qual ragione vuole che essi che hanno inventata
l’arrabbiata e disperata politica scritta da me, sieno tenuti
sacrosanti, io che solo l’ho pubblicata un ribaldo, un ateista?”
Pazzaglia M., Letteratura italiana, 2° vol., Bologna,
Zanichelli, 1983, pp.787-788.
Proclamando l’autonomia della politica da
considerazioni di natura etica, o meglio la derivazione di
considerazioni etiche dalla politica, a nostro parere, Platone ed
Hegel, allo stesso modo di Machiavelli, hanno squarciato il velo di
tenebra moralistica che ne ottundeva l’intelligibilità. Allo stesso
tempo però, secondo Popper, Platone ed Hegel, istituendo una nuova
moralità diversa rispetto a quella precedente, come Botero,
ripristinano una legittimità superiore rispetto all’etica individuale:
quella dello Stato. La domanda che sorge spontanea è la seguente. Il
compito di restituire la politica a una diretta sudditanza alla morale
che Popper si è posto, assomiglia più all’opera di Machiavelli,
rivelatrice ed antiautoritaria, o a quella di Botero, assolutista ed
opportunista?
[28]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2° vol., p. 113.
[32]
Op. cit. pp. 164-165.
[37]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1° vol., p. 44.
[40]
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2° vol., p. 304.
|